La Fiera di Francoforte viene spesso raccontata – o meglio, immaginata – come una specie di festa mobile vagamente esoterica, dove, in un tintinnio di calici, e a volte in un fruscio di lenzuola, signore e signori molto lungimiranti decidono cosa il pubblico dovrà comprare e leggere (soprattutto comprare) nei dodici mesi successivi. Non è una rappresentazione completamente fittizia, ma per arrivare a un’immagine più convincente di questo strano mestiere, e del suo rito più fastoso, ci vogliono quelli che i militari americani chiamerebbero boots on the ground. Che qui il narratore indubbiamente indossa già partendo da Milano, o non sopravviverebbe alla telefonata hot con cui il suo compagno di viaggio, un fotografo con la singolare perversione di ritrarre solo scrittori, occupa per intero le sette ore di strada. E che non si toglie nemmeno durante una Buchmesse, se possibile, più convulsa di tante, dove la caccia a un improbabile bestseller si incrocia con l’inquietante apparizione di un agente che non avrebbe più dovuto essere in questo mondo – a meno che non sia tutta la rumorosa baracca a essersi inavvertitamente trasferita nell’altro. Non c’è molto da aggiungere, per un libro che è solo una commedia. Se non un’avvertenza: ogni riferimento a persone esistenti, o a fatti realmente accaduti, non è per niente, ma proprio per niente, casuale.
Nato a Genova nel 1960, milanese di adozione, da molti anni Matteo Codignola lavora per Adelphi, come editor e traduttore. Ha tradotto, fra gli altri, testi di Patrick McGrath, Mordecai Richler, Edward Gorey, Patrick Dennis, e John McPhee e curato la nuova edizione italiana delle opere di Ian Fleming. Ha pubblicato Un tentativo di balena (2008, con disegni di Roberto Abbiati), Mordecai (2010) e Vite brevi di tennisti eminenti (2018) con Adelphi e Un tocco di focaccia (2013) con Slow Food Editore. Collabora con Rivista Studio e Undici.
E' peggio che brutto, è irrilevante. Una serie di aneddoti raccontati con un tono che dovrebbe essere irridente (ma siamo lontani dai modelli di Tre uomini in barca di JKJ o di Il professore va al congresso di Lodge) e irriverente, e invece è solo irritante. Scrivere come se. Citare persone che. Ommiodio c'era anche lo spagnolista che avrebbe dovuto - ma questa ve la racconto un'altra volta. Ecco, quando si scambia lo stile con il vezzo lezioso, escono 'ste brutture.
Iniziato durante un attacco di insonnia (prediligo robe corte e agili, non troppo complicate. Ahimé questo non è agile, raspa come carta vetrata), sollecitata da una intervista brillante che avevo sentito su Radio2 (credo, o 1, o 3, insomma in radio). Una stella perché mi sento buona
Ps: scopro da ricerche online che ha tradotto e pubblicato Richler e che - in qualche modo - si è risentito per il suo successo frutto della campagna de Il Foglio. Scopro anche questo, che il successo di Barney è il frutto di una campagna de Il Foglio, e questo non mi stupisce - La versione di Barney e Zia Mame li ho letti appena usciti, ero ancora (lo sono tuttora, ma solo per i saggi) vittima consapevole e consenziente della patinata opaca delle copertine Adelphi. Anyway, sembra solo a me che ci sia una rivolta, un tentativo di chi sta dietro le quinte (editor, traduttori) di emergere? scrivendo robe che starebbero meglio nei cassetti (vedi anche la Durastanti)
