Dopo la morte della moglie, Massimo, professore di matematica in pensione, vive, introverso e taciturno, in una casa appartata su un'isola del golfo di Napoli. Pesca con metodo e maestria e si limita a scambiare rare e convenzionali telefonate con la figlia Cristina, che vive in una piccola città della ricca provincia padana. A interrompere il ritmo di tanto abitudinaria esistenza la notizia di un grave incidente stradale: la figlia e il genero sono morti, il piccolo Checco è in coma. Massimo deve assolvere i suoi doveri. Crede, una volta celebrata la cerimonia funebre, di poter tornare nella sua isola, e lasciare quel luogo freddo e inospitale. Non può. I sanitari lo vogliono presente accanto al ragazzino che giace incosciente. Controvoglia, il professore si dispone a raccontare al nipote, come può e come sa, la “sua” matematica, la fascinosa armonia dei numeri. Fuori dall'ospedale si sente addosso gli occhi della città, dove lo si addita, in quanto unico parente, come tutore del minore, potenziale erede di una impresa da cui dipende il benessere di molti. Da lì in poi quanto mistero è necessario attraversare? Quanto umano dolore bisogna patire? Per arrivare dove?
Maurizio de Giovanni scrive una delle storie che ha sempre sognato di raccontare. E ci consegna a un personaggio, tormentato e meravigliosamente umano, messo dinanzi al mistero del cuore.
Maurizio de Giovanni è uno scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano, autore perlopiù di romanzi gialli.
Maurizio de Giovanni is best known for his prize-winning series set in 1930s Naples featuring Commissario Ricciardi, a loner with the paranormal ability to see and hear the murdered dead. A banker by profession, de Giovanni also writes short stories and books about historic matches of the Neapolitan soccer team.
Massimo De Gaudio, vedovo da dodici anni della sua amata Maddalena, è innamorato della matematica ma non dei rapporti umani, si è costruito la sua solitudine, fatta di pochissime parole (qualche telefonata con la figlia Cristina che vive al nord con il marito Luca e il piccolo Checco), e di una quotidianità scandita dai ritmi semplici della vita su una piccola isola, dove lui ama più di ogni altra cosa pescare, la solitudine e l’inverno. Massimo vede Cristina solo in estate, pochi giorni per le vacanze, insieme a Checco, che osserva in silenzio il nonno pescare e si presenta a lui con le generalità, per farsi notare. “Io sono Petrini Francesco di anni nove, signor pescatore. Detto Checco.”
Quando figlia e genero muoiono in un incidente, Massimo parte Va al nord, perché Checco, che era in auto con loro, è in coma, ha bisogno di lui
Per Massimo lo shock è la rinuncia alla sua solitudine nel momento più doloroso della sua vita Massimo è sdoppiato Non è distrutto, piuttosto infastidito dal dover lasciare l’isola per una città fatta di mura, in tutti i sensi Perché non soffre? Perché non è distrutto come Alba, la babysitter di Checco che non si stacca dal suo capezzale ? Diversi ma complementari, (lei materna, lui razionale), difenderanno il bambino, unico erede dell’imponente attività del padre e testimone muto dell’incidente, proteggendolo anche dalle responsabilità che tutti, in quella provincia si aspettano dopo quel dramma. Perché dietro la compassione c’è l’interesse
“Nel frattempo posso stare solo qui, con la mia canna e la lenza nel sistema complesso che è questo tuo silenzio.” (…) “Sperando che tu, pesciolino Checco, prima o poi abbocchi.”
Massimo non si è mai sentito padre e nonno, ma da matematico chiuso al mondo , ascolterà le sue percezioni, cercherà di dare loro significato, mettendo in discussione tutto, tra prove ed errori , confutando, guardando il caos in faccia e anche sé stesso, tra ragione e sentimento Armato dell’unica certezza che gli è rimasta , la matematica, cercherà la verità, attraverso un’equazione dalle tante incognite
“C’è qualcosa, in questo sistema complesso. C’è un elemento che devo trovare, che non si vede.”
Maurizio De Giovanni, ha costruito questo il romanzo partendo dall’equazione, poi il personaggio( Massimo è straordinario), il contesto e la storia , per investigare l’umanità e i suoi spigoli, il doppio che alberga in ognuno di noi.
L’equazione del cuore celebra a suo modo un tema caro all’autore, l’indagine, declinandola attraverso la lente dell’egoismo, della sincerità e dell’amore, con le sue regole, le sue strade, e le strane metamorfosi dei sentimenti.
Come in tutti i romanzi di Maurizio de Giovanni, al centro c’è sempre l’uomo, con le sue debolezze e la sua umanità: la storia narrata è sempre il pretesto per investigare l’animo umano e per provare a comprendere che il male è quella variabile di cui non si è tenuto conto in una prima approssimazione del problema.
Faccio sue piccole premesse: 1) per le inesattezze fisico-matematiche, a questo romanzo mi verrebbe da dare 1 stella; 2) per Maurizio de Giovanni ho un debole, ed è per questo che alla fine ho dato 4 stelle.
I protagonisti di questa storia sono un nonno e un bambino: il nonno è un matematico che abbandona la carriera universitaria per dedicarsi alla famiglia. E come tutti i matematici, non si dà pace finché non ha “nominato” tutte le variabili che entrano in gioco nel sistema complesso che la vita lo chiama a “studiare”.
“«Il bambino. Il bambino, come sai, è ancora vivo. E come sempre accade, questo può essere un problema o un’opportunità.» La donna sembrò disorientata: «Ma... non è gravissimo?» «Ho parlato con la Santi, l’ultima volta mezz’ora fa. È stazionario, non peggiora e non migliora. Mi ha detto, con felice immagine, che è come addormentato su un filo in bilico a cento metri d’altezza. Che poetessa, la Santi, eh?» L’ironia era solo nelle parole. Gli tremava la voce. La donna si lisciò il tailleur grigio e trasse le sue considerazioni: «Non capisco: per quanto tempo potrebbe rimanere così? E cos’è meglio? Che viva o che ceda?»”
Il nipote è in coma farmacologico, non si sa se riuscirà a svegliarsi oppure no. Al nonno toccherà fare la quadratura del cerchio, perché è noto che è proprio dei matematici andare a fondo.
“Il matematico va al di là. Guarda le relazioni, i rapporti, mette a confronto e trova le leggi, le regole. Va a fondo, non si ferma alla prima evidenza. È questo l’errore che ho fatto io l’altro giorno, quando il tuo medico mi ha chiesto se volevo tenerti in questo mondo o lasciarti andare. Mi sono fermato alla prima evidenza, al ragionamento più superficiale: perché restare qui a guardarti attaccato a un monitor e al cicalino a tre toni, senza tua madre e tuo padre, senza sapere se mai riaprirai gli occhi, e senza poter immaginare cosa sarai quando e se ti risveglierai?”
