Pierpaolo è cresciuto in un quartiere popolare alla periferia di Napoli, ma ha avuto la fortuna di nascere in alto, all'ultimo piano di una delle palazzine innalzate dal padre, e da quella posizione privilegiata lui e i genitori dominano la giungla di tetti, antenne e terrazzi abusivi sotto di loro. Studia medicina per accontentare i suoi, esce con le ragazze per non deludere gli amici, convinto che assecondando le aspettative degli altri possa difendersi da se stesso: ha vent'anni e ha appena capito di essere gay. Sono le cinque di mattina, è sotto casa dentro la macchina di un amico che gli piace e uno dei due forse è sul punto di svelarsi, quando l'intimità dell'abitacolo viene violata dalle luci blu delle volanti. Non sono venuti a prendere lui, come si sorprende a pensare, ma pochi minuti dopo a sbucare dal portone scortato dai carabinieri è suo padre. Il signor Tammaro nel quartiere è rispettato da tutti, è considerato uno che ce l'ha fatta, uno che si è emancipato dalla mandria, quasi una divinità, e Pierpaolo non ha mai avuto dubbi sulla natura dei suoi affari. Perché allora lo stanno portando via in manette, nel cuore della notte, come un criminale? Nei mesi seguenti, mentre il padre, condannato ai domiciliari, vivrà con la madre un tempo di clausura forzata e ripiegamento, in Pierpaolo avrà la meglio una spinta contraria e paradossale, di apertura alla città, al sesso, all'amore: è l'inizio di un percorso sempre più audace di esplorazione di sé e del proprio desiderio. E tra le decine di uomini che conoscerà per le vie di Napoli, incontri tanto eccitanti quanto deludenti, si nasconde la rivoluzione del primo amore e, forse, la speranza di una vita diversa da quella che gli altri hanno immaginato per lui. "Il primo che passa" è la storia di una dolorosa e ingenua iniziazione sessuale, un coming of age nervoso e febbrile come certi film di Xavier Dolan. Ma è anche il potente racconto di un amore giovane che germoglia in una Napoli combattuta tra squallore e grazia, messo in scena con la scrittura raffinata e le luci morbide di "Chiamami col tuo nome".
Ho letto questo libro in brevissimo tempo grazie ad una prosa fluida e ben strutturata. Il problema è stato nelle sensazioni spiacevoli che ho provato per ogni personaggio che si è affacciato durante il percorso narrativo; potrebbe essere colpa mia ma, forse proprio per la chirurgia con cui sono stati costruiti gli aspetti di ogni vita e di ogni azione, è mancato qualcosa che permettesse un'empatia profonda o, almeno, una partecipazione coinvolta. Un'eccessiva visione asettica, controllata, anche nel momento in cui gli impulsi si fanno dirompenti. Neppure per Pierpaolo sono riuscito a provare una simpatia genuina. Ripeto però: è pur sempre un libro visto attraverso la mia lente e sono sicuro che potrà incontrare il gusto di molti altri.
Una volta, mentre eravamo fuori a pranzo, Eleonora Caruso mi disse: “insomma, come si fa a non sapere che rapporto hanno i tuoi personaggi con i loro genitori?”. La domanda mi è rimasta impressa a lungo, perché svelava, all’improvviso, una chiave letteraria profonda: se nella vita reale la relazione che ci segna per sempre è quella con la famiglia, nei romanzi, in tutti i romanzi, non poteva essere poi tanto diverso – senza per forza tirare fuori disastri filiali di karamazovniana memoria. “Eravamo tutti figli di qualcuno, le nostre vite rintracciabili con facilità, condannate a una narrazione che sfuggiva da noi stessi e non ammetteva repliche” dice Gianluca Nativo nel suo romanzo d’esordio, “il primo che passa”. È il nocciolo della sua storia: Pierpaolo vive in ambiente protetto, in una Napoli di periferia su cui troneggia, all’ultimo piano di una palazzina, la casa dove abita. Figlio di un costruttore che si è fatto da sé e che gli ha dato una vita agiata, si incastra tra le aspettative degli amici e quelle dei genitori, cercando di venire a patti con i compromessi ipocriti che questo mondo gli offre. Quando il padre viene condannato agli arresti domiciliari, l’ombra dietro cui Pierpaolo cerca di nascondersi si dissolve: il fatto che il ragazzo sia omosessuale e che non abbia mai scoperto il sesso fino a quel momento è soltanto uno dei tanti aspetti di un disvelamento più profondo. Pierpaolo comincia a esistere solo nel momento in cui i suoi genitori, che pur devono intuire qualcosa (“Se vuoi studiare in America basta che me lo dici, a mamma, noi ti mandiamo” continuano a ripetergli), si annullano. E nell’egoismo che reprime il figlio in uno stato prepuberale, da cui lui fatica a uscire, la casa dall’arredamento kitsch diventa un’asfissiante incubatrice dorata. “Il primo che passa” è un romanzo delicato, che parla dei gusci delle nostre esistenze: quelli visibili di una città incastonata sul mare – mai stereotipata, nella narrazione di Nativo – e quelli meno evidenti, radicati nella comodità di una vita predestinata che non desideriamo.