Per indicare cose assai sciocche e balorde, gli antichi romani possedevano la locuzione Burrae Vatroniae; così difatti glossa il grammatico Placido (cito a memoria, sicché chiedo venia per eventuali errori): Burrae Vatroniae, fatuae ac stupidae: a fabula quadam Vatronii, quae Burra inscribitur; curiosa e, se vogliamo, un po’ triste la sorte di questo altrimenti sconosciuto drammaturgo Vatronio, il quale tanto doveva essere scadente che lo fecero passare in proverbio per quest’unica opera (se pure non era l’unica da lui scritta), probabilmente una palliata, e al solo scopo di dargli la baia. Mi è venuto affatto naturale sovvenirmi di lui appena letto questo libro, che per certi aspetti costituisce un hapax nella mia esperienza di lettore: si tratta forse, in effetti, dell’unico caso capitatomi di libro letto in fretta e senza particolare tedio e, direi, anche senza particolare fastidio, che però mi sia parso totalmente, irrimediabilmente vacuo, insulso e inutile. Cosa, questa, tanto più strana se penso che di Codignola lessi tempo fa le Vite brevi di tennisti eminenti, che costituivano pur sempre un testo gradevole. Qui no. Si dice a volte che i cacciatori e i velisti siano narratori particolarmente funesti: anche se ciò non è sempre vero, fino ad ora, dopotutto, avrei potuto affermare anch’io che, probabilmente, sentir raccontare d’una posta alle alzavole o di boma, borose e matafioni rischia di essere meno accattivante del sentir parlare di libri e di editoria; ma dopo aver letto Codignola mi tocca fare ammenda: se il mondo dell’editoria rassomigliasse tutto a quel che descrive lui, altro che mirare ai beccaccini o andare all’orza! Qui abbiamo un narratore talmente vacuo e di tali vacuità, che descrivere un libro siffatto riesce anche difficile: il vuoto col niente intorno? Al massimo, lo si può accostare a quei malefici raccontatori di barzellette che sbagliano i tempi, tornano indietro, si correggono, incespicano, vanno avanti, deviano, risalgono a metà strada, e alla fine dimenticano il finale, lo scambiano con un altro, ne inseriscono uno insipido che, dopo tanta fatica e tante ambagi, diventa viepiù insapore: il tutto per non dire niente che sia pur lontanamente carino, memorabile, piacevole. Ora, capisco che a riferire aneddoti reali e degni di ricordo sul mondo dell’editoria sia pericoloso, se si tratta di casi recenti occorsi a gente viva e vegeta: c’è sempre l’ipotesi che qualcuno se ne adonti; ma dal pericolo, dopotutto, non vanno esenti neppure altri settori: quante volte si vede raccontare dell’innominato e irriconoscibile direttore d’orchestra che disse la tal cattiveria sul suo innominato e irriconoscibile allievo o maestro, e della tale giornalista che una volta disse così e cosà d’un non meglio precisato stilista! Ma qua il difetto sta vie più alla radice: non è che si celano i nomi e i particolari di storielle interessanti o di facezie puntute dietro prudenti velami, ma si procede per quasi duecento pagine sciorinando grullerie senza sale, dementi e prive della pur minima attrattiva, aventi quali protagonisti una galleria di citrulli goffi, gaglioffi e irreali, ma senza interesse o vita d’arte. Ecco l’accostamento più adatto a quest’opera di perfetta inutilità letteraria – o non sarà stata composta proprio per assurgere a paradigma di testo letterario inutile, vano e scialbo, pieno di spiritosaggini senza spirito, di buffonerie che lasciano di stucco, di lepidezze che non sono mai, neanche per caso, divertenti? Dicevo, ecco l’accostamento più pertinente: mi viene in mente ora una reminiscenza d’infanzia del Palazzeschi, dove rimembrava una lontana visita di lui piccino con la mamma e un’amica di lei, altresì con bimbo al seguito, in casa d’un’arcigna matrona che volle far pompa delle virtù pianistiche d’una sua figliuola fresca di collegio: la quale, conscia forse delle proprie fragilità, si tirava indietro, nicchiava; ma l’imperiosa genitrice, consegnatale la chiave del pianoforte, che teneva serbata con numerose consorelle, l’aveva infine obbligata a sedersi alla tastiera, su cui la poveretta cominciò a pesticciare il brindisi della Traviata; ma con così poco garbo, con tanti vacillamenti agogici e intoppi e inciampi, che nei lieti calici, dice lo scrittore, sembrava che invece della sciampagna avessero versato una purga.