Al di là delle inesattezze, questa storia, nello stile tipico di De Giovanni, va dritto al cuore, ed è per questo che gli perdono tutto:
“Tu e io siamo lo stesso sistema. Perciò oggi, in questa nostra prima chiacchierata senza i sedativi, mentre tu stai riemergendo dal buio, io ti chiedo per favore, se puoi, di non morire. Perché se muori, sai, devo per forza morire anch’io. Senza la mia bambina che ho lasciato andare pensando che non avesse bisogno di me, senza la donna che ho amato e che ho perduto, l’unico sistema con cui sono in contatto sei tu, signor pesciolino che nuoti nel buio. Ora che si sono allineati i numeri per comporre lo schema del dolore, dell’illusione, del silenzio e della paura, ora che so per quale motivo chi doveva pensare a te non ci ha pensato, io ti prego, signor pesciolino, di non morire. Perché, se muori, tutto sarà stato inutile e anche la nostra equazione non reggerà alla prova dei fatti. Scopro di avere un senso, e c’è una bellezza struggente in questa scoperta, perché quel senso sei tu. Il mio dolcissimo nipotino, aggrappato all’amo con cui spero di tirarti fuori da questo orribile mare. È questo il senso di tutto. Ti prego, signor pesciolino. Io ti prego. Non morire.”
Due note a margine, ovvero due digressioni matematiche a cui non ho saputo rinunciare (il matematico che è in me esce fuori): 1) ad un certo punto MdG scrive “la moltiplichiamo per il numero phi che è esattamente 1,618”… Ora, però, benedetto il cielo, un matematico sa che il numero aureo NON è esattamente 1,618. Non può esserlo. Perché il numero aureo è irrazionale, mentre 1,618 è un numero razionale. E i due insiemi sono disgiunti! 1,618 è un’approssimazione del numero aureo.
2) L’equazione di Dirac. “Perché l’equazione di Dirac, attraverso i simboli che la compongono, dice questo: se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma diventano un unico sistema.” Ora, di nuovo, benedetto il cielo, possibile che MdD si sia lasciato ammaliare da questa distorsione dell’equazione dell’amore che gira sul web e che un qualsiasi fisico smentirebbe? Per approfondire:
Avrebbe dovuto essere un libro sul dolore. Massimo, un anziano professore di matematica, perde la figlia e il genero in un incidente stradale; gli resta il nipotino, il piccolo Checco, che giace in coma, incosciente, e al quale Massimo decide di raccontare la sua “matematica”, la sua affascinante armonia dei numeri, il segreto della sua vita. E chi, se non il sommo De Giovanni, è maestro nel narrare il dolore? Quelle pieghe del nostro animo, la nostra parte oscura, sofferente, che ci rende vulnerabili e sinceri, fragili e onesti, come dei bambini? Ho scritto, tuttavia, che questo “avrebbe dovuto essere” un libro sul dolore. Purtroppo, questa volta, il dolore che De Giovanni è così abile nel trasferire su carta, l’ho percepito poco. Massimo non mi è piaciuto, una figura fredda, poco umana, nonostante la vicenda che lo vede protagonista, ma non mi sono piaciuti nemmeno gli altri personaggi, purtroppo già tornati all’oblio. In qualche breve passo in cui Massimo racconta il suo passato ho riconosciuto la voce dell’autore che tanto amo, ma tutto il resto, l’incontro fra Massimo e gli altri personaggi, le azioni in ospedale, i segreti della figlia e del genero, l’ho letto con poca empatia. Alla fine, resta un libro disomogeneo, bello a metà, che non riesco a premiare come quelli della serie di Ricciardi o dei Bastardi. Dolce la copertina.
"Mentre prendeva posto, Massimo desiderò che per una volta la logica gli desse tregua e gli consentisse di credere che, per qualche oscura via della fisica non ancora definita in nessuno studio sperimentale, Maddalena potesse accogliere Cristina." Massimo è un professore di matematica in pensione. Maddalena era sua moglie, una malattia di quelle che non lasciano scampo se l'è presa prematuramente. Cristina invece era la figlia di Massimo: sposata e madre di Petrini Francesco detto Checco, di nove anni e attualmente in terapia intensiva. Sì, perché il telefono di Massimo ha cambiato l'abitudinario svolgersi dei suoi giorni a Procida, fra pesca e silenzi. Sua figlia ha avuto un incidente d'auto con suo marito e il figlio. Solo il nipote di Massimo è sopravvissuto ma ora si trova in quella terra sospesa fra vita e morte. Massimo lascia la sua isola e va al nord, a fare i conti con ciò che è stato, con i rimpianti del passato e le incertezze del presente. Si trova suo malgrado a subire una situazione che non si è scelto, deve mettere da parte l'egoismo e l'asocialità che lo hanno sempre contraddistinto e questo gli provoca disagio e fastidio. Pian piano saprà trovare dentro di sé la giusta indicazione, saprà riscrivere le sue priorità e anche guardare con più attenzione alle vite degli altri, quelle che aveva scelto di lasciare al margine e che sembrano invece necessitare di una maggiore indagine. Perché forse le cose non sono andate proprio come sembra. Un personaggio complesso e intimamente sincero, anche quando rivela particolari scomodi, una storia di sentimenti, interessi e riscatto, fanno di questo romanzo di De Giovanni una lettura gradevole e coinvolgente.
Non appena ho aperto il nuovo libro di Maurizio De Giovanni, L'equazione del cuore, e ho visto nella dedica la formula (δ+m)ψ = 0 ho sentito subito la necessità di scoprire a cosa si riferisse. Essa è l'equazione forse più famosa di Dirac e significa che: “Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma in qualche modo, diventano un unico sistema. (Fonte). Non ho mai amato la matematica. I numeri si accavallano nella mia testa e compiono evoluzioni che difficilmente riesco a controllare, lontana dal protagonista di questa storia, Massimo, che con i numeri ci vive. Massimo è un professore di matematica in pensione che vive su un'isoletta nel golfo di Napoli. La sua è un'esistenza ritirata e solitaria e quel luogo concilia la sua necessità di chiudere il mondo fuori, soprattutto da quando la moglie è venuta a mancare molti anni prima. Un carattere spigoloso e poco loquace, acuito dalla perdita e da quella solitudine che coccole come sua nuova compagna. Gli unici legami rimasti sono una figlia e un nipote che vivono però in una cittadina del Nord. Una telefonata nella notte squarcia il regolare trascorrere della vita di Massimo: la figlia ha avuto un incidente ed è deceduta insieme al marito. Unico superstite dell'incidente è Francesco, detto Checco, il piccolo nipote di nove anni. Da quando ha appreso al notizia, Massimo è come se si fosse sdoppiato in più parti, tutte dotate di vita propria e intente a cercare di razionalizzare quello che è accaduto. I suoi numeri tentano di riportare la realtà ad un luogo sicuro, ma un'altra parte di sè, quella che non è abituato ad ascoltare e gestire, che ha soppresso come meccanismo di difesa nei confronti della perdita, tenta di emergere e soffocarlo. A lui il compito di affrontare quel piccoletto che giace nel letto di un ospedale, sospeso tra questo e l'altro mondo. Ma cosa ne sa lui di Francesco, della sua vita, di quella della figlia Cristina? Poche occasioni di stare insieme, occasioni mancate che non ci saranno più. E se, per recuperare il rapporto con Cristina non c'è più tempo, forse per lui e il nipote non è ancora tutto perduto. Come sempre, saranno i suoi amati numeri ad aiutarlo nel dialogo intimistico con il nipote, a tenerlo attaccato ad una lenza invisibile, come un pesciolino che lotta per rimanere in vita.
