Il linguaggio verbale dispone di un vasto repertorio di espressioni deputate a svolgere una specifica funzione: insultare gli altri. Quasi tutte le lingue possiedono un arsenale di insulti che variano per quantità, contenuti e grado di volgarità. Illustrando i meccanismi psicologici e linguistici alla base della violenza verbale, questo libro analizza le ragioni che fanno dell’insulto e del linguaggio d’odio un fenomeno virale nelle conversazioni quotidiane, nel conflitto politico e, non in ultimo, nei social media. Gli insulti rappresentano il lato oscuro del linguaggio, un fenomeno deplorevole e maleodorante. La lingua parlata, tuttavia, merita attenzione in tutte le sue forme. Chi si occupa di linguaggio deve indagare tutte le possibilità espressive del linguaggio umano. Esaminare gli insulti può aiutarci a capire qualcosa di più del modo in cui concepiamo il mondo e le persone che ci circondano.
Saggio BELLISSIMO! Ho amato tutto di questo libro, ho scoperto un sacco di cose sullo studio degli insulti. E' scritto davvero bene, facile da capire anche quando si fa un po' più specifico con nozioni tecniche e gli esempi che Domaneschi porta sono quelli che sentiamo tutti i giorni in tv o leggiamo sui social. Penso sia un testo importante soprattutto vista l'epoca in cui viviamo, dove ovunque ti giri volano insulti. Molto consigliato!
Un saggio carino sulla linguistica dell'insulto. Il livello di approfondimento non è eccelso, d'altra parte è davvero breve, ma l'abbondante bibliografia fornisce tutte le fonti adatte ad approfondire.
Ma l’insulto è anche la risposta ad un’emozione. In quello che è forse uno degli articoli scientifici più classici sulla psicologia delle imprecazioni, the psychology of profanity, G. Patrick sostiene che imprecare è a reazione istintiva a situazioni che ci spaventano o irritano. E aggiunge che “come tutte le reazioni istintive, (imprecare) non genera emozioni bensì le allevia.” Cit
A un certo punto l'autore cita una frase attribuita a Freud, che suona: "Il primo uomo che invece di un sasso lanciò un insulto fu l'inventore della civiltà". Frase astuta perché, nella sua concisione, illumina un ampio spettro di considerazioni e spinge a una lettura doppia: la civiltà consiste nel passaggio dalla violenza bruta che urta la materialità, che vuole ferire o distruggere i corpi fatti di carne e sangue, a una violenza depotenziata, quella verbale, forse maggiormente gestibile? Oppure la civiltà non è altro che un travestimento della violenza, una patina opaca e sottile sotto la quale si nasconde e si agita comunque la vecchia scimmia rissosa che noi siamo? Nulla ci impedisce di prendere entrambe le risposte per buone, perché una cosa non esclude l'altra. Il libro, nella sua cavalcata tra le poliedriche forme dell'insulto e i modi di pensarlo, fornisce davvero numerosi spunti, ma sono due quelli sui quali voglio soffermarmi. Il primo, suggerito anche dalla citazione di Freud, ed entrato prepotentemente alla ribalta nel dibattito pubblico con l'accesso di miliardi di persone, prima silenziose, alle piattaforme dei social media è: cosa fare degli insulti? L'insulto è l'anticamera della violenza fisica, tra i due esiste un chiaro nesso di causa ed effetto e dunque anche le parole vanno messe sotto controllo (magari legislativo) per evitare il peggio? O è un utile sfogo che permette la fuoriuscita, in una maniera magari sgradevole ma comunque più innocua della violenza fisica, di energie che altrimenti, se compresse, rischierebbero di esplodere comunque e in maniera ancora più disastrosa? L'autore non dice la sua in merito, anche se tra le righe del libro sembra di intuire che, pur auspicando un qualche equilibro tra la libertà di esprimersi e la tutela delle persone, non liquida comunque come oziosa la seconda domanda e non esecra l'insulto (specie quello internettiano) come qualcosa che va sanzionato sempre e comunque. Insomma, insulto dunque sono umano ed eliminare la possibilità di insultare sarebbe negare una parte dell'umanità. L'autore non si espone fino a dire cosa dovrebbe fare la legge dell'insulto, cosa che, almeno per me, dovrebbe essere il punto cruciale della questione. In ogni caso, per quanto possano essere brutti, talvolta bruttissimi, gli insulti che si trovano ovunque a circolare per la rete, penso che sia un giusto prezzo da pagare quello di sopportarli per preservare una libertà di esprimersi che è fondamentale proprio per chi si trova in posizioni di svantaggio sociale (minoranze, ecc.) e che ha dunque bisogno di far sentire la propria voce, voce che potrebbe essere tacitata proprio se qualcuno trovasse un modo per farla passare per offensiva, cioè insultante, e