Un'altra selezione di racconti di Robert F. Young caratterizzati da una lieve malinconia di fondo e insieme una nostalgia per la fiaba e la leggenda senza che questo impedisca ai racconti di rappresentare esempi corretti e ortodossi di science-fiction
Robert Franklin Young was a science-fiction author, primarily of short stories over a thirty-year career, plus five novels in the last decade of his life.
I got this through inter-library loan, simply to read Robert F. Young's story "To Fell A Tree", from 1959 (IIRC). It was on my short story read list and so I tracked down a book that had it. I don't know why it was on my list - I'm not a sci-fi fan but this story echoes my youthful memories of reading sci-fi - interesting worlds and imaginative scenarios and a little moral at the end. This may have been on my list because it features a dryad, and I was gathering info on dryads once-upon-a-time for a short story I have yet to write.
Anyway, this was also mentioned online as being considered a fore-runner of AVATAR, but as I haven't seen that film, I can't say. What it is is an enjoyable read about the harvesting of the last giant tree (1100 feet tall) on same alien planet in the future. The main character is a lone, futuristic lumberjack sent up the enormous tree (with carefully explained equipment that really I couldn't care too much about - rational descriptions of gadgets, one of the many reasons I don't read much sci-fi) to begin trimming the branches from the top and work his way down. He runs into an elusive dryad-like being who pleads with him, as well as cajoles and threatens, as he camps out over a period of days, hacking up the enormous old tree that bleeds a reddish sap like blood. It's an effective ecological tale from before such things were fashionable and it held my interest.
Trenta giorni aveva settembre (Thirty days had september) L’Arc de Jeanne I fuggiaschi (The fugitives) Progetto Piramide (The Pyramid Project) Straccio (The little dog gone) Il gioco nuovo (Neither do they reap) _____________________________________________________________ L’albero (To fell a tree) I passi dei grandi (The Grown-up people’s feet)) La stella del desiderio (Wish upon a star) Quel che successe su Venere(Boy meets Dyevitza) I miei occhi hanno visto la gloria (Mine eyes have seen the glory)
Un uomo appartato, Robert F. Young; uno scrittore di cui persino negli USA si sapeva ben poco. Sembra non aver mai partecipato alle Convention dove i giovani rampanti come Harlan Ellison sgomitavano per una foto di fianco ad Asimov o Pohl. Fu una sorpresa per molti scoprire che nella vita era stato bidello: ma certamente aveva fatto tesoro del suo lavorare a scuola, vista la ricchezza della cultura che mostra nei suoi racconti. In Italia, è uno di quegli autori noti soprattutto per aver fatto spesso da riempitivo all’appendice di Urania, o quando andava bene appariva in un’antologia di autori vari; i suoi racconti più famosi all’estero, come “Dandelion girl” o “Little dog gone” (candidato all’Hugo 1965), non sono nemmeno stati tradotti, per non parlare dei suoi cinque romanzi, di cui uno, La Quete de la Sainte Grille (1975), scritto in francese e pubblicato solo in Francia. Un vero peccato, perché è un bell’autore con una fisionomia chiara: e non per niente ha lasciato un ricordo ancora vivo nei suoi lettori, anche se non ha mai vinto un premio importante ed è mancato ormai da trent’anni. È giusto ricordarlo partendo dall’ antologia personale che Galassia ebbe la buona idea di proporre, nella traduzione di Roberta Rambelli: si tratta della raccolta “A cup of stars”, divisa in due volumi. Questa antologia ci permette di conoscere racconti più lunghi, quasi romanzi brevi, che non potevano stare nell’appendice di Urania ma sono i suoi prodottti più complessi. Young si cimentò in tutti i sottogeneri della fantascienza. Nella prima parte, “Trenta giorni aveva settembre”, abbiamo due esempi di fs sociologica, legata ai temi della sovrappopolazione e dell’inutilità dell’uomo; due esempi molto peculiari di space opera, dove l’autore usa con originalità la sua cultura letteraria per riutilizzare fatti storici alonati dalla leggenda, come le gesta della Pulzella d’Orléans o la costruzione delle piramidi di Giza, proiettandoli in una prospettiva cosmica.. ma non preoccupatevi: non è fantaarcheologia; è davvero un genere personalissimo, balzano e rigoroso al tempo stesso. “Trenta giorni aveva settembre” e “Straccio” sono i due racconti giustamente più apprezzati di questa prima parte della raccolta: il primo, racconto chiave sull’importanza dei sentimenti genuini, non schiavi delle false esigenze commerciali, e perché no della vera cultura (Young cita serenamente Shakespeare, Wordsworth e quant’altri..); il secondo, ambientato nel mondo del teatro interplanetario, un altro inno