Il succedersi regolare di notte, giorno e notte non è sempre una certezza per i personaggi di questo splendido romanzo. Il sopraggiungere dell'alba porta con sé la consapevolezza che potrebbe essere l'ultima, ma dopo tutto alla morte questi uomini - ebrei, polacchi, tedeschi e russi - hanno fatto quasi l'abitudine, da qualunque parte della Storia si trovino. In fondo a far paura è "l'annuncio della morte", la morte in sé non è che un istante dopo il quale non c'è più nulla, non si fa neppure in tempo a familiarizzare con essa.
Siamo nella Polonia del secondo dopoguerra, devastata dal nazismo. I soldati russi sono accolti come salvatori e portatori di un'ideologia che promette un mondo migliore, in cui tutti saranno uguali. A questa idea comunista si aggrappano tutti, con convinzione o per opportunismo, con fede o speranza di riscatto, guardando alla Russia come a una maestra di vita. Ma tutti, inevitabilmente, si scontreranno con la realtà di un sistema che per affermarsi esercita forza, oppressione e paura. Da Hitler a Stalin il cambiamento sta solo nel metodo. Come ci dice uno dei protagonisti, Hitler voleva ripulire, Stalin educare. Si passa dai lager alle prigioni, con interrogatori infiniti, con la tortura psicologica sottile e devastante, durante la quale la paura della morte viene sfruttata per costruire storie. La Gestapo cercava informatori, delatori; la polizia segreta adesso vuole solo confezionare accuse false per giustificare la reclusione dei dissidenti, degli elementi pericolosi refrattari alla "rieducazione".
"In quel sistema, solo la prigione dava l'opportunità di mantenere integra la personalità... Salvare la libertà voleva dire rinunciare alla libertà".
Così, ebrei sopravvissuti all'Olocausto, polacchi dalle grandi ambizioni mai realizzate, diventano funzionari al servizio di quest'opera di rieducazione, a danno di altri ebrei e altri polacchi.
Il coro di voci narranti ci regala pagine di grande bellezza, come il dialogo tra due reclusi, un professore polacco innocente e un soldato tedesco pronto a mentire per aver salva la vita. Carnefici e vittime, persi nei meandri della Storia "che ha le sue leggi, di fronte alle quali un tempo l'intelletto era indifeso". Li ritroviamo a distanza di anni, sopravvissuti a sé stessi, in fuga dai ricordi, perché la memoria non assolve. Nulla si salva, nemmeno l'amore che ha resistito ad anni di reclusione, a una separazione dolorosa. Ma quando tutto finisce, anche chi ha amato tanto volta pagina, perché "Se è necessario si accetta il martirio. Ma nessuno è costretto ad accettare il ricordo del martirio".
E cosa resta della Polonia? Gente derubata della vita, perché privata della libertà di scelta. Non si può riavvolgere il nastro e ricominciare. Persone private dell'identità, che vivono in una nazione, ma non in una società. Forse rimane il desiderio di vendetta, ma anche quello è relativo, perché ci si rende conto che "è meglio avere l'inferno dentro di sé che essere all'inferno".
Gli spunti di riflessione sono tanti, si potrebbe scriverne ancora a lungo. Come pochi altri libri, questo mi ha fatto violare la regola di non sottolineare. Non sono riuscita a trattenermi e avrei voluto averne anche la versione digitale, per evidenziare e annotare.
Non l'ho ancora riposto tra i libri letti. Le sue pagine continuano a chiamarmi.