“Il primo che passa” è un libro autentico e diretto. É un coming of age faticoso e nervoso. È la ricerca del piacere è delle sue infinite contraddizioni. É uno spaccato autentico su Napoli dove non ci sono cliché né caricature. La scrittura di Gianluca Nativo è raffinata e precisa. Esordio molto interessante.
È inevitabile che se si decide di ambientare un romanzo a Napoli, di Napoli ne resta impregnata anche la lingua. Ed è proprio questo il più grosso torto del libro di Nativo. L’assenza di una correlazione linguistica, questa scelta di una narrazione asettica, ( forse anche risultato di un editing che ha limato anche dove non si sarebbe dovuto). Napoli è la lingua. Non può essere altrimenti. Ma quando questa viene a mancare, immolata a un’omologazione morfosintattica che fa più male che bene, allora si perde il sangue e la carne. Ed è questa imperdonabile mancanza a rendere i personaggi poco familiari, quasi fastidiosi. E l’empatia che si cerca invano di ottenere, viene meno, disintegrata da una incoerenza lessicale che si fa fatica a digerire. E per quanto, da una parte, Napoli manca nella lingua, da un’altra scompare anche la credibilità di una realtà dove, nonostante i tempi siano sempre più favorevoli, non giustifica l’omosessualità addirittura sopraffacente per la quantità di soggetti dal facile abbordaggio. Nativo ci giuda in un universo irrealistico dove non è giustificato nemmeno l’utilizzo di app di incontri per quanto questi avvengano con una facilità snervante. Non ci si affeziona a Pierpaolo, anzi, spesso risulta fuori luogo, poco congeniale addirittura alla stessa omodiegesi. Un romanzo che potrebbe essere nella realtà Milanese e non farebbe nessuna differenza. Mi aveva colpito il riferimento a Dolan sulla quarta di copertina. Mai paragone fu più azzardato.
Ho cominciato a leggere questo libro con le migliori speranze e ho terminato la lettura con una sensazione di amaro in bocca. Di questo romanzo mi piace tantissimo la prosa, che trovo leggera e precisa e ben studiata, ma sento di non poter dire lo stesso della struttura del libro e del modo in cui vengono trattate le tematiche. Sono sicuro che Il primo che passa troverà un riscontro positivo, perché si fa leggere velocemente ed è molto accessibile; mi dispiace solo che non abbia incontrato le mie esigenze.
La storia della formazione di Pierpaolo è diretta, schietta, e non concede spazio a idealizzazioni. C'è immaginazione, illusione, a volte persino speranza, ma la realtà non lascia mai scampo, e il gioco in cui il protagonista si ritrova non perdona, né offre facili vittorie. Un libro che procede dritto come un treno e rischia di lasciare indietro il lettore, o di lasciarlo impassibile dietro un muro che impedisce il passaggio delle emozioni. E forse l'ostacolo più grande alla forza dei sentimenti è proprio l'inesorabile realismo della scrittura, l'onestà cristallina dell'atmosfera che si delinea. Pierpaolo ci lascia dopo aver guadagnato molte consapevolezze, anche se in realtà non è arrivato da nessuna parte. È la riconferma della sconfitta del singolo dopo ogni giro di giostra, della noia e della normalità che riprendono il controllo dopo ogni ondata d'entusiasmo, in un universo sentimentale dove già di per sé strappare una vittoria è raro e difficile, e ancor di più se nel frattempo bisogna scoprire sé stessi e il proprio posto in relazione agli altri.
