Questo libro è una danza. Danzano una danza d’amore i personaggi di Shakespeare, danzano la filologia e la scrittura con gli affreschi di una Londra early modern pennellata con felicità ed esattezza, danzano le parole con i giochi delle parole, danza il lettore, che entra ed esce nelle tragedie e nelle commedie di Shakespeare come fossero scene della vita, anche se è consapevole nello stesso istante di vivere la gioia della letteratura, senza sosta dentro e fuori dagli intrecci e dalle trame per vedere che ne fa la letteratura della vita. «La donna è l’ora della verità per un uomo; non c’è niente di più vero. Scrivo questo libro per dimostrare la verità di tali parole», dice Nadia Fusini al lettore e alla lettrice, chiamati in causa spessissimo nelle pagine con domande che sono inviti alla danza della conversazione: «del resto non è forse vero che in amore siamo tutti attori? Tra gli amanti chi riceve di più? Chi spende di meno? In amore, non è osservabile il paradosso secondo il quale chi piú dà, non diventa più povero? … Che il godimento sessuale in sé e per sé non crei un rapporto con l’altro, lo sanno bene Antonio e Cleopatra. Non è proprio qui la tristezza del coito?» Questo è un libro sull’amore prima ancora che un libro sulla letteratura, e Giulietta, Ofelia, Desdemona, Cleopatra, la Bisbetica, perfino Jill e Jack, ci raccontano quale fu l’«immensa novità» con cui Shakespeare, la mente e il corpo di Shakespeare, pensarono il femminile e il maschile all’inizio dell’epoca moderna. Forse aiutati in parte dal fatto che a teatro i ruoli femminili dovessero essere interpretati da giovani attori, forse per l’usanza del cross-dressing che imperversava nella Londra dell’epoca, la mente e il corpo di Shakespeare ci parlano di un corpo d’amore che non è «né femmina, né maschio, ma femmina e maschio insieme», ci dicono che «per vivere, che è la stessa cosa che amare, bisogna disobbedire», che le donne vivono «l’avventura eroica di amare in una concezione paritaria della differenza». Ci parlano insomma dell’«ambiguità scandalosa dell’amore». E alla fine di tanto eros, al lettore sembra di scoprire di nuovo a che cosa serva per davvero la letteratura: non a imparare a vivere, ma a vivere. Una questione di etica.
Scrittrice, critica letteraria e traduttrice italiana (n. Orbetello 1946). Laureata in Lettere Moderne all'Università di Lettere e Filosofia “La Sapienza” di Roma, successivamente ha approfondito i suoi studi sulla letteratura americana all'Università di Harvard, e sul teatro elisabettiano e Shakespeare presso lo Shakespeare Institute di Birmingham. Attualmente insegna Letterature comparate presso il Sum, Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze, è docente dell'Istituto Freudiano e collabora alle pagine culturali de La Repubblica. Ha tradotto e commentato molti autori, tra cui V. Woolf, J. Keats, Shakespeare, S. Beckett, M. Shelley ed è autrice di diversi romanzi: La bocca più di tutto mi piaceva (1996), Due volte la stessa carezza (1997), L'amor vile (1999), Lo specchio di Elisabetta (2001), L'amore necessario (2008), Vivere nella tempesta (2016). È nota al grande pubblico e alla critica soprattutto per i suoi saggi sui temi del femminile e della sua identità, tra cui: Chi ha ucciso Anna Karenina? Inchiesta sugli omicidi bianchi nei romanzi dell'Ottocento (1974; nuova ed. 2024); Nomi. Dieci scritture femminili (1996), Donne fatali. Ofelia, Desdemona, Cleopatra (2005), Possiedo la mia anima. Il segreto di Virginia Woolf (2006), La figlia del sole. Vita ardente di Katherine Mansfield (2012), Hannah e le altre (2013), Una fratellanza inquieta. Donne e uomini di oggi (2018), María (2019), entrambi nel 2021 Maestre d'amore e Il potere o la vita. Tra i suoi lavori più recenti vanno citati, nel 2023, la raccolta di racconti Creature in bilico e il saggio sulla modernità La passione dell'origine.
Nadia Fusini investiga l’amore e lo fa guardandolo con gli occhi delle donne spaziando dalle tragedie alle commedie Shakespeariane.
La parte sulle tragedie mi ha coinvolta di più: credo dipenda dal fatto che sono più ferrata sulle tragedie anziché sulle commedie di Shakespeare.
E così Romeo e Giulietta sono la coppia dai tempi sfasati: in amore è importante abitare lo stesso tempo, altrimenti ci si condannerà al disincontro, all’infelicità.
In Otello, Desdemona, ci mostra che è un attimo perché l’amore buono si trasformi in amore cattivo
“Ama, Otello, ma non capisce niente. E uccide un’innocente. È amore, questo? Se lo è, si tratta di cattivo amore, di amore non intelligente, che danneggia piú dell’odio. Mentre l’amore che salva, è l’amore intelligente, l’amore attivo, che allontana il male e avvicina al bene.”