Che delusione Codignola. E sì caro Matteo che scriveresti anche bene, ma è proprio necessaria la battuta ogni due righe? Ma l'aneddoto così divertente (che a te sembra) poi quando lo racconti al bar non perde sempre un po' di smalto? E le allusioni continue al bel mondo e ai personaggi noti non fanno un po' Manuel Fantoni ? (perdona la citazione così poco illustre e così fuori luogo nel blasonato mondo editoriale a cui appartieni).
Mi sono annoiata a morte, a morte giuro. Confesso di aver comprato il libro per raggiungere quota due e accaparrarmi la borsina in tela blasonata - peraltro comoda, resistente e attraente - ma forse era meglio se regalavo un Simenon a mio marito.
Pimm's. Per illudermi di appartenere al bel mondo anche io, ma siccome della fiera di Francoforte frega meno di zero, io ambisco sempre a Wimbledon.
Proprio non ci riesco ad apprezzare quei racconti dove chi scrive vuole essere divertente a ogni dannata riga. A parte la percentuale di battute riuscite (malinconicamente decrescente all’aumentare dei tentativi), quello che rende stucchevole l’insieme è l’impressione che senza quei reiterati botti di stanco umorismo l’autore non abbia granché da dire. Soprattutto osservando che, in qualsiasi pagina vi troviate, non si capisce assolutamente di chi o di cosa si stia parlando. Le digressioni (accompagnate da una costante excusatio non petita) si affastellano una dopo l’altra senza trovare uno sbocco e alla fine si è contenti che tutto ciò duri solo 150 pagine o poco più. Con l’aggravante che, girata l’ultima pagina, dell’industria editoriale sappiamo meno che all’inizio.
Chi me lo ha fatto fare? In vacanza tra Francoforte e la Foresta Nera mi sembrava, all'apparenza, una lettura adattissima. E invece mi trovo in mano un diarietto anni 90 scritto per gli amici, per commemorare i bei tempi andati, perché noi sì, che sapevamo come divertirci alla Bookmesse. L'effetto peggiore è che un libro che vorrebbe farti sorridere in realtà ti fa solo venire una gran tristezza (per l'autore).
Vi è mai capitato di essere invitati a una festa, quella figa, quella per cui fate il conto alla rovescia, quella di cui parlano tutti e a cui tutti andranno- e quando finalmente arriva il giorno, ti ritrovi in un angolo, a fare tappezzeria? A guardare dal tuo separé gli altri che si divertono per qualcosa che una parte di te vuole che anche tu trovi divertente (perché lo è, che diamine: lo è) e l'altra parte che invece attacca la lagna del "che ci faccio qui?". Ecco: mutatis mutandis, questo è tutto quello che mi è capitato con Cose da fare a Francoforte quando sei morto, bel libro del bravo Matteo Codignola sulla fiera editoriale più famosa del mondo. Non è un saggio, non è un romanzo, è semmai una sorta di brillante reportage, a tratti memoir, a tratti pamphlet, in cui l'autore mette a nudo tutti i retroscena di questo mercato, come solo gli addetti ai lavori sanno fare. La prosa è piena di rimandi, sottintesi, rievocazioni che naturalmente ben predispongono chi bazzica in questo ambiente e lo conosce bene: non a caso, le recensioni più entusiaste provengono proprio da colleghi dell'autore ma non certo per giochi di scuderia o scambi di cortesie (hashtag: #mideviunfavore). Al contrario, sono mosse da quella complicità ineffabile di chi si nutre da tempo di questo pane quotidiano e che la prosa di Codignola, allusiva il giusto, corrosiva il giusto, riesce finalmente a risvegliare. A favore della sincerità di questi giudizi sta il fatto che, nelle rare volte in cui anche alla sottoscritta è stato sbloccato un ricordo, si è sbloccata pure la partecipazione emotiva. La fregatura è che il punto più alto della suddetta partecipazione si è registrato nell'unica riga in cui si è parlato di calcio e, more solito senza fare nomi, si è smoccolato su una squadra che non ci regala mai un campionato tranquillo: è il Genoa, mi son detta (e ho pure googolato e ho visto che l'autore è genovese e da come ha affrontato il problema mi gioco la felpa rossoblù del marito che condivida la mia stessa fede). Ecco: se in mezza riga MC è stato capace di agganciare attenzione, partecipazione e simpatia, non fatico a immaginare quanto esilarante possa essere questo romanzo per chi ne condivide tutto il resto. Per cui, se conoscete qualcuno che lavora nell'editoria, non abbiate esitazioni: questo è IL libro perfetto. Per loro, però. Per noi, non sarei tanto sicura
