Elena, giovane studentessa, abita sull'isola di Ortigia insieme al padre, ex militante del Partito comunista, e alla madre, che vive chiusa in camera da diversi anni, circondata da libri che impila secondo un ordine chiaro solo nella sua testa. Quando all'improvviso la donna va via di casa, Elena cerca di elaborare la sua assenza dando inizio a un viaggio rituale attraverso i luoghi dell'Isola, quasi fosse una dispersione delle ceneri. Parallelamente, nel tentativo di fare luce su un evento traumatico della sua infanzia, di cui porta addosso i segni indelebili, la ragazza capirà che i ricordi molto spesso non sono altro che l'invenzione del passato.
Che bel romanzo! Che pubblicazioni di livello che fanno da Italo Svevo. Che bravi.
Ne ho già parlato per gli altri due libri che ho letto: odio dover tagliare le pagine e incazzarmi ogni volta e allora, a sto giro, ho fatto una cosa noiosa come la morte, mi sono messa lì, con il mio bel tagliacarte e ho aperto tutti i fascicoli prima di leggere. Prova superata. Leggendo mi è rimasto solo il piacere di sfogliare una carta porosa, spessa e di ottima qualità che si unisce al piacere della lettura di un ottimo romanzo. Quindi, a volte, serve pazientare per ottenere le cose migliori. Piccola nota to self, per me, reginetta dell'impazienza.
Ma torniamo al libro: brava! Veronica Galletta ha scritto un libro sofisticato e tagliente che ci conduce insieme alle sue mappe nelle storie personali di ognuno. La lingua scivola e si incaglia dove serve, senza retorica e lasciando una scia di non detti che allenano la fantasia del lettore. Può infastidire? Può infastidire ma, personalmente, ha prevalso il racconto di Elena, nella testa di Elena, nella mappe di Elena e nella vita di Elena.
Parto per Siracusa fra poco meno di una settimana, e, di certo, mi perderò per Ortigia pensando alle mappe e ai moli che mi sono appena stati raccontati. Mi piacciono le coincidenze.
"Le isole di Norman" (Italo Svevo) di Veronica Galletta è il primo romanzo in assoluto che mi ha illuminato su un fatto personale, talmente banale da risultare invisibile. Perché accade così con le evidenze: se ne stanno davanti ai nostri occhi spavalde e sicure di non essere scoperte. Elena traccia le mappe. Prima per trattenere la madre, poi per capirla. Io ho preso un dottorato in Urbanistica per una ragione molto simile. Guardare i tracciati delle città dall'alto mi regala l'illusione di poter controllare ciò che sta accadendo. È un concetto molto sottile, che forse può capire chi soffre d'ansia. Ansia per tutto, ma prima di tutto per le persone a cui vuoi bene. Un'ansia talmente potente che tace solo quando metti in pratica tecniche di controllo molto elaborate, che ti sollevano al momento, ma ovviamente creano altri tipi di danni. Guardare le città dall'alto. Anche per me l'amore per le mappe è iniziato con "L'isola del tesoro" ed è finita sulla diagonal del piano Cerdà. La questione è questa: controllare le linee, elevarsi e prendere una distanza. Ho guardato le città dall'alto un milione di volte e ho capito perché mi piacesse così tanto farlo solo grazie all'ossessione di Elena: il passato; un'ossessione che con la mia non c'entra nulla, eppure c'entra. Perché la matrice delle ossessioni è sempre la stessa. Ho capito tutto questo grazie a Elena e a Veronica, che ha una sensibilità profonda e una scrittura che mi ha ristabilito i livelli di bellezza.
Mantenersi nel vago, alludere, sono espedienti narrativi che personalmente ho sempre apprezzato ma che richiedono una mano ferma e sapiente, pena l’evidenza del bluff e la conseguente irritazione del lettore. Paradossalmente, il controllo dei confini deve essere ben chiarito e delineato, se non vuoi limitarti a ripetere e ripetere frasi o descrizioni ad effetto pretendendo ti creino, da sole, la giusta atmosfera... ecco, questi sono i principali difetti che ravviso in questo romanzo. Un’occasione mancata per Ortigia, per una metafora della mappatura come conoscenza di sé. Peccato. (Il libro l’ho acquistato anche per la qualità cartacea, che è unita ad uno stupendo vintage grafico ed editoriale).