quindi sempre passibile di venir zittita dalla mannaia della censura, anche di quella istituita a fin di bene. I bavagli per tacitare gli insulti possono sembrare belli, addirittura necessarî, ma c'è sempre il rischio che gli avversarî se ne impadroniscano per imbavagliare chi, in posizioni marginali, ha bisogno di dire la sua. Anche perché gli insulti e le offese sono qualcosa di relativo, e ciò che ad alcuni sembra la giusta espressione di una verità, magari anche scomoda, per altri possono essere parole abrasive e che portano all'odio. Ne sa qualcosa Justine Sacco, il cui caso il libro riporta, che nel 2013 fu esecrata dall'intera rete per un tweet forse razzista ma sicuramente di cattivo gusto, che in seguito a esso venne licenziata, sollevando una specie di dibattito globale. Dico una specie perché, questo caso che fu un precursore di ciò che negli anni successivi prese il nome di cancel culture, più che un dibattito, fu lo scatenamento di una furia a senso unico nei confronti della donna, i cui recapiti internet furono presi d'assalto da un diluvio di insulti, comprese minacce di morte e auguri di essere stuprata. Chi di insulto ferisce di insulto perisce? Forse, ma vale la pena osservare come spesso chi brandisce la bandiera della lotta all'insulto non si faccia problemi a combatterla con armi altrettanto improprie se non di più, come il ricorso alla violenza dello Stato nella forma del diritto penale. Come sempre, gli insulti da condannare (e da reprimere con ogni mezzo) sono sempre quelli altrui, mentre quelli proprî sono una forma di giustizia vendicatrice. Il secondo punto, che in parte si intreccia al primo, riguarda gli insulti e soprattutto i termini che vanno a colpire intere categorie di persone: le minoranze razziali, sessuali, ecc. Anche su questo il dibattito è attualmente vivissimo: cosa fare di quelle parole che denominano in maniera dispregiativa determinati gruppi umani? L'autore osserva che la carica offensiva di queste parole è prodotta soprattutto dal contesto, e questo è tanto giusto quanto banale, perché il significato delle parole resta convenzionale e il fatto che un insieme arbitrario di suoni indichi il disprezzo per chi, per esempio, ha la pelle di un determinato colore, non deriva da una qualche essenza intrinseca alla parola. E tuttavia io penso che l'autore non vada abbastanza in là. La lotta alle parole discriminatorie, per quanto possa apparire giusta, secondo me manca totalmente il bersaglio e resterà sempre vuota e inutile in assenza di cambiamenti nella realtà. Perché è sempre la realtà a generare le parole e non il contrario, e pensare che basti cambiare o eliminare determinate parole perché la realtà cambi è una forma di pensiero magico. Riflettiamo su quanto segue: esistono diversi epiteti per denigrare le persone di colore, ma non ne esistono per le persone bianche (al massimo c'è "viso pallido", ma chi lo usa?); ancor di più per la sessualità: le parole per umiliare gli omosessuali sono infinite, ma per l'eterosessualità non ne esiste nemmeno una. Questo cosa insegna? Che le parole seguono le cose e non viceversa, ovvero che determinati insiemi di suoni vengono scelti come insultanti perché, di partenza, c'è una concreta asimmetria di potere sociale tra i diversi gruppi, asimmetria che le parole esprimono e non causano. Se anche ci si accordasse per sradicare totalmente le parole offensive, stante la situazione concreta di svantaggio di determinati gruppi umani, subito si troverebbero nuove parole per esprimere tale situazione. Lo dimostra il caso dei termini "handicappato", "disabile", "diversamente abile", una sequenza di termini via via escogitati per occultare il pregiudizio e l'esclusione che queste persone subiscono: "handicappato" inizialmente doveva servire a denominarle in maniera neutra ma, dato che l'esclusione e il pregiudizio perduravano, assunse rapidamente un connotato dispregiativo, e così si fu costretti a passare a "disabile", e poi a "diversamente abile". E avanti così. Ma il problema non sta nelle parole ma nella struttura sociale che esse esprimono, e finché non cambierà la seconda, le prime continueranno ad assumere caratteri negativi, per quanto si cerchi affannosamente di sterilizzarle. Deprecare l'insulto come la causa (e non l'effetto) dei mali della società significa voler mozzare il dito che indica la proverbiale Luna, sperando che in questo modo la seconda sparisca. Ma non è così che funziona. Non abbiate paura (almeno, non troppa) degli insulti, dunque: essi possono essere la spia, il termometro che indica che nella società qualcosa non funziona. Ma non è rifiutandosi di guardare il termometro che i problemi saranno risolti.