Vedo leggendo le altre recensioni che ad aver apprezzato questo libro sono in minoranza. Comprato in usato (ma praticamente nuovo thanks Libraccio) in piccola parte perchè lo avevo sentito nominare ma poi per titolo e copertina, l'ho trovata una lettura divertente e originale. Leggendo principalmente sul treno mi ha fatto rischiare piú volte brutte figure che, anche se mi trattenevo dal ridere, ho fatto comunque perchè nessuno sorride cosí alle 6 di mattina. Il punto forte sono i personaggi, in particolare ho adorato il sinologo e Basso
L’ho finito con estrema fatica, ma forse è un mio limite: è un libro quasi interamente dedicato agli esperti del settore editoriale. Abbastanza caotico, nel complesso. Peccato!
Lettura scorrevole, scanzonata e piacevole. Il protagonista ci accompagna in un viaggio verso la Fiera di Francoforte, accompagnato da Basso, il suo amico di viaggi. In Fiera insospettabili personaggi animeranno la vita del lettore con storie e digressioni davvero sfiziose.
Una storia nostalgica di una Fiera di Francoforte che forse non esiste più ma ci piace ricordarla in ogni sua stranezza.
Vorrei avere un briciolo della presunzione dell'autore nel ritenere che un frammento della sua vita potesse essere così significativo da meritare di essere messo nero su bianco con il preciso scopo (ammesso da lui stesso in apertura dell'opera) di intrattenere il lettore e permettergli di astrarsi dalla realtà difficile e ansiogena della pandemia. Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare e infatti il prodotto di tale tracotanza è qualcosa di incommentabile, un resoconto presuntuoso e caotico di quello che accade nel mondo dell'editoria. La prosa è inutilmente ampollosa e arzigogolata, il che mi ha costretto a rileggere più e più volte quasi ogni frase - alla ricerca del soggetto o del verbo perduto - prolungando così l'agonia della lettura. Sono arrivata alla fine solo perchè tendo a non abbandonare un libro che ho cominciato, ma è stato un viaggio estenuante.
Il libro è un racconto per digressioni aneddotiche del mondo fieristico di Francoforte visto dal punto di vista di un editor. Lo stile, quindi, è molto orale e brioso: sembra di essere in dialogo con una di quelle persone divertenti, molto brava a raccontare, che riesce a trasformare ogni cosa che racconta in un siparietto comico. Di per sé questo potrebbe essere positivo, ma è uno stile che, reiterato a tutti i costi per più di 160 pagine, perde di efficacia e allora l’espressività stilistica, la leggera forzatura caricaturale di ogni cosa, i paragoni e le immagini un po’ esagerate, insomma la scrittura in generale tendete all’eccessivo, diventa fastidiosa e, invece di divertire, ottiene l’effetto contrario. E il fastidio è accresciuto dagli ammiccamenti dell'autore a chi legge, in un tentativo infelice di innescarne la complicità. Se poi uno spera di imparare qualcosa sulla realtà editoriale e sul funzionamento della maggiore fiera ad essa dedicata, rimarrà in parte deluso, perché solo parte degli aneddoti vi riguardano e molto spesso coinvolgono aspetti marginali. Se quindi il libro strappa qualche sorriso e ci mostra le disfunzioni dei meccanismi editoriali (e il loro essere più un discorso commerciale che letterario) nell’insieme non mi ha convinto.