Fondamentale il mio problema principale è che non lo ho capito; troppe frasi dette e non dette, troppi accenni e poche spiegazioni, troppi frasi ad effetto che alla fine non hanno un perché...
A me i libri tra il detto e il non detto in linea generale piacciono. Però bisogna avere una storia da raccontare. Anzi, no. Non necessariamente una storia. Basta qualcosa di fico da raccontare.
Purtroppo a me di questo libro rimarrà solo un gran senso di noia e la convinzione che se la protagonista (o i suoi genitori) fosse andata dallo psicologo, oggi ci saremmo risparmiati 300 pagine così.
La rinascita e il riscatto di una adolescente, alla ricerca di se, del proprio passato, delle origini e di una famiglia che non esiste più dopo un incidente domestico..... la madre scompare, il padre si nasconde..... Il tutto in una splendida cornice dell’isola di Ortigia, con la sua bellezza e la sua “vita”.
“Per gli abitanti girare per Ortigia non è solo passeggiare, prendere aria, portare fuori il cane, digerire il pranzo della domenica. È misurarsi con la terra, carezzare con la pianta dei piedi le irregolarità di uno scoglio largo non più di un chilometro e lungo meno di due, che è roccia e barocco, spazzatura e grifoni, ma che è loro, solo loro, di quelli che hanno deciso di vivere là, contro ogni logica.
Questa è l’isola che sorprende e poi abbandona, che provoca e blandisce, che conquista e poi scompare, nella perfezione di una colonna, nello scintillio dell’alluminio degli infissi, nell’eternità di un gatto che dorme, nel tanfo del sacchetto di rifiuti che ha appena sventrato. Solo abitandola quotidianamente, accettandone le contraddizioni e affidandoti a lei, Ortigia si rivela, come una cura.”
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"Si alza in piedi, va verso il mare. Si guarda attorno, non c'è nessuno. Vuole parlare, deve parlare. Non le importa che qualcuno la veda o la senta. Tanto tutti vedono e sentono quello che desiderano."
Ho comprato questo romanzo dopo aver letto questo questo testo in cui Galletta parla della sua formazione scientifica e della sua relazione con parole da una parte e numeri dall'altra.
Ho finito per leggerlo molto tempo dopo averlo comprato, come spesso mi capita. Mi è piaciuto molto e mi ha fatto desiderare che Galletta scriva presto un altro libro.
La caratteristica principale del romanzo è che non svela quasi nessuno dei misteri che mette sul tavolo: come la protagonista va in giro per le strada di Ortigia seguendo una mappa che vede solo lei, così la scrittura sembra vagare senza un ordine, a noi che non abbiamo la cartina. Questo a me non ha disturbato per nulla: la maestria di Galletta mi ha permesso di fare pace molto presto col fatto che questo libro non mi avrebbe dato molte risposte.
Elena ha appena finito il liceo, ha una mamma che sta sempre chiusa in camera e un padre che si rifiuta ostinatamente di parlare di ogni cosa sia davvero importante. Quando la madre sparisce Elena torna a pensare a un incidente molto grave che le è capitato da bambina e così alle domande su dove si sia cacciata la madre si sovrappongono domande su cosa le sia davvero successo da piccola. Mentre esplora le sue memorie, e la sua isola, capirà qualcosa della sua storia familiare, e soprattutto, credo, imparare a prenderne le distanze, dandosi la possibilità di scrivere la sua, di storia.
L'edizione è stupenda, e credo che questo abbia contribuito al grandissimo piacere che questa lettura mi ha dato. L'atmosfera creata dall'autrice, complice il fascino di Ortigia, mi è parsa perfetta. Secondo poi il romanzo è scritto benissimo, la prosa sembra "profumata" per quanto è evocativa, è dolcissima. Ho letto qualche recensione lamentare la vaghezza della narrazione, e la scrittura fatta di allusioni, ma a me è parsa un'ottima fusione fra mezzo e messaggio: certe volte farsi le domande è il punto, e viaggiare in cerchi invece che verso una meta precisa consente di focalizzare meglio l'attenzione sul viaggio; così la scrittura di Galletta evoca, ma non spiega, ed è fatta di rimandi più che di soluzioni.
Osservare e costruire mappe del presente per navigare le acque inquiete del proprio passato. Disegnare la geografia delle personali isole interiori - di solitudini, di silenzi ma anche di forti colori ed odori - per poterle abbandonare. Quando l'assenza è divenuta presenza. Racconto pacato eppure trascinante che immerge in un'isola - mondo in cui ben presto ci si sente a casa; sino a che si percepisce fisica la fatica di abbandonarla e la nostalgia che subito affiora all'idea.