Altri tipi di dubbi assillano Cleopatra
“«If it be love indeed, tell me how much. Se è amore, dimmi quanto?» Con questa battuta entra in scena Cleopatra.”
Nadia Fusini con questa analisi dei personaggi Shakespeariani ci presenta il valore universale della Letteratura
“Quasi che l’amore ci fosse necessario a vivere quanto l’aria che respiriamo, Shakespeare ne sa raccontare l’urgenza, l’ambiguità, l’irrealtà. E la cattura, l’invincibile potenza di seduzione – sí che sempre e comunque, pur avendo avuto maestri insuperati come lui, ne saremo vittime, e crederemo e insieme dubiteremo dell’amore, e sempre capitoleremo alle sue insidie. Già, perché? Perché con tutta la scienza che ne abbiamo, ancora soffriamo per amore?”
Molto bella la parte sulle donne protagoniste delle tragedie shakesperiane, anche perché sono quelle che conoscevo meglio; molto peggio é andata invece per le protagoniste delle commedie, che ignoravo quasi totalmente e questo ha rovinato anche una lettura fino a quel momento veramente piacevole. Comunque Nadia Fusini non mi ha mai deluso non credo lo fará, considerato che é riuscita a farmi appassionare anche alla vita di Virginia Wolf, che non é mai stata tra le mie autrici preferite e che continuo a non sopportare.
Non sempre l’amore farà uscire l’amante dal se, dal proprio interiore se. Anzi, più spesso l’amore è e rimane un sentimento narcisistico.
Sono stata invitata a raggiungere la bella ragazza che si vede in copertina, affacciata al balcone, in un paesaggio splendido quieto e mite trapunto di stelle, quasi in attesa di qualcosa o qualcuno che forse non arriverà mai. Se non conoscessi Shakespeare penserei quanto sembri sciocco tutto ciò. Attendere, quasi come marionette prive di vita, l’avvento dell’amata o dell’amato in questo caso, al balcone, alla finestra, sul vialetto di casa, affinché l’amore vinca e conferisca idee, certezze. Una costanza fedele e irreprensibile che si è sviluppata nel tempo e che conferisce svariati messaggi: quanto si è disposti a fare per la persona amata? Lo studio accurato delle tragedie shakespeariane fu oggetto d’interesse per una letterata, un artista italiana come Nadia Fusoni che, abbracciando il suo amore per la letteratura e Shakespeare, restituisce in queste poche pagine a chi legge la complessità di esprimere esperienze necessarie e irrinunciabili. L’anima sprofonda nel nulla, con piacere annega nell’elemento liquido, allenta la presa sulle cose, ti molla là dove ci si teneva aggrappati. La negazione sta alla base del rifiuto, l’amore alla base del sesso, la domesticazione più o meno gentile nel domare quelle bestie indomite e selvagge. Cosa c’era di irreprensibile in tutto questo? Cosa avrebbe detto di nuovo questo saggio? Francamente, niente. Ma è interessante la riflessione che la sua autrice pone in luoghi in cui vi ho abitato. L’amore come archetipo di vita reversibile e irreversibile. Il nulla conosce e concede esaltazioni d’anima, emozioni splendide e intramutabili, contenendo così il peso della commedia stessa in cui ci si dà tanta pena per le questioni futili, private, frivole. E, mediante retorica, comprendere come si intuisca qualche premonizione di un mondo finito, che si sta avviando inesorabilmente verso la distruzione, celebrando così l’idea che quella della gentilezza, l’amore cortese, la raffinatezza di certi modi, creano la bellezza della vita sociale, della vita insieme. Armonizzati dalle stesse arti poetiche che il sommo Francesco Petrarca esplicò nelle sue opere e che attrassero il pubblico, nonostante si parli continuamente di figure morte ma che vivono di vita, svolgono la loro funzione, i loro ruoli mediante la forza prorompente dell’Amore, ascendendo all’uomo e a Dio. Gli sviluppi inattesi che conferì su di me questo saggio svettarono fra l’imbarazzo di non essere così acculturata nei riguardi di Shakespeare e della letteratura in generale, ma il desiderio di conoscenza, quella fame ardente che sorge solitamente in questi casi svettò a rimbalzo contro le vaste conoscenze della sua autrice, una collisione di corpi che si contennero l’amore per la letteratura e la parola scritta e stopparono ogni sentimento di imbarazzo, una prosa accogliente, di facile lettura in cui la scoperta di certi idiomi rimbalzò nella mia cassa toracica, prese forma, creò una piccolissima massa di conoscenza che ora riverso in queste poche righe. Avrei dovuto impegnarmi a fondo, per comprendere appieno ciò che celano le sue pagine. Acculturarmi e rimembrare ciò che la mia professoressa di letteratura italiana impartiva, riguardo ai sommi poeti italiani, durante lezioni lunghe e tediose ma per me affascinanti. La natura morta prevale e predomina