Libro di veloce lettura, dallo stile asettico che riflette la superficialità dei personaggi, con i quali non si riesce ad entrare in empatia e dei quali non si conoscono le ragioni profonde. La sensazione che ho avuto è proprio che non si sia scavato a sufficienza nella psicologia dei personaggi, protagonista incluso. Metafore trite e ripetute: a leggere per almeno tre volte l'espressione "come in una serie tv americana" mi viene da dire allo scrittore di spegnere un pochino Netflix e provare a migliorare la sua scrittura.
Pierpaolo a Napoli – l'università, la scoperta sessuale, il padre ai domiciliari. L'autore sa scrivere molto bene, con una prosa curata, ma non racconta con la stessa incidenza. Dietro la patina di belle parole il filo della storia è languido e si perde in episodi poco caratterizzati e sveltine improbabili. Il protagonista non trasmette emotività, limitandosi a un resoconto molto razionale. E non ci sono personaggi, solo figure con cui il protagonista interagisce (spesso solo passivamente).
Gianluca Nativo descrive con delicata accuratezza il viaggio della scoperta del sé omosessuale nell'Italia dell'era digitale, tra sortite impreviste, occasioni colte o mancate, app e luoghi di cruising sempre meno affollati. Intorno a questo ma allo stesso tempo strettamente intersecato, la fine dell'adolescenza: l'addio alle vecchie amicizie "abitudinarie", la crescita, il tornare indietro, e il dramma familiare di cui si diventa partecipi solamente quando non si è più bambini.
Sincero, scrittura efficace (a parte un'irritante ossessione per l'aggettivo "accudente"). C'è però la solita sensazione, tipica per gli scrittori italiani esordienti, di "guardarsi il proprio ombelico", che blocca la possibilità di esplorare i personaggi in modo completo. Aspetto il secondo romanzo, con la speranza di essere contraddetto.
Opera prima per il giovane scrittore napoletano, cresciuto anche lui nella periferia nord di Napoli come il suo protagonista. É la storia di una febbrile ascesa verso la propria identità. La sessualità come tramite per conoscersi, per capire i propri limiti e il proprio potenziale. Pierpaolo è un adolescente che ha in sé instillato il demone dell'insoddisfazione. É attratto dagli uomini e questo lo scopre piano, rincorrendo l'emozione perfetta, quella che gli possa indicare la via della consapevolezza di sé. Tuttavia, il percorso è arido e altalenante e ha il suo culmine nella presa d'atto che il contesto in cui è cresciuto mal si sposa con le proprie esigenze. Ma allo stesso tempo è fedele alle sue radici, nonostante talune idiosincrasie. Le esperienze di Pierpaolo si susseguono, puntellano il suo affacciarsi alla vita universitaria - studia Medicina - e rendono meno amari i momenti delicati in famiglia - gli arresti domiciliari del padre. E sarà la circolarità del romanzo a delineare la realizzazione di un certo tipo di amara consapevolezza nel protagonista: la "predestinazione" dell'amore si scontra con le paratie dei contesti sociali in cui si nasce e cresce e spesso soccombe ad esse.
La storia di consapevolezza di sé e della propria identità sessuale di Pierpaolo procede... rimanendo ferma. L'inanellarsi di rapporti occasionali e di brevi relazioni produce alla fine un cerchio che si chiude: Pierpaolo agisce senza scegliere, rimandando il momento in cui emanciparsi dalla visione che il mondo ha di lui. In questo libro niente mi ha catturato veramente, neanche i riferimenti di sfondo ad una città che vivo e conosco bene, nelle sue vette e nelle sue miserie, neanche la scrittura, che non osa sporcarsi, tutto rimane in superficie. Forse è voluto, forse questa mobile inerzia racchiude il senso del testo? Forse quel prendere il "Primo che passa" è proprio l'inizio e anche la fine? Mah.
L'ho trovato piuttosto deludente. La prosa è molto bella, ma il romanzo è un lungo racconto che non mi ha trasmesso alcun sentimento. Non sono riuscita a empatizzare con nessun personaggio, non ci sono scelte da parte loro, mi sono sembrate solo delle pedine in una storia che non parte mai.
