Ho percepito tantissimo il nord che conosco, con ĺe sue abitudini, il pudore delle emozioni e la generosità riservata, che non è buono esternare; grazie alla scrittura della Merletti sono riuscita a vedere la bruma nei campi, le case isolate nella campagna, la nebbia, i cicchetti la mattina nei bar aperti all'alba e a sentire le voci dei vecchi cresciuti in un dialetto che non può sparire.
Martina Merletti ha costruito un racconto studiando storie realmente accadute, intrecciando verità e verosimiglianza e similmente intrecciando tra loro i fili degli eventi e delle vite dei protagonisti fino a formare una solida corda, che funge da corrimano per percorrere la storia dal passato al presente.
È facile perdersi, all'inizio, in questo movimento e dover tornare indietro di qualche pagina per capire, ma, poi, arrivati alla fine, si guarda l'intreccio, ed è chiaro che non è un'escamotage narrativo, piuttosto è un emergere graduale di una verità nascosta sotto tanti pudori: quello di raccontare il dolore, quello di non saper esprimere l'affetto, quello di avere delle opinioni.
Anche il racconto degli orrori è pudico e i gesti silenziosi e il coraggio caparbio, anche se non eclatante; un punto di vista originale per raccontare l'inenarrabile, che ho trovato delicato e commovente.
" Giacomo fa scorrere le dita sul muro, entra in una cella e quando esce la vede, lì, immobile. Si è lasciata scivolare e contro il muro e ora se ne sta seduta per terra con le ginocchia piegate verso il petto, il viso terreo e le braccia strette attorno alle gambe. Lui la raggiunge e le si siede accanto, incrocia le gambe. Non dice niente, solo tira fuori dalle larghe tasche dei jeans un taccuino e una matita. Inizia a muovere in fretta la punta sulla pagina."
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