Massimo è un protagonista che va spogliato di ogni suo strato per essere compreso a fondo, e l'autore compie una parabola eccezionale nel descrivere la sua ri-apertura al mondo, proprio nel momento in cui il dolore per la perdita lo fa richiudere nei vecchi meccanismi protettivi, in quella gabbia creata dalla sua passione per i numeri, dove tutto ha un senso, una logica, una sequenza prestabilita, un ordine. Ma l'amore non è un'equazione che si può risolvere, troppe sono le variabili e le incognite.
Il rimpianto suona sempre stupido, soprattutto quando non hai scelta. Si può rimpiangere di aver percorso una strada sbagliata solo se avevi davvero un’alternativa, se transitando per un incrocio hai dovuto preferire una via all’altra. Per lui non era stato così. E non si era mai voltato indietro. Era tanto biasimevole essersi rimesso a studiare, quando si era ritrovato solo? Era così terribile aver pensato di ritrovare quella parte di sé a cui aveva rinunciato?
Gli effetti raccontano le cause, e quando era insorta la variabile sbagliata, quella che aveva comportato la situazione in cui Checco si trovava adesso, in bilico tra la vita, la morte e un’esistenza senza dignità, lui non c’era. Lui pescava, calcolando il moto ondoso e le evoluzioni dei banchi di pesce azzurro.
Atmosfere oniriche e descrizioni di sentimenti intensi, oscuri, rabbiosi e colpevoli. Ho trovato che Maurizio De Giovanni abbia usato parole bellissime per descrivere quest'uomo che si è chiuso in una controllata monotonia, scandita da numeri e sensi di colpa. Sono tanti gli incubi che lo tormentano e la moglie, la cui presenza sente costante è come una proiezione del suo subconscio, il quale più tenta di dimenticare, allontanando affetti e ricordi, più spinge per venire alla luce. Si entra in punta di piedi nella vita di un uomo burbero e un passo alla volta, con pazienza, al pari di chi si siede a pescare e aspetta che un pesce abbocchi, si scopre il suo cuore, l'essenza tristemente umana fatta di paure e incertezze. Lontano dal noir e dal giallo investigativo a cui l'autore ci ha abituati, ma non privo di elementi mystery, con L'equazione del cuore, Maurizio De Giovanni si cimenta in una prova d'autore in cui mette a nudo i sentimenti e ogni loro sfaccettatura. Questo è un romanzo che parla dell'amore, quello che urla ma non riesce a trovare le parole per venir fuori, l'amore per una compagna perduta, per un padre nei confronti di una figlia e per un nipote.
Non sarà facile recensire il maestro De Giovanni. E quindi con umiltà cercherò non di indossare i pomposi e cattedratici panni del recensore, quanto quelli del lettore appassionato che con rispetto, devozione e un pizzico di superba convinzione si approccia la suo autore preferito, al suo mito e al suo vate. E De Giovanni è un po' tutto questo. Figurarsi se io banale misera e umile lettrice posso dire qualcosa persino di critico su un autore di tale calibro. Scordatevelo. Sicuramente il testo in questione è una nota differente di una musica ascoltata e riascoltata. Di De Giovanni amo lo spirito noir che introduce nello schema del giallo “tradizionale” rendendo i suoi libri, ovviamente anticonformisti senza che questo osare ci dia fastidio, stoni o venga addirittura percepito. E questo suo stile si riversa anche in questo che possiamo definire una sorta di zona X tra generi che poi tanto differenti non sono: la narrativa e ovviamente il mistery. La narrativa si occupa di vita e la vita, rassegnamoci è il mistero per eccellenza. Un calmo mare agitato da onde poco prevedibili chiamate uomini, decisi a costruire la loro città magica, il loro mondo segreto, la loro R’yleh cosi grottesca eppure perfettamente logica. E anche con de Giovanni abbiamo piazzato un grande antico. Quindi l’equazione del cuore principalmente si occupa dell’uomo, ma di uno specifico uomo che per convenienza chiameremo borghese. Ricco, florido eppure proprio a causa di tale prosperità incatenato in una rete di convenzioni e di compromessi sottili ma tenaci, come catene invisibili ma di quel metallo indistruttibile che si trova solo nei sogni. Ma il benessere nasce anche da una sorta di tacita accettazione della gerarchia e dal bisogno di un leader capace di decidere al posto nostro. Questo è lo scenario dove il dramma si svolge. Perché quando incontriamo tale benessere, questo idilliaco posto questo sole radioso per ironia della sorte sappiamo che, prima o poi, dopo il tramonto arriverà lei, la luna, l’oscurità e quindi il tetro inchiostro che gronda sulle anime. E sapere il compagno perfetto per il vivere “borghese”? La noia. E dalla noia scaturiscono una serie di azioni e retroazioni non sempre dalla conseguenze positive. Si osa. Di cerca di distinguersi in ogni modo, di cerca quel sorso di vita che, il tedio cosi ben descritto da baudelaire ci strappa con ferocia. L’equazione del cuore si incastra proprio in questo tedio che getta una strana luce su questa realtà conosciuta e vissuta fino a illuminare una comunità affatto capace di mostrare i propri legami, legami che uniscono e danno un senso all’agglomerato urbano di turno. Solidarietà contadina spazzata via dalla chimera del dio pecunia. Empatia uccisa dalla volontà di essere venerati. La compassione che si può contare in denaro sonante. Questi sono i tentacoli ( E di nuovo cado nella suggestione lovecraftiana) che emergono una volta messo piede in quella gelida realtà, resa ancora più acuta e pesante dalla comparsa improvvisa e disturbante del professore. Proprio cosi, disturbante. Per quella sua alterità di fronte alla costante recita che serpeggia e occhieggia maliziosa. Alieno di fronte alle convenzioni sociali e al “si dovrebbe”. Alieno persino alla modalità standardizzata con cui ci si deve approcciare al dolore. Alieno in quel suo silente e logico approccio alla vita e alla ricerca della verità incisa in profondità in ogni evento. Ed è questa sua alterità che non è in fondo cupa, ne gelida che fa risaltare un ambiente cosi perfetto e ce lo mostra in tutta la sua grottesca distorsione. Massimo è colui che restituisce coerenza a ogni variabile impazzita e decisa a scappare fuori dallo schema, fino ad arrivare alla definizione dell’equazione perfetta che posso solo sintetizzare prendendo a prestito il napoletano: Stamm tutt quant sott o' stess ciel De Giovanni apre discorsi diversi ma riesce a intrecciarli in un arazzo dalle tinte diverse, bellezza, poesia, dolore, rabbia, delusione, ipocrisia e amore, lasciandoci in sospeso com’è giusto che sia. Perché non è importante la fine. E’ importante l'equazione del cuore. E quale esse sia, lo dovrete scoprire leggendo questo incredibile libro.
