Conoscevo Nabokov solo per Lolita finora, pur ripromettendomi di leggere altri suoi libri. Lolita è un capolavoro, non per la storia, in sé pure banale, quanto per la raffinatissima, elegante, smisuratamente ricca scrittura. Nel commento che ho scritto a Lolita ho riportato un’espressione di Nabokov, un suo pensiero, che si adatta perfettamente anche a questo romanzo. Dice Nabokov che scopo della letteratura è procurare voluttà estetica, cioè –dice- “il senso di essere in contatto, in qualche modo, in qualche luogo, con altri stati dell’essere dove l’arte (curiosità, tenerezza, bontà, estasi) è la norma.” Ebbene, gli arlecchini citati nel titolo del romanzo che ho appena letto null’altro sono che quelli che lui definisce “gli altri stati dell’essere dove l’arte è la norma”. Gli arlecchini sono quell’universo parallelo - costruito attraverso l’utilizzo di immagini e similitudini incantevoli, un uso funambolico ma perfetto del lessico che denota una padronanza sintattica e grammaticale insuperabili- in cui le emozioni umane, descritte con tale magnificenza, si arricchiscono e traboccano.
Il fatto è che in questo romanzo solo a sprazzi si possono godere le risate, le piroette e gli scherzi degli arlecchini. Di certo non nel finale, che non mi è piaciuto, le ultime pagine sono confuse e poco chiare, come del resto buona parte del libro, che racconta di uno scrittore, Vadim, che è e non è Nabokov, perché lo scrittore mescola finzione e realtà creando un personaggio che è una caricatura di sé stesso, un russo fuggito dalla patria durante il comunismo, rifugiato prima in Germania e poi in Inghilterra, incappato in più matrimoni sbagliati, trasferito in America ad insegnare all’università, inquieto, folle, con unico sollievo nel creare romanzi, che è per lui “ricreare all’infinito il mio fluido ego”. Un gioco di specchi, con alcuni ritocchi qua e là, che ha divertito lo scrittore, un Arlecchino che cambia i colori ai rombi che formano il suo abito. Non sempre, pur nella sua grandezza indiscutibile, il gioco riesce bene.Come scrive Alessandro Piperno nell’inserto di domenica scorsa del Corriere della Sera, siamo di fronte a “l’opera di un prestigiatore in pensione che rimescola le carte per l’ultima volta”.