"Casa delle farfalle" è il nome della struttura psichiatrica a cui Antonio, ricercatore universitario, si rivolge. Per raccontare la follia devi osservarla da vicino, conoscerla, abitarla. Prende accordi con la direttrice, si finge un paziente. Scopre le storie delle persone che vi abitano, le loro ossessioni, le paure, i loro desideri. I matti dicono sempre la verità, sono uomini liberi. Conoscerà Marta, Cecilia, Angelo, Carlo e Simone; ma sarà costretto a conoscere anche se stesso, più a fondo di quanto abbia mai fatto prima. Redaelli sceglie con cura le parole, la sua scrittura sa di immediatezza e poesia. Indaga senza filtri la natura umana portando alla luce i suoi lati più insoliti eppure più delicati, e rivela ‒ anche se solo per un attimo ‒ la verità tutta intera.
La 'trama', peraltro non eccessivamente originale, è ovviamente il pretesto per una serie di considerazioni sulla natura dell'Uomo, della Ragione, della Letteratura. Sono pensieri alti, che meritano di essere ponderati, e che Redaelli elabora attraverso uno stile che invita il lettore alla riflessione profonda e all'empatia. Il romanzo, come in fondo i personaggi che racconta, rischia però di essere 'schizofrenico' e scisso. Ciò è dovuto al fatto che non sempre le ragioni dell'autore-pensatore riescono a trovare una sintesi con le ragioni dell'autore-narratore. Laddove la parte filosofica e meditativa è incisiva, quella puramente narrativa, che in teoria dovrebbe raccontare una realtà molto dura, è popolata da personaggi più fantasiosi che folli, troppo evanescenti e romantici per risultare credibili. Eppure, le riflessioni più profonde spesso scaturiscono dalle viscere di una realtà orrida e crudele, che non deve essere edulcorata.
«Ho discostato una porta e quel che ho visto ha suscitato nuove domande»
Amiche e amici, come state? Io bene, come si sta quando finisci di leggere qualcosa di soffice, di delicato, con un buon profumo di fiori. Sto parlando di Beati gli inquieti, il nuovo romanzo di Stefano Redaelli, pubblicato da NEO Edizioni. È un libro che lo finisci e ti rimane impastato in bocca per giorni, ti riempie di interrogativi.
Da autore, la prima cosa che mi ha toccato è l’operazione di verità. È qualcosa che a me fa impazzire (SCUSATE!). Spiego: quando ho scritto Doppie punte ho passato anni (non continuativi) tra saloni di parrucchieri ed estetisti e tra i membri della comunità LGBT+ per capirne le dinamiche e tutto. E poi parlarne. Il collega Hemingway (che saluto) invitava a scrivere “solo di ciò che sai”, così Stefano Redaelli si reca in una struttura residenziale di riabilitazione psichiatrica, in provincia di Chieti, condividendo per un periodo una stanza con dei pazienti e poter vedere da vicino e descrivere, standone a contatto, la devianza, la follia. Stringe un patto con la direzione e, dopo una rassicurazione di fiducia e prudenza, entra come ospite/finto paziente nella Casa delle Farfalle.
È un film: durante il suo soggiorno, il protagonista (nel libro lo scrittore Antonio) prende finte medicine e partecipa a tutte le attività insieme agli altri personaggi che popolano la Casa, ciascuno di essi con la propria voce e le proprie manie o ossessioni: Simone l’intellettuale olistico, Marta che gioca a nascondino coi fiori, Carlo che ha fatto centomila miliardi di mestieri, Angelo l’artista che ha inventato le cure per tutte le malattie, Cecilia che scrive poesie si trucca per ore per qualche appuntamento…
L’autore ci arriva dopo un periodo, dice, “di profonda inquietudine”, durante il quale sentiva la mente affollata di voci e tra queste la voce di Dio che chiedeva di essere ascoltata. Per superare questo turbamento si dispone in ritiro spirituale coi padri ignaziani. Un percorso di meditazione struggente che lo segnerà e che vedrà riproporre riflessioni profonde sul rapporto tra l’Uomo e il Divino. Percorso che, accidentalmente, continuerà all’interno della struttura, tra gli altri pazienti. Si lascia anche crescere la barba. «Sciatteria», dirà la direttrice. «La barba ci rende noi stessi e ci accomuna a Dio», saprà dimostrare.