Aspettative altissime, appena visto in libreria non ci ho pensato due volte. Ho iniziato a leggerlo e per ben 100 pagine ho aspettato che succedesse qualcosa, ma in realtà era completamente piatto. Poi un bagliore di speranza. A mano a mano che andavo avanti mi entusiasmava. Mi chiedevo sempre di più come poteva mancare così poco alla fine e non poter quadrare ancora così tante cose. L'ho appena finito e un senso di delusione ora mi sta riempendo. Questo libro è incompleto, sono 10 minuti che lo penso e mi provoca un certo fastidio. Non solo per il finale, che lascia l'opportunità di un nuovo libro, ma proprio in generale. Alcune parti non sono per niente approfondite, quasi superficiali e sono rimasta tanto delusa perché avevo delle aspettative stratosferiche da come me ne parlavano. Lato positivo: i pensieri di Massimo e la matematica come filo conduttore. Per il resto forse non lo rileggerei.
This entire review has been hidden because of spoilers.
Se escludiamo la fine questo libro mi é piaciuto e l'ho letto in una serata. La storia é piuttosto complessa rispetto a quanto scritto sulla quarta di copertina ed é ben raccontata. Come al solito io e de Giovanni abbiamo un contenzioso aperto sui suoi finali, che ultimamente fanno uno piú schifo dell'altro, ma questa é naturalmente solo la mia opinione e non deve essere per forza condivisa.
***1/2 Non c'è che dire: un gran maestro di penna! Appena ero arrivata a dire che alla fine mi aveva stancato, con un colpo di reni tira fuori il prof pescatore dal cappello! Che dire? Il mestiere conta...
"Pensò a Cristina, e si chiese se, davanti a quella tranquilla campagna, fosse mai stata toccata dalla malinconia, se il biancore accecante le avesse mai rammentato il blu accecante del suo mare. Il bianco della neve, il blu del grande mare. Fra l’una e l’altra visione chissà se aveva mai sentito l’elastico del rimpianto, della terra che aveva lasciato." - quello che chiedevo sempre io a mia mamma: ma come hai fatto a lasciare il sapore del sale?
"Perché l’equazione di Dirac, attraverso i simboli che la compongono, dice questo: se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma diventano un unico sistema.
Mi senti, signor pesciolino? Se mi senti, capisci questo: due sistemi, come per esempio due persone, o due anime, o due mondi, se entrano in contatto, per sempre, finché esisteranno, risentiranno l’uno dell’altro."
Sarebbe 3.5 ma non me la sono sentita di dare quattro stelle ad un libro del genere. Non mi fraintendete, questo libro mi è piaciuto e se non avessi dovuto lavorare probabilmente in massimo due giorni l’avrei finito perché, come è stato per “il senso del dolore”, la scrittura di De Giovanni vi trascina fino all’ultima pagina del libro. Un finale come questo, tuttavia, non può che far perdere punteggio: la storia gira intorno alla condizione di Checco, a Checco bambino, a Checco ereditario. E poi non mi dici chiaramente cosa succede?
Avevo appena finito un libro sul commissario Riccardi che mi era molto piaciuto e nel GDL, di cui faccio parte, arriva questo. L'ho iniziato con entusiasmo e ho continuato a leggerlo con lo stesso spirito alla ricerca delle stesse emozioni... Ma niente... Non mi è arrivato niente! E la delusione agli ultimi capitoli è stata tanta. Oltretutto è ambientato nella mia pianura e la descrizione è fastidiosamente stereotipata. I personaggi sono vuoti, soprattutto questo nonno, un matematico così brillante e calcolatore e egoista o menefreghista (dipende dai punti di vista) che in tutta la sua carriera e studi non aveva capito l'equazione di Dirac?? Bocciato!
De Giovanni si cimenta con una opera, un romanzo molto diverso dai precedenti e le solite inchieste. Permette di far conoscere ai suoi lettori la figura di Massimo, un uomo burbero, taciturno e solitario, un padre "chiuso nel suo mondo di numeri e di mare". Un ex professore di matematica che, proprio per deformazione professionale, ha seguito sempre la logica e razionalità dei numeri mettendo da parte i sentimenti e il cuore, il che spiega i rapporti pressoché inesistenti con la figlia. Purtroppo, la vita lo metterà a dura prova e dovrà compiere una equazione difficile per far quadrare i suoi conti e cercare di andare al di là per puntare all'essenziale. Dovrà far sì che il nipote (in lotta tra la vita è la morte) si attacchi all'amo con l'esca della vita per non lasciarla andare, proprio come ha fatto Massimo con i suoi affetti.
Il professor Massimo, che di Gaudio ha solo il cognome è un uomo schivo, taciturno. Ex insegnante di matematica, vive in solitudine sull'isola di Procida, pescando, "chiuso nel suo mondo di numeri e di mare". In un incidente d'auto muoiono la figlia e il genero, ricco e potente industriale di Cremona. Di fronte al letto in cui giace in coma Checco, il nipotino di nove anni, lui deve trovare le risposte, capire cosa è successo, riuscire a "ripescarti dal tuo mondo fatto di buio e di silenzio". Lui che ha sempre usato poco le parole prova allora ad usare i numeri, ricostruire i fatti tramite un'equazione che è quella del cuore. È un romanzo ricco di opposti, di contrasti che fanno riflettere: la ricchezza contro la solitudine, il cercare dentro di sé l’amore che un padre dovrebbe provare e l'amore incondizionato di chi invece madre non è potuta essere, la vita sull'isola e la vita in città. Mentre per tutti è l'uomo che ha voluto rintanarsi nella solitudine di un'isola lui la descrive come un luogo in cui ci si abitua "al colore, alla musica delle cose, al calore del sole, un luogo che per oltre 10 mesi all'anno consentiva di stare per strada immersi fino all'eccesso nei suoni, nelle voci, nel trambusto di negozi e caffè aperti anche di notte." E anche chi ci abita ha un'idea diversa della vita di città: "lei non può sapere dei pomeriggi di qui. Sulla sua isola non faccio fatica a immaginare il sole che cala sul mare, l'aria morbida e leggera che porta sale e sapori lontani, i gabbiani e magari la sabbia alzata dal vento, che pizzica sulle guance. Qui c'è solo luce che si perde e freddo che si avvicina, promesse di notte che sanno di morte."