Napoli, ai giorni nostri: Pierpaolo è un ragazzo di 20 anni, educato, bravo a scuola ed estremamente timido, ai limiti dell’estraniamento più totale. È figlio unico di una coppia benestante: il padre, una sorta di faccendiere della Napoli bene, la madre casalinga, ossessionata dall’ordine e dalle pulizie. Una sorta di “animale casalingo”. Gli anni lo vedono crescere, tra la fine del liceo e l’inizio dell’università, Medicina, dopo il superamento del test d’ingresso. Angelo, un suo caro amico, totalmente diverso da Pierpaolo, lo invita sovente presso la sua casa, dove in terrazza si svolgono feste continue. Angelo, l’animale notturno, popolare e disinteressato, è un punto fermo nella vita di Pierpaolo. Un porto sicuro presso cui recarsi. A casa, il tran tran quotidiano, è sempre lo stesso: il padre costantemente fuori per lavoro, la madre alle prese con la casa insieme a Rafilina, la fidata domestica. All’improvviso, qualcosa scuote la “normalità” di casa Tammaro, proprio in momento cruciale per la vita personale di Pierpaolo. Tutto si blocca, si cristallizza in una notte, quella che segna l’inquietudine di Pierpaolo: una nuova consapevolezza sessuale che lo travolge e stravolge, che lo scuote profondamente, assieme a tutte le abitudini e le sue poche consapevolezze. Tutta la narrazione si svolge a Napoli, nei meandri della città; in quel cuore pulsante, fra il nero della notte e dei suoi anfratti controversi, alla meraviglia del suo cielo giornaliero, costellato dalla bellezza architettonica, storica e culturale. Il padre e la madre punti fermi senza nome, connaturati ad essere i suoi genitori. Le descrizioni restano inespresse, come molti pensieri del protagonista che non va a fondo rispetto ad alcuni fatti e tematiche. C’è qualcosa di non detto, giustificato dal fatto che il romanzo rappresenti l’esordio dell’attore, Gianluca Nativo. La lettura del libro è un modo delicato per approcciare la tematica della comunità LGBT. Testo non particolarmente impegnativo, estremamente scorrevole nella sintassi. 📌 Letto per e con il gdl #storiemilitanti di @spunti_di_lettura 📎 discussione finale, domani.
In casa Tammaro funziona così: “chi soffriva perdeva all’istante la sua tridimensionalità e veniva lasciato in un angolo in attesa che riprendesse la sua forma”.
Due genitori emotivamente immaturi e diseducati al sentimento si trovano impreparati quando il loro bambino cresce e diventa Pierpaolo Tammaro, un uomo adulto. Abituato fin da piccolo a rigide regole comportamentali e a una forzata razionalizzazione delle emozioni, Pierpaolo della sua vita adulta non sa cosa farsene. Si rifugia nello studio universitario per evitare l’esperienza umana; si nasconde nella vuota routine di pendolare per bloccare mente e corpo nello status quo.
La vita, però, di certo non rispetta le nostre volontà. La vita spinge prima Francesco e poi Elia sulla strada di Pierpaolo per stravolgere le sue abitudini.
Il protagonista di questo romanzo di formazione per la prima volta alza lo sguardo dalle pagine dei manuali di Medicina e si guarda attorno. Si domanda: “Perché non era mai facile come sembrava? Perché ogni minima esperienza umana comportava una fatica immensa?”.
Confusione, delusione e dolore. L’influenza di questi elementi plasmano le idee di Pierpaolo e lo educano all’essere se stesso, all’essere umano. Arriverà a capire che sentire male è sempre meglio di non sentire niente e che forse, alla fine, il senso di tutto si riduce a questo: dobbiamo fare conoscenza con noi stessə.
Il tema principale è l’omosessualità. Pierpaolo sente di essere in ritardo nel l’approccio con il sesso rispetto ai suoi coetanei. Questo ritardo è dovuto alla scoperta del suo vero orientamento. Pierpaolo è distaccato dai genitori, il padre inoltre è ai domiciliari, che non comprendono il disagio del figlio. Inizialmente sperimenta la sua sessualità appunto con il primo che passa. Non sa cosa sia l’amore, cerca solo di soddisfare i propri bisogni corporei. Poi Elia gli da una stabilità, stanno assieme e fanno coppia fissa. Anche se la madre di Pierpaolo, intuita l’omosessualità del figlio e la sua relazione nascosta, gli fa capire di dover troncare il rapporto con Elia. Nel libro i dialoghi sono pochi il che fa inture che Pierpaolo è di poche parole, ma le ambientazioni e ciò che accade sono descritti nei minimi dettagli. Alcuni personaggi li ho trovati abbastanza fastidiosi, mentre il protagonista ed Elia hanno attirato il mio interesse nello scoprire i loro caratteri e le emozioni provate. La storia è abbastanza coinvolgente. Il finale mi ha lasciato un po’ delusa e ho fatto fatica a comprenderlo.