Scrivendo, rimetto insieme i pezzi. Non è una cura, è un movimento. Tra malattia e beatitudine. Per capire chi sono. Dirmi. DI-IO. DIRE IO. È tutto qui. È trascendenza. È scrittura.
Secondo l’ultimo rapporto sulla malattia mentale stilato dal Ministero della Salute, in Italia gli assistiti dai servizi specialistici psichiatrici sono 837.027, un numero enorme. Ma dove sono? Perché nessuno frequenta i matti? “Perché sono nudi, ci vedono e dicono sempre la verità”. Ricordate il John Givings di Revolutionary road, l’unico a dire le cose come stavano al di là delle apparenze luccicanti e borghesi? E leggendo mi è venuto in mente un altro libro, che poi diventò un’opera teatrale e dopo anche un film: La pecora nera di Ascanio Celestini, dove il narratore protagonista passa trentacinque anni in un ospedale psichiatrico tra quelli che lui non chiama matti ma santi. Santi. Un caso? E quante altre volte è stato possibile sentire direttamente la voce di questi santi? Rare. Da queste ricerche viene fuori qualcosa che fa rizzare i peli delle braccia: le angosce, le paure che hanno i matti sono le stesse di chiunque altro, anche le mie, le vostre. Cambia solo l’interfaccia, la modalità di narrazione. Ero poco più di un ragazzo quando lessi il bellissimo Diario di una schizofrenica, di Marguerite-Albert Sechehaye da cui è stato tratto il premiato film di Nelo Risi. Io Renée non la dimenticherò mai, era lei a descrivere il suo inferno. Renée SPOILER ALERT! guarisce ma solo dopo che chi ce l’ha in cura si affaccia nei suoi incubi prendendoli su di sé, integrandoli ai suoi.
Io ho intrapreso la carriera della follia. Faccio ricerche sui folli, abito con i folli, parlo con i folli, scrivo un libro sui folli. La carriera della follia è iniziata appena.
Entrando nella Casa delle Farfalle, Redaelli fa un lavoro di integrazione e di abbattimento dei pregiudizi (penso al padre che gli suggerisce di farsi una polizza contro gli infortuni o al patto di prudenza con la direttrice) per scoprire, lasciandosi assorbire dai luoghi e dalle persone, che le differenze tra dentro e fuori sono molto meno marcate di quanto si creda. Seguite l’autore nel suo percorso, apprezzatene il viaggio. C’è un bel passaggio, un capitolo sul concetto di deserto, il deserto presente in maniera insistente nelle Scritture, dove Dio mette alla prova il Popolo di Israele e Gesù stesso. “I folli parlano con Dio, con gli animali, con gli angeli. Sono provati, ricevono continui imperativi, leggi da rispettare”.
La parola deserto deriva dal latino desertus, participio passato di deserrere: abbandonare, lasciare in abbandono. L’etimo è lo stesso di disertare, desertare, intensivo di deserrere, il cui primo significato era: guastare per ampio tratto, devastare, spopolare. (…) Si fiorisce in Paradiso. Questo è solo un deserto.
È un libro soffice, delicato, con un buon profumo di fiori, che lo finisci e ti rimane impastato in bocca per giorni, ti riempie di interrogativi. Una volta terminata la lettura provate a ricominciare da capo: tutto torna.
Avevo aspettative molto alte che, in parte sono state deluse. L'ho trovato un po' frammentario e per questo, non proprio scorrevole, per me. A fronte di questo, i personaggi descritti sono, insieme, forti e delicati. Da rileggere con aspettative differenti.