Ma allora quale è la realtà? Cosa è successo quella notte e chi era realmente sua figlia?
Dopo le prima pagine che servono a introdurre il protagonista, Massimo, come un uomo con una personalità fredda e distaccata dal resto del mondo, il racconto esplode in una vicenda carica di dolore. Un po’ come avviene nella vita reale, da un momento all’altro la quotidianità viene stravolta da una tragedia. Seguono così pagine cariche di dolore con una intensità emotiva talora difficile da digerire. Tuttavia a un certo punto, il libro subisce una svolta e accanto alla situazione tragica, che viene accettata come una nuova realtà, si sviluppa una sorta di thriller in cui il protagonista cerca di comprendere le cause dell’incidente.
Letto tutto d'un fiato, perché non riuscivo davvero a capire cosa fosse successo e avevo bisogno di leggere la verità... Protagonista che esce dagli schemi, all'inizio freddo e distaccato, poi determinato a scoprire la verità. Massimo è difficile da capire, così come è impossibile comprendere la sua totale assenza di tristezza all'inizio. Poi però ci si affeziona, si cerca di capire come ragiona, quali sono le sue spinte interiori e lo si compatisce, lo si perdona, gli si vuole anche un po' bene. La fine è vero, lascia un po' sospesi e non me l'aspettavo, ma forse questa è un'equazione che deve ancora essere trovata... E sta a noi immaginarne la soluzione!
Indecisa tra 3 e 4 stelle perché lo stile è piacevole e il personaggio del professore, seppure freddo e distaccato, mi è piaciuto molto ma il finale mi ha lasciata con l'amaro in bocca, sia l'ultimissima pagina che per i miei gusti utilizza una tecnica narrativa pigra, sia per la soluzione del mistero e il modo in cui questa viene trattata.
Sarebbe interessante, per ogni libro che si legge che sia degno di nota, riuscire a fare anche brevemente quattro chiacchiere con l’autore: sentire la sua viva voce, scoprire da cosa hanno avuto origine certe idee e certi elementi che ci ritroviamo a incontrare all’interno del suo lavoro. Per “L’equazione del cuore” di Maurizio De Giovanni ho avuto questa fortuna, essendo lui venuto in un liceo classico della mia città per una presentazione (molto riuscita per diversi motivi, devo dire, e anche per merito dell’autore stesso). Ora, io non sono un lettore assiduo di Maurizio De Giovanni, oltre questo romanzo ho letto di suo soltanto “Il resto della settimana”, che a sua volta mi era piaciuto molto perché incentrato su come Napoli vive la passione per il calcio, cosa che mi tocca molto da vicino. Devo dire tuttavia che non mi sono accostato (almeno non ancora) alle sue serie più famose, quella dei Bastardi di Pizzofalcone e del Commissario Ricciardi, per la mia difficoltà a impegnarmi a seguire assiduamente una serie letteraria; ricordo ancora il fallimento disastroso con “La torre nera” di King, che poi non mi era nemmeno dispiaciuto. Devo dire, tuttavia, che De Giovanni ha le qualità dello scrittore di valore a cui forse la produzione seriale sta un po’ stretta e che inoltre, come lui stesso ha ammesso, soffre del pregiudizio da sempre riservato agli scrittori di genere: l’indifferenza della critica. Questo è un male che andrebbe estirpato e che getta ombre su opere letterarie di enorme valore, come quelle prodotte da un Ray Bradbury e da uno Stephen King, che pure hanno prodotto capolavori come “Cronache Marziane” e “Il miglio verde”. Un male che, da scrittore ancora accidentato, mi tocca da vicino. Mi sto dilungando, ma questo è segno di come lo stimolante confronto con un autore possa aprire a riflessioni molto ampie. La trama de “L’equazione del cuore” si focalizza sul personaggio di Massimo De Gaudio, insegnante di matematica in pensione che alla matematica ha dedicato tutto sé stesso, e che per mezzo della matematica giudica tutto il mondo intorno a lui. Massimo è un uomo freddo, distaccato, che ha perso presto sua moglie e ha lasciato che sua figlia si trasferisse molto lontano senza opporre poi una grande resistenza, limitandosi alla “chiamata della domenica” e accontentandosi dell’ormai vuoto “tutto bene” dato in risposta all’altrettanto vuoto “come va?”. Sarà un evento tragico a mettere in discussione nuovamente tutta la vita di Massimo, che si ritroverà costretto a fare i conti con sé stesso, col suo passato, col suo modo di relazionarsi col mondo e coi suoi affetti: in particolare col suo nipotino Checco, che vede in lui un punto di riferimento nonostante la sua lontananza e la sua freddezza. “L’equazione del cuore” è un romanzo piacevole, interessante, che può occuparvi piacevolmente un paio di giornate. Non sarà un capolavoro, ma posso dire che ci dà indicazione di quanto De Giovanni possa aspirare a qualcosa di più; che abbia in sé le capacità per staccarsi di dosso l’etichetta di autore di genere e passare a uno step successivo… sebbene la cosa più giusta sarebbe che il mondo smettesse di affibbiare un'etichetta agli autori di genere, valutandoli senza pregiudizi e ammettendo finalmente che l’appartenenza a un genere non debba necessariamente intaccare il giudizio sulla “letterarietà” di un’opera. “L’equazione del cuore” mantiene l’impronta giallistica: c’è sempre un mistero da risolvere, delle morti sospette, qualcosa che deve tenere il lettore incollato alle pagine, ma come dico sempre la vera bravura di un’autore sta nel coniugare intrattenimento e riflessione, divertimento e poesia. Questa è, come intuiva Calvino, la direzione che dovrebbe prendere la letteratura nel nuovo millennio: i lettori cambiano e devono cambiare necessariamente anche gli scrittori: lo ha capito King, lo hanno capito gli sceneggiatori come Jonathan Nolan, lo ha probabilmente capito De Giovanni, che forse deve armarsi di coraggio e mettere in stand by per un po’ le produzioni seriali, imporsi con gli editori, e cercare un’altra strada che non è detto debba essere completamente nuova, ma possa arricchirsi di nuovi elementi di valore.
“Se mi senti, capisci questo: due sistemi, come per esempio due persone, o due anime, o due mondi, se entrano in contatto, per sempre, finché esisteranno, risentiranno l'uno dell'altro. Potremmo dire che questa scoperta, fatta da un solitario e silenzioso ragazzo nel secolo scorso, sia l'equazione che ci racconta. Potremmo proprio dirlo.”
Purtroppo non mi è piaciuto. Non sono riuscita a capire la storia e il senso di scriverla. Nelle dichiarazioni De Giovanni dice che è una storia che porta dentro da dieci anni eppure sembra scritta frettolosamente. Alcuni semini buttati li ma non coltivati e fatti germogliare. Mi dispiace veramente tanto.
Un ex professore di matematica, ora pescatore è felice di vivere isolato pensando alle teorie matematiche che ha studiato per una vita. La figlia e il nipotino vivono in una città del nord e li frequenta poco, fino a quando riceve una chiamata che lo costringe ad allontanarsi dalla sua amata solitudine.