all’iportanza dei sentimenti per l’integrità dell’uomo. La sua vera specialità era infatti quella di esaltare con profonda umanità i sentimenti della gente comune: un “esperto in gente”, per riprendere un’espressione di Thedore Sturgeon, con una sensibilità bradburiana, ma senza traccia della morbosità che aleggia nei racconti di “Paese d’Ottobre”: Young ci tiene a definirsi un uomo di settembre, pacatamente luminoso e gentile, lontano dalle tenebre ottobrine come dalla violenza agostana. Sa che le persone buone e semplici saranno calpestate nel futuro come lo sono oggi: ma non perde la speranza del riscatto, del lieto fine guadagnato con la propria integrità. Young può sembrare sdolcinato, ma non esita a usare tinte forti nei suoi racconti sociologici: Quando gli assedianti riuscirono a bruciare con la torcia ad acetilene la porta del carcere, Dan era ormai ridiventato normale… o quasi. Quella torcia ad acetilene dava un sapore veramente unico al linciaggio. Di solito, la folla si limitava ad impiccare il colpevole o i colpevoli dopo un pestaggio sommario: ma con una torcia ad acetilene si potevano fare tante cose che non era possibile fare con i pugni e con le unghie. Verso la fine, il signore e la signora Varbleu imploravano di essere impiccati: soprattutto la signora Varbleu. Dan riusciva a capirla, considerando quello che le avevano fatto, ma naturalmente lei avrebbe dovuto pensarci prima. [i due sono colpevoli di aver avuto figli fuori dai programmi statali!] Anche se la sua espressione più vera è questa: Eppure, mentre stava seduto accanto a lei, e guardava le sue labbra muoversi e le palpebre abbassarsi sugli occhi azzurrissimi, aveva l'impressione che settembre fosse entrato in quella stanza e si fosse seduto al loro fianco. Una sensazione di pace, indicibile e improvvisa, lo avvolse. I dolci, teneri giorni di settembre sfilarono uno ad uno sotto i suoi occhi, e lui comprese perché erano tanto diversi da tutti gli altri giorni. Erano diversi perché possedevano profondità, e bellezza, e serenità; perché i loro cieli azzurri sembravano promesse di altri giorni futuri, più dolci e più teneri… Erano diversi perché avevano un significato.
Nella seconda parte della raccolta, “L’albero” (To fell a tree, 1959) è forse il suo più bel racconto per linearità narrativa, ricchezza di temi, sobrietà di stile. Lo stile è un po’ il punto debole del Nostro: spesso arzigogolato, a volte naif, con il risultato indicato dalla Rambelli nella prefazione: è facile dare al lettore l’idea di stare leggendo materiale poetico, se lo inondi di fiori, farfalle, tiepidi tramonti.. per fortuna il vero valore di Young è ben più solido: è nelle storie. “L’albero” narra di una spedizione di boscaiuoli inviata ad abbattere l’ultimo dei giganteschi alberi che popolavano un pianeta, i cui indigeni vivevanoi alla loro ombra, finchè, a quanto pare, questi alberi sono diventati velenosi costringendoi gli indigeni stessi a fuggire ed estinguersi; sono ora i coloni terrestri a vivere ai loro piedi, e l’immenso albero, se è un pericolo da vivo, sarà molto utile da morto. Strong, come dice il ome il più coraggioso della spedizione, inizia la sua solitaria scalata verso la cima; ma più volte gli compare una driade che cerca di convincerlo a rinunciare. Non si può non pensare alla “Montagna dell’infinito” di Zelazny! Eppure, quante differenze: nulla qui del superomismo spaccone di Zelazny, e nemmeno dei suoi virtuosismi stilistici. Sembra invece di leggere la LeGuin. Con che sensibilità femminile la driade fa ammettere al protagonista le sue motivazioni:
E poi: — Perché i terrestri uccidono gli alberi? — Strong rifletté un istante. — Per molte ragioni, — rispose. — Se sei Blueskies [il collega nativo americano], li uccidi perché ucciderli ti consente di mettere in mostra una delle poche caratteristiche ereditarie della tua razza che l'uomo bianco non è riuscito a sottrarti: il tuo sdegno per le altezze. Eppure, proprio mentre li uccidi, la tua anima amerinda si contorce in preda all'odio verso se stessa, perché ciò che stai facendo ad altre terre è essenzialmente la stessa cosa che l'uomo bianco ha fatto alla tua terra... E, se sei Suhre, li uccidi perché sei nato con l'anima d'una grande scimmia, e ucciderli ti dà quel senso di pienezza che il dipingere dà all'artista, il creare dà allo scrittore, il comporre dà al musicista. — — E se sei tu? — Strong si accorse di non essere capace di mentire. — Allora li uccidi perché non sei riuscito a diventare adulto, — disse. — Li uccidi perché ti fa piacere che gli uomini comuni ti ammirino e ti diano pacche sulle spalle e ti offrano da bere. Perché ti fa piacere essere circondato da belle ragazze, che si voltano a guardarti per la strada. Li uccidi perché ditte efficienti come la Ammazza Alberi Spa conoscono la tua immaturità e l'immaturità di cento