"La verità è che sono malato anche io. Come Angelo, Carlo, Simone, Marta, Cecilia. Ma non sono beato come loro. In questo scarto tra malattia e beatitudine è la mia pena. Sono malato: l'ho capito durante gli Esercizi spirituali ignaziani. Ora ve lo posso dire. Quello che non ho capito ancora è se voglio guarire. Potrei affidarmi alle cure di Angelo. In parte lo sto facendo. Potrei essere più esplicito con la dottoressa, cercare il suo aiuto, ma è rischioso. Di lei non mi fido. Posso provare a coprire la distanza che mi separa dalla beatitudine, che vuol dire mettersi in cammino. Questa volta non sulla strada per Santiago, da solo, in compagnia di uno zaino e un bastone. Questa volta devo seguire un cammino interiore, lungo due direzioni: la verticale di Dio, l'orizzontale dell'io. DI-IO. DI-IO. Dire io. Dire chi sono veramente. Per farlo devo dire gli altri: i beati con cui vivo. Il mio io è frammentato nelle loro voci. Scrivendo, rimetto insieme i pezzi. Non è una cura, è un movimento. Tra malattia e beatitudine. Per scoprire chi sono. Dirmi. DI-IO. DIRE IO. È tutto qui. È trascendenza. È scrittura."
"Beati gli inquieti" è un romanzo breve ma densissimo, una discesa nelle pieghe più profonde della mente umana, in quel confine sottile tra follia e verità, tra normalità e devianza. Redaelli ci conduce in un luogo sospeso, un ospedale psichiatrico che diventa spazio filosofico, esistenziale, quasi sacro.
Il protagonista, professore universitario, entra volontariamente nel manicomio con l’intento di comprendere i "pazienti", ma finisce per incontrare se stesso. I personaggi che popolano la struttura non sono solo "malati": sono voci, simboli, frammenti di verità e di dolore, portatori di domande più che di risposte. Il manicomio non è il regno della follia, ma il teatro di un’umanità amplificata, senza filtri.
Lo stile di Redaelli è limpido ma profondo, a tratti poetico, con una scrittura che non cerca l'effetto, ma l’autenticità. La narrazione è frammentata, come i pensieri dei suoi protagonisti, e proprio per questo efficace nel restituire la vertigine dell’inquietudine interiore.
La componente filosofica e religiosa è presente ma mai pedante. Il titolo stesso è un richiamo evangelico rovesciato, un’elogio della fragilità, dell’instabilità, della domanda che non trova pace. In un mondo che premia il controllo e l'efficienza, Beati gli inquieti rivendica la dignità del dubbio, del crollo, della ricerca.
Il finale è coerente con l’impianto narrativo: previsto forse, ma non prevedibile. Non chiude, apre. Non consola, ma invita alla riflessione. Il lettore non esce indenne: è costretto a interrogarsi su cosa significhi davvero essere "sani", su dove finisca la normalità e inizi la marginalità, e su quanto ci sia di vero nelle parole degli "invisibili".
S. Redaelli è stata la mia scoperta del 2023. Professore di letteratura a Varsavia, tra le sue ultime pubblicazioni ritroviamo "Beati gli inquieti" (2021), edito Neo, secondo classificato al Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza 2019.
Antonio, ricercatore universitario, si pone una domanda fondamentale: che cos'è la "follia"? Per rispondere al suo quesito, decide di fare una sorta di esperimento per poter osservare, studiare e vivere la "follia", ed entra in contatto con "La Casa delle Farfalle", struttura psichiatrica nella quale si inserisce fingendosi ospite, in accordo con la direttrice.
Conosceremo Marta, Cecilia, Simone, Angelo e Carlo, che ci permetteranno di conoscere diversi aspetti e modalità di manifestazione delle inquietudini umane.
Non so se risponderemo mai alla domanda di Antonio. Spesso, da psicologa, mi sono chiesta che cosa sia quello che Antonio chiama la "follia". Esiste la follia? O, meglio ancora, esisterebbe la follia se non esistessero modi diversi di vedere la realtà?
Se la follia esiste, allora, per contrapposizione, dovrebbe esistere quella che è la "normalità". E a quel punto ci dovremmo chiedere che cosa si intenda per normalità.
Per spiegare la psicosi, uno degli indici di riferimento è il rapporto con la realtà, che non è socialmente condiviso (vedi Kernberg, psichiatra e psicoanalista). Spesso mi sono indaga sul mio reale. Sul suo valore, sul suo significato e sul suo esistere in quanto tale. Ed è effettivamente più reale del reale di un'altra persona?
Freud sosteneva che nessuna idea delirante è totalmente priva di verità (Ferenczi, 2021, Diario Clinico, Raffaello Cortina Editore), e Redaelli dà voce alle idee deliranti di chi ci mostra che non esiste un solo modo di essere reale.