Cosa rappresentano le mappe in questo romanzo? Le mappe sono uno strumento per guidare la protagonista Elena alla ricerca delle madre, ma anche per sciogliere in un senso coerente la sua storia personale? Le mappe sono per Elena un modo per raccontare una geografia (linguistica) che la definisce? Le mappe sono per Veronica Galletta il romanzo stesso?
Brevissimo commento sull'opera, prima di passare a un messaggio più lungo: Una trama che cattura da subito e scorre bene. Scrittura enigmatica e fumigante, la pluralità di archi narrativi spaesa il giusto, perché rimettere in ordine cronologico i fatti narrati è piuttosto semplice (dirò più avanti quali sono le difficoltà che ho incontrato). Personaggi principali irritanti che hanno palese bisogno di andare in terapia, ma essendo disfunzionale l'intera famiglia, nessuno lo capisce e apre le danze. Ambientazione pazzesca, come sempre quando leggo romanzi ambientati nel Meridione. Attenzione! È un libro che mette voglia di mangiare melanzane fritte e dolci tipici siciliani, quindi vi invito a metterlo da parte, se siete a dieta. Per ovvi motivi (il mare, il girovagare, l'assenza di figure materne) mi ha ricordato "L'isola di Arturo", quindi punti bonus. . Quanto segue non è una recensione, ma un grido di aiuto. Ho letto "Le isole di Norman" e mi è piaciuto, e vorrei taaaaanto che non fosse pubblicato da una casa editrice di nicchia, perché questo significa che lo conoscono in pochi... e purtroppo sento il bisogno fisico di confrontarmi con altri che lo hanno letto per mettermi l'anima (ma soprattutto la mente) in pace. Che cavolo succede? Ho troppe teorie e poche risposte sul passato di Elena e sulla sorte di Clara, e questo mi fa sentire frustrata. È un evento ricorrente per me, molti autori sono volutamente elusivi e disseminano dubbi per insegnare la morale ai lettori (forse "è inutile indugiare sul passato"?), ma la mia tendenza alla costante ricerca di razionalità mi impedisce di gustarmi fino in fondo un libro che non ho capito al 100%. È una frustrazione che non so spiegare, e il fatto che per molti lettori scrivere "bello, mi è piaciuto" venga considerato recensire un testo... be', mi irrita ancora di più! Perché posso arrivare a comprendere la mia inettitudine e dire "okay, non ho capito, qualcuno mi aiuti", ma non posso tollerare di leggere commenti banali e superficiali quando ciò di cui ho fisicamente bisogno è una guida. Se qualcuno potrà e vorrà aiutarmi, ecco ciò che non ho capito e mi serve sapere: Cosa è capitato davvero a Elena? C'era qualcuno con lei il giorno dell'incidente, oltre Margherita? Dov'è andata Clara? La signora Lidia farnetica o può davvero aiutare Elena a ritrovarla? A cosa servono i paralleli tra quanto accaduto a Elena e alle nipoti gemelle della signora Maria? E Flora? La scena finale allude a un tentato suicidio? Chi cavolo è Norman?! Grazie. . In conclusione, è un buon libro, davvero. Ma non posso consigliarlo a cuore aperto, perché se finisse tra le mani di lettori simili a me, sarebbe il caos. E leggere deve essere prima di tutto piacevole. Ah, per l'amor del cielo, prendetelo usato o in biblioteca, perché acquistandolo nuovo vi arriverà in edizione roughcut e dovrete tagliare le pagine voi stessi. L'ennesima cosa illogica che mi ha infastidita, anche se a molti piace. Riconosco di essere una lettrice problematica e me ne assumo la piena responsabilità. Mi rivolgo direttamente al libro: "Non sei tu, sono io."