La storia potrebbe essere interessante però non si capisce se è importante risolvere il "mistero" o alla fine nin importa perché il dato di fatto non cambia e Massimo deve decidere se fare o meno il nonno. I personaggi sono solo abbozzati, il pescatore un po' di più ma risulta freddo e distaccato. La distanza fisica non implica una distanza affettiva ma in questo caso i chilometri tra nonno e nipote e figlia potrebbero anche non esserci, la situazione sarebbe stata la stessa. Gli altri personaggi sono troppo schematici e rientrano in cliché predefiniti. Anche per descrivere i morti sarebbe stato bello qualche flashback e portare episodi specifici invece del racconto piatto di altri personaggi. La città del nord con nebbia e neve e l'isola del sud con mare, caldo e cielo azzurro è troppo semplice. E poi le incongruenze: la città del nord fredda dentro e solitaria...il pescatore che è andato sull'isola per stare in solotudine però poi l'isola rappresenta anche l'allegria e accoglienza del sud (ma solo nelle parti più turistiche)...
Lo svolgimento si intuisce quasi subito se si conoscono le tematiche di De Giovanni ma quello può anche andare bene, non l'ho mai letto per i misteri articolati. Il problema è che questo libro non emoziona, è piatto e la sensazione che sia stato scritto per consegnare qualcosa aleggia sullo scritto. E poi dai, va bene l'equazione di Dirac ma un vero disico no l'avrebbe mai interpretata così.
Libro molto metaforico / matematico. Molto bello e con scrittura molto fluida, molto belli i paragoni e le metafore con l’utilizzo costante della matematica dello scrittore. Molto bello, il finale lascia un po’ perplessi, ma andando poi alla ricerca del “sarà vivo o sarà morto?”, si capisce la risposta dalla formula matematica della prima pagina e leggendo tra le righe il pescatore dice al “pesciolino” : “Tu ed io siamo lo stesso sistema perché se muori devo per forza morire anch’io . Senza la mia bambina che ho lasciato andare pensando che non avesse bisogno dime, senza la donna che ho amato e che ho perduto , l’unico sistema con cui sono in contatto sei tu che nuoti nel buio”. Per cui…se anche De Giovanni ci lascia un finale come “incompleto”, dalle motivazioni e dalla soluzione matematica dell’equazione del cuore, ci si da una risposta : Checco abboccherà nei sogni del nonno la lenza e la telefonata di Alba sarà una telefonata di gioia e non di dolore : Checco si è risvegliato.
This entire review has been hidden because of spoilers.
Questo libro “vibra”. Viaggia nei sentimenti, tra i numeri, nelle pieghe dei silenzi, dei non detti. Dei legami flebili, a volte delicati, ma indissolubili, come quello tra un padre e una figlia, di un nonno e di un nipote. Viaggia nelle linee sottili che legano vita e morte, odio e amore, sentimento e indifferenza, a metà strada tra il freddo gelido della neve e il calore di una parola tra tanti “cicalii” meccanici di una vita in bilico. Viaggia persino tra i “freddi” numeri, riuscendo a trovare la formula giusta, un’equazione. Quella del cuore. Credo che De Giovanni si sia superato. In queste pagine ci sono tutte le vibrazioni del cuore.
Quando questo libro era in tutte le librerie e molti ne parlavano io ho letto solo la trama e mi sono riservata il tempo di metabolizzare, di riuscire a leggere un Maurizio De Giovanni diverso da quello a cui sono abituata e non mi sono voluta discostare dalla mia idea di uno scrittore che scrive libri gialli in modo impeccabile e che tanto mi piacciono, e non volevo accostare il suo nome ad un genere letterario differente. Ora dopo aver letto questo romanzo posso dire di aver sbagliato, di aver perso del tempo, di aver confinato uno scrittore in una zona specifica come se non fosse in grado di scrivere altro se non di morti ammazzati e di indagini, invece ho scoperto la delicatezza e la forza in questo personaggio, in un uomo burbero che vuole solo tornare nella sua isola e fare finta di niente, ma tutto intorno a sé è cambiato per sempre, il suo piccolo nipote è in coma e sua figlia non l'ha mai conosciuta realmente, ma ora è troppo tardi, ora è morta e ha disperatamente bisogno di capire com'era, come vivevain una città del nord così lontana dalla sua terra natia, cosa pensava, quali i suoi sogni, desideri. Massimo De Gaudio è un professore di matematica in pensione che ora si gode la sua passione per la pesca e può riprendere ad approfondire i suoi vecchi studi, ormai vedovo non ha io confronto e il supporto della moglie e con sua figlia Cristina ci sono solo telefonate e qualche sporadica visita in cui può stare con Francesco il nipotino. Massimo dopo aver ricevuto la telefonata che lo avvisa della morte della figlia e del genero a causa di un incidente automobilistico e la sopravvivenza del nipotino anche se in coma, è costretto ad andare al nord perché Francesco ora ha solo lui. Massimo vuole tornare nella sua isola, non conosce quel bambino, non conosceva bene neanche sua figlia, è sempre stato di poche parole, non si è mai lasciato andare a smancerie e ad un affetto che non voleva dimostrare perché a suo dire inutile, tanto prima di pensava sua moglie, ma lui non ha mai provato a fare un passo per andare incontro a Francesco e Cristina, non ha mai parlato a sua figlia come farebbe un genitore premuroso, perfino a telefono erano solo frasi di circostanza e spesso non ascoltava davvero ciò che la figlia gli diceva. Ora deve guardare negli occhi la realtà, il piccolo nipotino è in un letto di ospedale, non si sa se si sveglierà, sa solo che la tata non lo vuole lasciare solo, che non vuole che vengano spente le macchine a cui è attaccato, non vuole che ci si arrenda, perché quel bambino lei lo ha visto crescere, lei gli è stata vicina e non come suo nonno di cui Francesco parlava come se fosse un eroe, ma nella realtà non si è mai preoccupato neanche di andarlo a trovare una volta. Intorno all'uomo girano gli avvoltoi, coloro che vogliono i soldi perché il genero era molto ricco e sanno che l'unico erede sarà il bambino e pensano di dover trattare con ossequio quel vecchio burbero e strano perché è l'unico parente, ma a Massino non interessano i soldi, vuole scoprire cosa sia successo davvero in quell'incidente, vuole scoprire se la pulce nell'orecchio messagli da un poliziotto sia qualcosa di reale o solo un pacato sospetto. Scopre cose che non sapeva, scopre di non aver mai conosciuto davvero Cristina, scopre che la figlia aveva una vita differente da quella che lui si immaginava e in questo percorso a ritroso nel tempo impara a sentire il suo cuore, impara a sentire il cuore di coloro che gli stanno attorno, impara a sgretolare il dolore e a riempirsi i polmoni di quell'affetto che richiede forza, coraggio, lacrime e amore. Un libro commovente, un libro che mi ha piacevolmente sorpresa anche se il finale mi ha fatta davvero indispettire e arrabbiare.