Sotto ogni cratere c’è un fiore Che nasce e rivive ogni giorno Sotto ogni sottrazione nasce amore Perché la vita è così è uguale per tutti.
Antonio, ricercatore universitario, entra in una struttura psichiatrica, la “Casa delle farfalle” per riuscire a raccontare da vicino cosa significa essere folli. Le storie di Simone, Carlo, Marta, Angelo, Cecilia si fondono con la sua.
Radicati nel tempo del presente, abitanti di un mondo inaccessibile che a volte incute timore, le parole è necessario pesarle, i gesti devono essere oculati perché la risposta è sempre inaspettata. Stupiscono i folli di Redaelli, ti trascinano con loro, nei loro pensieri, nelle loro convinzioni. La vita li ha affondati ma loro sono lì, esistono un pò meno ma ci guardano e dicono sempre una verità.
La follia di cui è circondato Antonio gli permette di guardarsi dentro alla consapevolezza che ognuno di noi è un’isola, vede il mondo in modo diverso e tutto può prendere varie forme, la poesia, i trucchi, scegliere il mezzo per esprimersi è sopravvivenza.
Beati gli inquieti perché hanno il coraggio di dire chi sono veramente, in un sistema corpo/mente in cui i confini tra mondo interiore ed esteriore sono polverizzati e il battito d’ali di una farfalla generare una tempesta.
Ho faticato all’inizio ad entrare nella storia, i periodi brevi non mi hanno aiutato e ho trovato la scrittura, a tratti, didascalica però la chiusura è folgorante, tutto è rivelazione. La freccia del tempo si può invertire perché presente più futuro uguale passato. La mente umana resta sempre il vero mistero, in un alternarsi di visioni poetiche e rivelazioni strazianti.
La sensazione finito il libro è di vicinanza all’universo complesso della salute mentale, il superamento dei pregiudizi può far scoprire mondi fantastici e inesplorati. Non credo sia un libro per tutti, mette alla prova ma congiunge tasselli.
Fino a trenta pagine dalla fine confesso che mi ha dato qualche problemino di comprensione, i dialoghi con i residenti della casa di cura sono spesso ermetici e mancano di precisi nessi di causalità. Questo appesantisce un po' la lettura. Il protagonista si perde in analisi sul significato della follia, e lì ti dici mah, o sono io stupido, o mi stan facendo la supercazzola.
Nel finale i tasselli vanno tutti a posto e si prende coscienza delle intenzioni di quest'opera. Lo consiglio a chi non si fa scoraggiare da un testo misto (romanzo/saggio/poesia) e anzi apprezza opere più ardite come questa.
Un libro spiazzante, un libro che parte come narrazione di una ricerca sulla follia tra i folli, e diventa rivelazione di altro... Viaggio nella follia, viaggio tra personaggi che si rivelano e svelano, viaggio che apre una finestra su un mondo che si preferirebbe ignorare. "Non mi dà pace il pensiero che nessuno riceva una visita", scrive Antonio. Forse perché "i matti sono feriti. Ci fa male guardarli. Sono liberi. Noi no. Sono di vetro. Come una lente, uno specchio". O forse perché "i matti non mentono, ci vedono, sono nudi e dicono sempre la verità"
è uno di quei libri che ti lasciano un sacco di domande. la scrittura a volte l'ho trovata non lineare ma comunque carica di spunti di riflessioni. il non conoscere genera paura e a volte non si riesce ad oltrepassarla perdendo così tutta la bellezza di ciò che differisce da noi.
Scrive Galimberti: “Che cosa vuol dire infatti ‘infermità mentale’ o addirittura ‘seminfermità mentale’, che si è soliti addurre per evitare l’ergastolo? Nulla, proprio nulla. Perché ‘infermo’ o ‘seminfermo’ sono categorie che non appartengono neppure al repertorio medico, ma al linguaggio popolare.”
Basare un intero romanzo sullo sdoganamento della generica figura del folle, in modi discutibilmente edulcorati, con una struttura narrativa inesistente, è ciò che rende “Beati gli inquieti” una delle opere più noiose e anacronistiche che abbia mai letto.