“Il primo che passa” è un libro tutto sommato piacevole, che scorre bene grazie all’ottima prosa di Nativo.
Tuttavia, si finisce il libro con una sensazione di aver guardato la storia da fuori una finestra, senza essere riusciti a connettere con nessuno dei personaggi, nemmeno con il protagonista, che mantiene una certa distanza anche dal lettore.
Inoltre, si tratta di un libro ambientato a Napoli, dove però la città è solo uno sfondo, seppur ben descritto. Nemmeno Napoli riesce a permeare nella storia: la completa messa al bando del napoletano rende il tutto molto finto, irrealistico.
In definitiva, un buon libro d’esordio dal punto di vista stilistico, ma un’occasione persa da quello narrativo.
Letteralmente un libro senza senso, dall'inizio alla fine non si riesce a capire dove volesse andare a parare e alla fine risulta nel nulla totale. Questo libro prova ad avere una trama ma non la sviluppa, prova ad essere un character study di un ragazzo alla scoperta di sé stesso ma che fondamentalmente non scopre nulla e rimane nel limbo, prova ad inserire la dinamica di un rapporto familiare complesso ma anche quello rimane a mezz'aria senza essere approfondito. Ho finito di leggerlo sperando in una sviluppo della storia sul finale ma niente, due stelle per l'impegno ma era già su vinted prima di arrivare a metà, il fatto che mi ci siano voluti due mesi per leggere 200 pagine ne è testimone.
L’esordio di Nativo non è un semplice romanzo di formazione, non è solo il racconto di un percorso di iniziazione sentimentale e sessuale, ma è un processo di distruzione. Pierpaolo, il protagonista, si ritrova a perdere parti di sé - le abitudini familiari, il rigore nello studio e la routine dei giri di amicizie - per ricomporsi in un uomo nuovo. Viene però difficile provare empatia per lui, come per gli altri protagonisti, perché ciascun personaggio risulta fin troppo affettato, con descrizioni che a volte scadono nel didascalico, e quindi a tratti troppo asettico. Un romanzo che avrebbe meritato di più, se solo i personaggi fossero stati più accessibili e naturali.
Poche storie, é un libraccio. La prosa é secca, impersonale: tutto ciò che non deve essere un romanzo che tratta della scoperta della sessualità di un adolescente. Il protagonista é un automa senza volto e senza pensiero che si muove in situazioni del tutto scollate dalla realtà. Gli incontri occasionali, la relazione stabile, la notte con il classico “etero curioso”… tutto trattato con la stessa surreale indifferenza. L’universo gay che questo autore cerca di rappresentare nei suoi tratti più foschi della mancata accettazione da parte di se stesso e degli altri fallisce clamorosamente nell’impossibilità assoluta di empatizzare con chiunque popoli le pagine di questo racconto.
Caoming of age di Pierpaolo, che prende coscienza del suo essere gay, quando una tragedia colpisce la sua famiglia. Passa attraverso a varie relazioni, forse trova un vero amore o almeno qualcuno con cui costruisce qualcosa di maggiormente duraturo. Ma poi lascia perdere, su richiesta della famiglia, anche questa relazione, forse non era così importante. Questo è il primo libro di Gianluca Nativo ma il secondo suo libro che leggo, ed in entrambi trovo che manchi qualcosa; questo libro mi resta già di più del suo secondo, ma i personaggi scivolano via, mancano un pò di dialoghi, quacosa che li caratterizzino maggiormente. Onestamente non so se leggerei un terzo libro di questo autore.