Con questo romanzo Maurizio De Giovanni sorprende i suoi lettori uscendo dalla abituale ambientazione poliziesca per cimentarsi in una narrazione più rivolta verso i sentimenti. Che poi, a pensarci bene, il confine tra questi due mondi non è poi così netto come sembra; come le storie del Commissario Ricciardi o dei Bastardi di Pizzofalcone, come ben sa chi le ha lette, penetrano a fondo nell'intimo dei personaggi mettendone a nudo passioni e fragilità, così in "L'equazione del cuore" è decisamente presente un elemento investigativo con lo scopo di arrivare ad una verità nascosta.
Massimo De Gaudio è un insegnante in pensione, vedovo, che ha deciso di vivere l'ultima fase della sua vita in solitudine, in una piccola ed isolata località dell'isola di Procida. La sua vita procede tra il mare, la cura della casa, la matematica e qualche lettura. Massimo ha una figlia, Cristina, che vive al Nord, in una non meglio specificata cittadina della pianura padana. E' sposata e ha un figlio, Francesco detto Checco. Massimo li vede poco, solo d'estate quando la figlia viene a trascorrere le vacanze sull'isola. Durante il resto dell'anno l'interessamento reciproco si limita a qualche telefonata dettata più dal senso del dovere che da un amore sincero. Ma a tutti sembra andar bene così. Poi, una notte, Massimo riceve la notizia che figlia e genero sono morti in un incidente stradale e che il piccolo Checco è in coma e lotta tra la vita e la morte. La prima reazione è in realtà doppia: da una parte si fanno largo in lui una serie di ricordi, ma dall'altro emerge una innaturale freddezza alla notizia, come se fosse morto un conoscente e non una figlia. Ed è solo per dovere che decide di partire, col pensiero però già rivolto al momento di tornarsene a casa, il prima possibile, una volta assolti i suoi compiti. Non sa invece che la sua vita, il suo modo di intendere i rapporti personali e gli affetti, cambieranno radicalmente. Arrivato in città è accolto da una deferenza quasi generale in quanto unico potenziale erede di un patrimonio economico, quello del genero, che fornisce lavoro a molte persone in città, compresi i sanitari che hanno in cura il piccolo Checco. Ma in alcuni incontri questo ossequio non si manifesta, anzi sembra esserci quasi ostilità. Soprattutto quando conosce Alba, la babysitter del bambino. Massimo capirà col tempo che Alba è l'unica persona che prova per Checco un amore sincero, maggiore anche del suo. E questo inizierà a farlo vacillare. Egli prende coscienza che le cose non sono quelle che sembrano. E più cresce la consapevolezza di dover capire più aumenta il suo coinvolgimento emotivo che lo porta a parlare al nipote in coma nei momenti in cui resta solo con lui. Sono questi i momenti più intensi del romanzo: quando Massimo si ritrova da solo davanti al nipote, o meglio davanti al suo corpo. Ed è come essere davanti alla propria coscienza. E' lì che gli spiega che l'ordine apparente delle cose nasconde in realtà un disordine sottostante che lui vuole scoprire. Perché è questo che fa un matematico: non mettere ordine bensì descrivere ordinatamente il disordine. L'ordine e la regolarità significano morte, il disordine e l'irregolarità sono invece vita. E quando alla fine il quadro gli sarà chiaro, da buon matematico utilizzerà l'equazione di Dirac per descriverlo. L’equazione di Dirac, scoperta nel 1928 dal matematico inglese da cui prende il nome, sostiene che se due sistemi entrano in contatto e poi vengono separati, risentiranno per sempre l’uno dell’altro, perché dal momento in cui sono stati in contatto, non potranno essere più considerati due sistemi distinti. E questo vale per ogni sistema. Massimo è un sistema, Checco è un sistema, Cristina è un sistema... E Massimo, che credeva di meritare la vita che si era ritagliato, fatta di mare, di solitudine, di numeri scopre che ciò non è possibile.
Mentre leggevo il libro mi veniva in mente una citazione da Mia Famiglia, un'opera di Eduardo De Filippo. Nel secondo atto il protagonista, Alberto Stigliano, rivolto al figlio coinvolto in una storia delittuosa, afferma: "Hai capito? Sei rimasto con le mani dentro? Ti sei reso conto che quando in famiglia c’è uno che cade, si trascina appresso tutti quanti?" Ed è veramente notevole la capacità di De Giovanni di far toccare con mano al lettore la radicale trasformazione del personaggio Massimo lungo tutta la narrazione. All'inizio troviamo un uomo scontroso, dal carattere insopportabile e ne proviamo anche una giustificata antipatia. Ma poi non possiamo che riconciliarci con lui, con la sua tenacia, con la sua scoperta di essere ancora in grado di provare delle emozioni, di avere un cuore pulsante.
Una curiosità: è la prima volta che De Giovanni ambienta una storia in una città diversa dalla sua Napoli. Addirittura al Nord, dove ha luogo la gran parte degli eventi.
Citazione "Scopro di avere un senso, e c’è una bellezza struggente in questa scoperta, perché quel senso sei tu. Il mio dolcissimo nipotino, aggrappato all’amo con cui spero di tirarti fuori da questo orribile mare."
“Io sono Petrini Francesco di anni nove, signor pescatore. Detto Checco” In questa frase c’è l’essenza del libro, un pescatore Massimo che si è ritirato a Procida, lui professore di matematica, a chi piace il silenzio, la solitudine, quasi un orso, vive da solo, la sua amata moglie è morta e la figlia si è trasferita in una piccola città, lontano dal mare nel nord Italia. Un padre solitario chiuso in se stesso, una figlia lontana e un nipote che ama quel nonno pescatore così lontano. Un padre svegliato dal suono del telefono, una notizia terribile Cristina non c’è più un brutto incidente in macchina ha portato via i genitori a Checco il “pesciolino” è l'unico superstite ed è in coma, Massimo l’uomo solitario è l’unico famigliare. Il pescatore pensa che bastano un paio di giorni, i funerali e poi via il ritorno alla sua amata isola, ma mai fare i conti senza l’oste. Una figlia anche se vive lontano è sempre una parte di te anche se sembra che non senti nulla il dolore si fa spazio, quando ti rendo conto che quella figlia tu non la conosci, e questo accade a Massimo, che ora vuole sapere la verità, vuole comprendere la sua mente matematica ne ha bisogno per sistemare il caos, ma forse il disordine è vita, e lo deve a Francesco che è lì intubato con tutte le macchine che lo tengono in vita. Massimo può solo parlare con lui, anche se non lo può sentire, ma forse Checca lo sente, nel suo mondo ovattato riesce a sentire la voce del suo pescatore. Un finale che mi ha spiazzata, avrei voluto un capitolo in più, non ero pronta a lasciare andare Massimo, un personaggio che mi ha stregato il cuore. Se ne faranno un film, Gassman è l’attore perfetto per il professore chissà, forse proprio lui può sorprenderci. Io amo questa autore, ho letto tutta la serie del commissario Ricciardi, questo per dire che mi piace molto la sua scrittura, la trovo scorrevole e coinvolgente, amo le sue descrizioni delle emozioni, su questo libro sono tante, perché è una storia d’amore un amore immenso, un ritorno all’emozione di chi le ha congelate. Un libro che consiglio a chi vuole leggere un libro d’amore, di sentimenti , di un padre, di un nipote che deve essere difeso, un pesciolino che deve essere salvato, e il suo pescatore ha un nome ...il pescatore. Trovo che la cover è splendida ed è quella giusta, per questo libro.
