Originally published in Italian in 1965, A Test of Powers was immediately seen as one of the central texts of Italian intellectual life. By the time of the 1968 student revolts, it was clear that Franco Fortini had anticipated many of the themes and concerns of the New Left, which is no surprise, given that Fortini had spent more than two decades immersed in fierce ideological debates over anti-Fascism, organizing, the alliance between progressivism and literature, and other topics that found their way into A Test of Powers. In addition to politically focused essays, the book also features essays on a range of writers who influenced Fortini, including Kafka, Pasternak, Eric Auerbach, Proust, and Brecht.
Praise for Fortini’s The Dogs of the Sinai “An elegant and provocative project — the first book of Fortini’s prose to appear in English translation — that challenges one’s political assumptions about the conflict between Israel and Palestine, not only at the time of the Six-Day War but also today. . . . Toscano has done a masterful job of rendering Fortini’s often difficult prose into a fluid and concise English.”—Los Angeles Review of Books
“Forensic and devastating.”—Times Literary Supplement
“Fortini’s poetic production, literary criticism, political writings, translations, and journalism have assured him a position of the first rank among intellectuals of the Italian postwar period.”—Italica
Nel 1960 - ad esempio - voleva dire cercare di capire non solo le pagine di romanzi o poesie ma anche come e perché “l’oggetto letterario” arrivi sul tavolo del critico: «Si tratta di registrare gli strumenti critici, di verificarne i poteri, di decidere a quale livello dal mare cominciano i nostri calcoli, entro quale arco di meridiani e di paralleli consideriamo validi i nostri discorsi.»
Perché: «Che, critico, io compia una scelta nel corpo delle lettere italiane, metodologicamente motivata fin che si voglia, dicendo, ad esempio, Cassola se, Pavese ma, Calvino eh, Lampedusa no, eccetera; o invece io sostenga la sterminata grandezza del Pasticciaccio, della Romana o del Gattopardo; senza che questo mio discorso tenga conto della struttura della società letteraria, editoriale ed economica italiana che questi autori promuove invece di altri, e della reale condizione di lettura che viene fatta a quelle opere, nella loro rilevanza rispetto ad altre opere delle letterature contemporanee, ecc.; senza che io critico elegga, denoti, appelli i miei collaboratori e delimiti l’area cui mi rivolgo (elezione e delimitazione che si compie soprattutto con la scelta di un linguaggio critico)»... senza tutto questo, significa rinunciare del tutto all'idea della critica propugnata in queste pagine.
E qui e oggi, nel nostro tempo dell’immediato, della continua connessione, del radicale mutamento del senso della distanza tra passato e presente, tra lontano e vicino? Forse significa (anche) tentare di sostenere una posizione contraria a chi celebra la fine della “funzione” della critica nel tempo di Internet e si limita a esaltare la possibilità per chiunque di commentare direttamente qualsiasi cosa (senza alcun ragionamento sulla competenza e sulla responsabilità), ma al tempo stesso opporsi a ogni nostalgia di restaurare semplicemente un "ruolo" per il singolo grande critico-giudice.
Dove comincia il livello del mare? (Che cos'è il mare?)