Letto in pochissimo tempo, prosa scorrevole e analitica. Non capisco perché sia ambientato a Napoli - qualsiasi altra città sarebbe potuta andare bene. Vengono trattati i temi dell'omosessualità, della famiglia, della rispettabilità (omertà, finzione, decoro, maschera) ma non vengono approfonditi, rimangono a galla. Questo mi sembra in linea con lo stile di scrittura; infatti, ad esempio, si ha una buona introspezione nel protagonista, ma a fine libro fatico a dire che sia cresciuto, anche se effettivamente è passato da essere un ragazzino a un giovane uomo. Non avevo aspettative alte e forse è stato meglio così. In fin dei conti ho apprezzato di più lo stile dell'autore che il libro in sé.
3.5 la scrittura di nativo è super visiva e il libro scorre molto piacevolmente. il protagonista pierpaolo (pierpà) - è così simile a tante persone nella mia vita, e a me stessa, che è quasi impossibile non schierarmi dalla sua parte e allo stesso tempo provare una fortissima, immensa voglia di prenderlo per le spalle e scrollarlo dalla prigione in cui si trova - tendere una mano e fornirgli una via d'uscita. peccato per la poca solidità degli avvenimenti nell'ultimo terzo degli eventi: trovo che scivoli abbastanza e la storia tenda a perdersi. nonostante questo, ottimo esordio!
I primi che passano sono i tipi che si porta a letto il protagonista, battute a parte questo coming of age di una ragazzo napoletano che scopre la sua sessualità è stato interessante ma non appagante, la scrittura è davvero ben curata e scorre fluida ma alcune azioni del protagonista non le ho capite , il finale totalmente bho lasciare Elia per non addolorare i genitori ok però poi andare con Francesco e incoerente, o forse perché con Elia la relazione era diventato seria bho il vuoto approfondimento 0
L'intero libro è pervaso da un sentimento astratto, una corsa costante nel cercare di capire di cosa si tratta, di provare a concretizzarlo eppure non ci si riesce. Pierpaolo, il protagonista, si lascia cadere nelle situazioni che gli capitano. Non si riesce a toccare nulla, ti si sgretola ogni parola tra le dita e alla fine del romanzo ti sembra solo di aver fatto una lungua nuotata restando però sempre in superficie, senza mai capire bene cosa si cela sotto l'acqua.
Ho letto entrambi i romanzi di Nativo. In realtà prima il secondo "Polveri sottili" e quindi questo, "Il primo che passa". Non riesco ad appassionarmi al racconto che nativo fa della sua generazione e della sua complessa città, Napoli. Forse per una questione puramente generazionale, ma i suoi personaggi non mi emozionano, non riescono ad entrarmi dentro. E nemmeno la sua scrittura riesce a catturarmi.
A volte ci sono libri che né ti fanno impazzire di entusiasmo, né ti dispiacciono particolarmente. Per me è andata così con Il primo che passa.
La storia parla di un ragazzo campano che deve fare i conti con la scoperta della sua omosessualità e compie un percorso verso l'auto-accettazione. Il contesto che lo circonda, mix tra realtà molto popolare e alta borghesia, non aiuta ovviamente.
La sensazione che ho avuto leggendo questo romanzo è di un racconto poco introspettivo. Il che è strano, visto che non è un romanzo in cui succedono tante cose e, anzi, il luogo metaforico che si esplora di più è il pensiero del protagonista. Mi è sembrato tuttavia di guardare uno di quei videogiochi in prima persona in cui però non si sa chi sia il pilota. Il protagonista compie una serie di azioni e scelte di cui non è approfondito il dietro le quinte. Come se fosse un attore passivo.
Probabilmente è proprio così che ci si sente nei suoi panni e questa è stata una scelta volontaria. Ma io non l'ho gradita e forse, da un libro sul coming out e la scoperta di se stessi, alla mia età, mi aspetto qualcosa di più risolto e concluso.
— chiacchierava a mezza voce sorseggiando caffè da un bicchierino di plastica. Mi piacevano le sue polo, blu o rosso scuro, le braccia che sbucavano sottili e abbronzate, la leggera curva del tricipite che scompariva nella manica. Aveva una massa di capelli crespi quasi sempre umidi di sudore, sulla fronte e dietro le orecchie.
Gianluca Nativo si rivela una piacevole scoperta in questi primi mesi dell’anno.
In questo suo romanzo d’esordio l’autore cattura perfettamente un frammento di vita riuscendo ad essere credibile durante tutto la storia di Pierpaolo.