Un libro con protagonista un professore di matematica mi incuriosisce di default. Un libro con l'equazione di Dirac in esergo mi innervosisce di default (No, l'equazione di Dirac non dice quella roba lì, si riferisce alle particelle, non al vostro primo amore degli anni del liceo).
Iniziamo proprio dal protagonista. E' credibile questo professore freddo e isolato? Sì, ma. La descrizione, onestamente, è più quella di un autistico ad alto funzionamento che quella di un matematico: calcola sempre, vede numeri ovunque, sostituisce alle emozioni i conteggi. Intendiamoci: un autistico ad alto funzionamento come descritto da un normotipo che ne abbia esperienza solo dagli articoli divulgativi dell'inserto Salute di un quotidiano. E quindi: insomma, mica tanto. E poi l'aspetto più affascinante di questa figura viene lasciato a metà: ha lasciato la ricerca per sposare la moglie che aspettava un bambino ed è andato a insegnare a scuola. Senza rimpianti, visto che amava la moglie. Tutto qua? E' questa tutta la traccia che una scelta così netta ha lasciato in lui? Un "senza rimpianti"? C'era spazio per fare di meglio.
Passiamo alla matematica. Bella l'idea di usarla come una specie di filo di sottofondo. Speravo un po' di meglio, però. Per me, quelle che usa l'autore, son cose un po' trite e ritrite. Lo so, lo so, per il lettore medio non lo sono, mi dovrei accontentare del fatto che queste, almeno, siano riuscite a filtrare nella letteratura. Diciamo che una sufficienza se l'è guadagnata.
Quello che mi ha lasciato perplesso è la struttura della storia, laddove mi aspettavo di avere a che fare con un giallista esperto e quindi con qualcosa di meglio. Invece proprio nell'aspetto delle meccaniche del plot il libro mi si sgonfia come un soufflé, le svolte della storia appaiono prevedibili, i personaggi abbastanza ingessati e tutto sommato non troppo interessanti, il ritmo sempre un po' lento, gli scenari sempre più scenografie di cartone che non coinvolgono mai troppo.
Intendiamoci, l'effetto gira-pagina è assicurato, l'ho letto in due giorni ed è stata una piacevole distrazione. Ma, francamente, a parità di ingredienti mi aspettavo un risultato finale decisamente più appetitoso.
This entire review has been hidden because of spoilers.
Questo libro è speciale. Non credo che esista un’altro come questo. Tutta la storia è magnifica. Mi è piaciuto molto vedere come il personaggio principale imparava a osservare i sentimenti che teneva. Questo non è un libro per qualcuno, onestamente. C’è molta filosofia e c’è questa connessione tra il mondo come lo conosciamo e un’alto mondo, diverso, spirituale magari.
Porterò le parole di Maurizio nel cuore e nella mente.
Assolutamente incredibile.
Alcune frasi:
“Sente nel cuore molti sentimenti, ma non saprebbe distinguerli l’uno dall’altro.”
“Ma penso, e glielo dico, che a volte il sentimento porta a imboccare vie che alla fine si rivelano più giuste di quelle che indica la ragione.”
“Tua nonna aveva ragione troppo spesso. Non l’hai mai conosciuta, è un peccato. Ti sarebbe piaciuta molto più di me.”
“E quindi io che dovrei fare? Restare qui a parlarti senza che tu mi possa ascoltare, senza nemmeno sapere cosa augurarmi, che ti svegli o no?”
“La regolarità è morte, l’irregolarità è vita.”
“L’irregolarità, il caos è vita, l’ordine e il silenzio sono morte.”
“Perché l’equazione di Dirac dice questo: se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma diventano un unico sistema.”
“La spiegazione, lo vedì, è rigorosamente matematica. È tutto nell’equazione di Dirac, l’equazione del cuore. Perché noi siamo profondamente connessi, e rigorosamente interdipendenti.”
“Tu e io siamo lo stesso sistema. Perciò oggi, in questa nossa prima chiacchierata senza i sedativi, mentre tu stai riemergendo dal buio, io ti chiedo per favore, se puoi, di non morire. Perché se muori, sai, devo per forza morire anch’io. Senza la mia bambina che ho lasciato andare pensando che non avesse bisogno di me, senza la donna che ho amato e che ho perduto, l’unico sistema con cui sono in contatto sei tu.”
Massimo è un uomo che ha sofferto, perdendo la donna della sua vita, si è rinchiuso in un bozzolo nel quale si rifugia per rivivere i ricordi ma anche per essere immune dal altri coinvolgimenti sentimentali, per non essere vittima di altro dolore.
Usa la matematica come una legge sicura a cui appigliarsi per giustificare ogni sua azione, ogni avvenimento che accade nella sua vita, una legge inconfutabile. E con freddezza e calcolo affronta anche la notizia dell’incidente in cui la figlia e il genere perdono la vita, lasciando orfano e in fin di vita il nipote Checco.
Un legame particolare tra Massimo e Checco, quasi freddo e distaccato, come se fosse inesistente, come se al primo non importasse del secondo, non ricambiasse l’affetto del piccolo.
Eppure ecco che torna quel ragionamento logico che deve portare ad un’unica soluzione.
Perché un’equazione deve dare un solo valore della variabile x. Anche lo stile della narrazione si adegua al carattere del suo personaggio. L’autore la lascia scorrere intoccabile, quasi allontanandosi da lui a ogni frase per mostrarlo al lettore nella sua complessità.
Addirittura lo lascia da solo, senza guida, nel corse delle sue indagini per scoprire la verità, solo con la sua matematica. Usando il ragionamento logico, Massimo osserva, pensa, fa ipotesi e le dimostra o le confuta, impara qualcosa di nuovo di un mondo di cui è completamente all’oscuro. E scoprirà non solo cosa o chi abbia posto fine prematuramente alla vita della figlia e del genero, ma anche se stesso e un legame più forte che va oltre la vita, oltre il dolore, oltre ogni logico ragionamento: l’amore per il nipotino Checco.
Il finale del romanzo è la personificazione di un’equazione: un solo valore possibile. Per scoprire quale sia, dovete leggere il libro.