Saggio ben costruito e argomentato sull'uso più diffuso della parola in ogni linguaggio umano: l'insulto. Da quello populistico a quello intellettuale, da quello politico a quello blasfemo, l'insulto non è semplicemente un moto di pancia privo di concetto, ma è una componente ancestrale del nostro linguaggio. A tratti illuminante, si legge piacevolmente e con interesse.
L’insulto è un complesso fenomeno sociale A quali condizioni le parole offendono? Quali sono i confini tra ingiuria e insulto? E soprattutto perché insultiamo? Chi pensa che il passato passato fosse linguisticamente educato si sbaglia , gli insulti sono parte diogni epoca e civiltà. Ma il nostro tempo, secondo Domaneschi, è quello in cui l’ingiuria e le parolacce la fanno da padroni: il linguaggio scurrile ha contaminato praticamente ogni contesto (la politica soprattutto) e i social network, dove si passa direttamente all’hate speech
Dietro lo schermo, dove tutto si può, forti del mimetismo che regala l’anonimato, l’insulto è a un’escalation di aggressività Insulti e imprecazioni hanno una funzione catartica per chi le usa, ma spesso si sottovalutano le ripercussioni sociali scatenate dall’uso improprio di molti sostantivi che innescano la miccia bersagliando diversità fisiche, cognitive, geografiche usate per denigrare l’altro e creare divisioni ideologiche Domaneschi guarda al repertorio insultante delle circa settemila lingue parlate nel mondo contemporaneo, buona parte delle quali dimostrano di avere un arsenale di termini spregiativi che esprimono la volontà di denigrare come pratica sociale Quindi non si può fare a meno di insultare e la responsabilità va in parte ad aree cerebrali che determinano una propensione a questi sfoghi linguistici, perché procrastina lo scontro fisico, ne ritualizza l’aggressività, ma in una società multiculturale si rende necessaria un’igiene del linguaggio, nonostante non sia solo una questione di dizionario
“L’insulto è una pratica, una combinazione di parole, azioni e pensieri. Potremmo dire: una forma di vita.”
Istruttivo e divertente, il libro di Filippo Domaneschi spazia dalla linguistica all’etologia, la sociologia e la psicolinguistica, senza dimenticare il linguaggio delle mamme (il "madrese"), regno dell’ eufemismo, e tutta la retorica delle metafore
Un libro completo, approfondito da ogni angolazione possibile: linguistica, sociale, neurologica e culturale. Onestamente, non credevo si potesse dire così tanto, e con così tanta competenza, sugli insulti.
Quello che più ho apprezzato, rispetto ad altri saggi sull’argomento, è la scelta di includere non solo chi pronuncia l’insulto, ma anche chi lo subisce. L’autore dà spazio all’esperienza delle persone insultate, trattando le conseguenze sociali di queste dinamiche. È un approccio che rende il libro non solo più completo, ma anche più umano.
A questo punto, possiamo davvero mandare in pensione il vecchio libro di Schopenhauer: qui si ragiona con serietà, dati e rispetto. Non è un saggio pieno di tecnicismi, va bene sia a chi si occupa di linguistica, sia a chi è semplicemente curioso.
Finalmente un saggio sull'uso dell'insulto e dell'ingiuria, mio tema del cuore. Ora vorrei più dettagli sul torpiloquio, anche se le basi sono già chiarite in questo testo. Asciutto, scientifico, conciso al punto giusto. Riflessioni davvero interessanti, lettura piacevole e scorrevole.
Un saggio interessante e utile per capire una parte (consistente e molto utilizzata in tutti gli ambiti) del linguaggio. Cos'è classificabile come insulto? Dove nasce e perchè lo si rivolge? A chi? Scopriremo che gli insulti possono essere di vario tipo e che, a seconda, perseguono scopi ben precisi. Se possono essere considerati, antropologicamente, come mezzi che hanno trattenuto l'essere umano dallo sfociare immediatamente nell'aggressività fisica, va però anche sottolineato come essi possano venir evitati, se il cervello si connette ai propri freni inibitori e sceglie altre vie, più rispettose. Insomma: un manuale per diventare parlanti competenti.
Domaneschi esplora il vasto repertorio di parole ed espressioni usate per insultare gli altri. All'interno del saggio spazia dal lato più scientifico che riguarda le aree del cervello che si attivano durante l'atto dell'insulto, il motivo che ci spinge a insultare, gli insulti che le lingue hanno (o non hanno) nel loro vocabolario, costrutti sociali, usi relativi all'espressione d'odio e violenza ma anche di affetto, per concludere con l'importanza che l'insulto ha nella politica contemporanea.