su ogni cosa che ha respiro, forma e sostanza, l’anima svolge le sue funzioni mediante l’Amore, ascendendo all’Uomo o a Dio ma anche mediante quella forza cosmica che lega tutti. È questo, dunque, il segreto celato in queste pagine? Giulietta, Ofelia rappresentavano la donna come simbolo di tentazione o elargisce un desiderio buono in sé e per sé, covando desideri forti e devastanti? Forse la risposta è nascosta in questa stessa domanda, e, assieme all’amato, si ritrova espatriato della loro stessa natura, superiore all’amante perché autosufficiente e non soggetto a certi scossoni. La terra avrebbe ospitato la nobile esistenza degli uomini, quella dei principi e degli amanti che si cercano proprio per sconfinare i nuovi cieli e le nuove terre in paradisi sconosciuti e favolosi? Ed ecco che, spogliandomi di qualunque timidezza, ho posto l’attenzione sul concetto vero e proprio d’amore e sull’importanza che esso ha fra gli amanti. Come mi sarei comportata se fossi stata nei panni di Giulietta? In uno scambio di ruoli, in uno scambio di interlocuzioni fra materia e carne, corpo e spirito è necessario preservare il tutto specialmente nel momento in cui il mondo sembra stia per avviarsi lungo il lento processo della distruzione. Scavalcando o valicando qualunque barriera, tenuta così stretta ai bordi di quest’anima passionale ma turbolenta che, persino adesso, a distanza di qualche giorno dalla sua lettura, mi tiene salda alla sua presa.
Non è ciò che mi aspettavo questo libro. È diverso, è meglio, è inaspettato.
Con la passione della lettrice vorace e l'acutezza della studiosa, Nadia Fusini intesse una trama imperdibile all'intersezione fra teatro, filosofia e linguistica, una eeviscerazione ricca sentimentale (nel senso di ricca di sentimento non di sentimentalismo) dell'amore nelle opere di William Shakespeare, della società, della letteratura e degli eventi che ne hanno foraggiato e ispirato la redazione, e le personagge che ne hanno permesso la realizzazione. Desdemona, Giulietta, Viola, Kate. Le donne che, ben lungi dall'essere vittime indifese della lust, lussuria, maschile, invece si fanno protagoniste dell'amore, non solo come passione (a volte emancipatrice a volte distruttrice) o come amor cortese, ma come sentimento complesso, sociale, collettivo, a tratti perfino avveniristico, che caratterizza il teatro di Shakespeare.
Fusini ci guida fra i meandri del linguaggio, della brillante eloquenza del Poeta, e nel parlare d'amore parla di parole, di ellissi e di sineddochi, parla di rime e richiami, di giochi di parole celati, di bagarre e di preliminari amorosi, giocati fra rime e disincanto. L'amore e il linguaggio, inestricabilmente uniti per dar senso al non senso, e alla vita.
Prendete una serie di articoli accademici a tema letteratura inglese, qualche submission per conferenze a tema, e voilà viene fuori questo libro: orientato verso un pubblico specifico, con un perimetro predefinito di temi e argomenti, poco spirito di intertestualità ma tanta profondità verticale nell'analizzare il testo shakespeariano nell'ecosistema dell'epoca.
Sono un po' delusa dall'impianto fortemente basato sull'università italiana, mi aspettavo forse una trattazione più maestosa, o uno stile più robusto nel sorreggere centinaia e centinaia di pagine di analisi letteraria. Trovo sempre un gran peccato che gli autori diano per scontato che i lettori conoscano a menadito le opere da cui analizzano brani e personaggi, e mi dispiace sempre notare che in questi casi sia più importante la frase ad effetto isolata rispetto ad uno stile coinvolgente e magnetico, due elementi che finiscono sempre per scoraggiare la lettura.
"E capivo che le parole possono essere ambigue, e insieme che la lingua sola è reale e produce realtà: perché quando provavo a dire quello che sentivo, soltanto allora la sensazione, il sentimento esistevano davvero."
"[Il teatro] accoglie la trasgressione e con essa nutre la fantasia? O per effetto catartico lì, a teatro, la fantasia si scarica? E si distoglie dal vero obiettivo? Insomma, il teatro aiuta il cambiamento, o lo ostacola? Così come Shakespeare manovra il medium teatrale, direi che lo asseconda".
Le donne di Shakespeare, quelle di tragedie molto note (però Cordelia mi è mancata, e anche Miranda che proprio tragica non è) e di molte commedie assortite, sono moderne nella personalità e nelle azioni. Questo perché Shakespeare è alta letteratura, penso. Il libro è interessante anche se non stupefacente e richiede più di un'infarinatura sulle opere. La rivelazione, per me ignorante, è stata scoprire da dove arrivano Roland e la Dark Tower di Stephen King (non è Shakespeare ma Robert Browning).