*Questo modo trascurato e vago di avere a che fare con il corpo, un accidente che ci portiamo dietro, un impaccio materiale e terreno che sporca con i suoi dolori e i suoi contrattempi una vita di pensieri alti, di speculazioni e di intenti nobili, dove anche le parole sono di troppo*
*Dentro quel nero denso e appiccicoso c’è tutto. C’è tutto il resto. C’è l’artista che fugge, c’è il segreto di chi parte, il dolore di chi resta.*
*Si era voltata verso la finestra sul mare. L’orizzonte tremolava nell’afa, sfumando verso il cielo, e una sensazione di vertigine le aveva preso lo stomaco. Era pentimento, era rimorso per il velo che aveva visto scendere sugli occhi di sua madre, Elena lo ha capito da tempo, ma non era solo quello. Era come se avesse avuto, in quel momento, la percezione esatta di tutto ciò che era e che non sarebbe più stato. Una sorta di nostalgia del presente, della nuotata appena fatta, dei graffi delle patelle, delle strisce di sale sulle gambe, come se i loro corpi fossero già diventati altro, immagini di china e di inchiostro fra i flutti, tratti ruvidi di un fumetto di pirati, lasciato là ad asciugare, come il costume che sventolava dal filo dei panni.*
Veronica Galletta è tra gli autori che preferisco. Ha una scrittura precisa, intensa e mai banale; racconta la vita, nei suoi libri, da un punto di vista assolutamente inusuale che illumina zone non percorse da altri; accosta strutture logiche e sentimenti apparentemente lontanissimi tra loro, costruendo mappe interpretative che provano ad accompagnare anime umanamente confuse a camminare in un mondo irrazionale.
Ho seguito la personaggia Elena, senza potermene staccare, nella sua ricerca tracciata da mappe logiche e tappe contraddittorie - in un'Ortigia senza gente estranea e piena segni e di visioni del passato e del futuro - finché le equazioni non ce la fanno a più a spiegare le turbolenze, finché le indagini non si scompaginano, finchè quel che pareva stabilizzato finalmente, non oscilla e si frantuma di nuovo.
Le isole di Norman è un romanzo splendido, doloroso e luminoso, che racconta di isole dentro le isole, di isole sul corpo di una bambina, di isole di solitudine, di isole con il mare attorno e una voragine nel cuore. Di questo, e di tutto quello che non riesce a stare dentro allo schema di una mappa, per quanto disegnata a perfezione.
L'edizione è stupenda: carta spessa ma liscia, formato perfetto, maneggevole e leggero. Peccato per la rogna di dover tagliare a mano le pagine, un tocco che vorrebbe essere raffinato ma fa veramente troppo radical. Quanto al romanzo, non mi è piaciuto né dispiaciuto. Amo Ortigia e ho letto con piacere questa ambientazione originale, un po' zingaresca, lontana dai dehor turistici nelle strade del centro. La storia si dipana tra le mille indecisioni e arrendevolezze della protagonista, che se fosse mia amica non potrei trattenermi dallo scuotere fortissimo per darle una svegliata. Ho trovato molto poco convincente l'espediente della battaglia navale (prima in camera della madre, poi per la città); artificioso e del tutto inverosimile. A mio giudizio, la caratteristica più gradevole del libro è lo stile un po' naif, che racconta senza svelare; all'autrice questo "show don't tell" riesce molto bene e non ho provato, a differenza di altri lettori, impazienza quando i dettagli delle vicende passate da Elena non vengono spiattellati comodamente, ma appena accennati. Mi è sembrata anche una scrittura che dà fiducia al lettore, nel senso che questi non è trattato come un poveretto da accompagnare passo passo in tutte le rivelazioni e passaggi della storia della protagonista, ma come - appunto - un lettore maturo in grado di capire per accenni cosa è successo prima della vicenda che si racconta.
Veronica Galletta scrive con la freschezza di una limonata bevuta all'ombra di una frasca ad Agosto. Mi piace questo suo disseminare indizi, ricordi, dettagli tra le pagine tanto da trascinare il lettore nel romanzo, lasciarlo con la voglia di conoscere sempre più delle vite e del passato dei suoi personaggi. Questo suo primo romanzo è scritto molto bene, mi ha coinvolta e dalla prima pagina ho amato Elena.
inutile ed incomprensibile. leggendolo ti viene la curiosità di sapere la risposta a domande poste nel corso della storia…e la risposta invece non c’è. praticamente puoi iniziare a leggerlo in qualsiasi punto e terminarlo in qualsiasi punto: perché non ha ne capo ne coda
Isole: stati d’animo (Ortigia: l’appartenenza). Mappe: geometrie che segnano la strada di un passato che non si conosce realmente. Fili: per tenere saldo ciò che non c’è più e non si sa dove andarlo a cercare.