Onestamente non mi è piaciuto e credo che il problema fondamentale sia la scrittura. A parer mio la storia poteva esser raccontata usando uno stile più semplice, invece sembra che l'autore voglia spostarsi su uno stile più "complesso" arrivando al risultato finale che il libro risulta veramente pesante e ai limiti del caotico (flashback continui, cambi di soggetto che non sono ben legati tra di loro etc). L'argomento trattato poteva esser anche carino, raccontare i retroscena della fiera del libro più importante al mondo poteva essere un'idea simpatica, purtroppo il risultato è scarso. Ho saltato le ultime 10 pagine del capitolo centrale perché ad un certo punto non riuscivo più a proseguire. Questo libro purtroppo conferma il mio non amore per i libri Adelphi, penso sia l'ultimo libro che prendo perché c'è qualcosa nelle scelte editoriali di questa casa editrice che con me proprio non funziona !
Un libro forse a tratti interessante per chi vuole lavorare in editoria, per la restante fetta di pubblico non ci sono attrattive. Anche per quello 0,5% di persone affascinate dal mondo editoriale le ragioni di interesse sono relative: stiamo parlando di una collezione disordinata di aneddoti risalenti ai primi anni Duemila che, come ammette l'autore nell'ultimo capitolo, raccontano una realtà ormai desueta (ma soprattutto estremamente personale).
E' un po' come andare a cena con una persona che ha una gran voglia di rivangare un passato scapestrato ma glorioso di cui tu non facevi parte ma che ti viene raccontato come se fossi stato lì: sono certa che alcune di queste storie dal vivo abbiano fatto ridere, sono sicura che le intenzioni erano pure. E' un libro che sa di passion project realizzato senza avere un pubblico di riferimento in mente, perché davvero mi sembra godibile solo dai diretti interessati citati nel testo.
Ho letto molte recensioni negative su questo libro, a mio parere un po' eccessive. Ho trovato la prima parte (il viaggio) davvero spassosa e mi ha strappato non poche risate di pancia. Concordo sullo scemare del divertimento/brillantezza nella seconda parte (la Messe in senso stretto), in cui l'umorismo risulta più tirato (per la non sempre vincente massima dell'argutezza a ogni costo) e lo stile eccessivamente verboso e costellato di incisi che appesantiscono la lettura. Tutto sommato, per me è un 3*** senza lode e senza infamia.
Peccato perché la copertina era davvero promettente, l'ho comprato per quello. Nonostante la brevità dell'opera (siamo sotto le 200pg) e l'impostazione volutamente comica, ho fatto fatica a portarlo in fondo. Periodi lunghi, salti temporali, riferimenti a situazioni non sempre chiare. Nutrivo grandi aspettative.
Confesso di essere influenzata dalla presentazione del libro, vista qualche settimana fa, divertentissima. Il testo mi sembra un po’ meno brillante di quello che ho ascoltato, ma la scrittura un po’ originale dopo un po’ mi ha preso e bon, avrei voluto qualche storiella in più, ma amen. Non so se merita davvero tutte le brutte recensioni che ho letto, ma in fondo chi sono io.
A me è piaciuto, ma sono di parte, perchè le fiere dell'editoria, e il mistico mondo che si nasconde dietro sono il mio pane quotidiano; tuttavia, credo che per un lettore qualunque questo libro sia fastidioso come ritrovarsi a pranzo con due amici che rivangano un passato in cui tu non eri presente.
Un'innocua, assolutamente, inutile, raccolta di aneddoti e macchiette. Scritto con brio ma il continuo ammiccare dell'autore dopo un po' stucca. Bah...