e cento individui eguali a te, e ti incantano offrendoti una bella uniforme verde, mandandoti ad una scuola di specializzazione, inserendoti in una tradizione fasulla, conservando metodi primitivi per abbattere gli alberi, perché quei metodi primitivi ti fanno apparire simile ad un semidio agli occhi di chi ti sta a guardare da terra, e ti fanno apparire simile ad un vero uomo ai tuoi stessi occhi. — — Ecco i terrestri, — disse lei, — i piccoli terrestri che rovinano la nostra vigna; perché la nostra vigna è in fiore. — — Hai rubato quei versetti dalla mia mente, — disse Strong. — Ma hai sbagliato. Dice 'volpi', non 'terrestri'. — — Le volpi non soffrono di frustrazioni. Non ho sbagliato. — — ... si, — disse lui. — Non hai sbagliato. — — Ora devo andare. Devo prepararmi per domani
Il malinconico boscaiolo continua la sua progressive uccisione dell’albero, che emana fiotti di linfa rossa come sangue, mentre nella mente dell’uomo tornano i versi del “De profundis” di Oscar Wilde: “ogni uomo uccide la cosa che ama: chi uccide con un coltello, i vigliacchi con un bacio..” (le volpi nella vigna sono invece un’immagine dal Cantico dei Cantici, che torna in altri racconti). Citavo la LeGuin perché nel finale capiremo anche il significato ecologico dell’albero: la sua importanza per i nativi, che essi stessi non avevano capito; e tanto meno gli umani. Ma Young non prende una facile posizione pro indigeni, anti terrestri: entrambe le civiltà sono cresciute troppo in fretta, senza avere il tempo di capire la propria tecnologia e le sue conseguenze, e ne pagano il prezzo. Anche se paga il prezzo più di tutti chi, come l’indiano Blueskies, sogna ancora di cacciare i bisonti sterminati dai bianchi, e per diemntivcarli deve ubriacarsi ogni sera.
Seguono altri racconti di valore. “I passi dei grandi” (The grown people's feet), unico esempio di racconto molto breve ma intenso: affetti familiari sempre al centro, ossessione della Bomba; il desiderio di serenità per la figlia sopravvissuta prevale sull'amore per la cultura e l'orgoglio per i successi scolastici che la bambina otteneva “prima”. “La stella del desiderio” (Wish upon a star) descrive la fuga da una crudele distopia, una dittatura militare succeduta a un dopobomba. La casta militare gode di molti privilegi, in primis quello di poter possedere e quindi svilire le donne più belle (è sempre un romanticone). La fuga avverrà grazie a un’imprevista applicazione della filosofia kantiana, dopo cruenti sogni dovuti a bizzarre distorsioni temporali.. per non farsi mancare nulla, i fuggiaschi si troveranno in un nuovo Paradiso terrestre e.. faranno la scelta giusta! Ancora più complesso “I miei occhi hanno visto la gloria” (Mine eyes have seen the glory): un vortice di paradossi temporali e viaggi spaziali porta un uomo, novello Olandese Volante, ad assistere alla nascita della religione universalmemnte praticata nel suo tempo: quello che scopre lo sorprenderà, ma per Young questo non è un argomento da sviluppare in modo dissacrante come farebbero Farmer o Moorcock, ma l’ennesima prova che l’Universo può essere buono con i buoni: omnia munda mundis.. Come dicevo, non bisogna pensare a un autore naif: allarghiamo il nostro esame oltre questa antologia per vederlo meglio. “Le rovine di Marte” (A glass of Mars), apriva un’omonima antologia di autori vari (Urania 416, dall’eccezionale copertina dove Thole rivaleggia con Dalì) dando al Nostro l’onore del nome nel dorso. In un Marte da “Cronache Marziane”, dove i resti dell’antica e raffinata società marziana, estinta da millenni, sono circondati dal deserto e dalle nuove città umane costruite dalla più volgare speculazione edilizia, il dirigente coloniale Shepard vede fallire il suo sogno: sperava che l’umanità sapesse elevarsi al contatto con la saggezza di chi li precedette, invece è la solita massa di ubriaconi; compresa la sua segretaria, giovane e crassa Giunone, già sergente nell’esercito marziano, che cerca in tutti i modi di sedurlo vantando le proprie misure (anche più del 90-60-90 allora canonico). Ma una notte il treno che lo riporta nella sua casetta di campagna ferma a una stazione sconosciuta, e sale una fanciulla vestita di veli, dai capelli color giacinto. Riesce a seguirla, tra profumatii vigneti e ampi canali.. lei lo accoglie in casa, inizia a insegnargli l’antica lingua marziana; lui sogna una vita di poesia con lei e ripete ogni sera questo viaggio nel tempo e nello spazio, mentre di giorno deve sfuggire alle avances sempre più pressanti della sua segretaria. Quando questa, con il pretesto di una “passeggiata culturale”, lo porta tra le antiche e nobili rovine, forse nel rifugio di un antico filosofo, e sfacciatamente lo seduce, lui travolto dal disgusto (a cose fatte, però) decide di rifugiarsi definitivamente nel nobile passato marziano. Saremmo, insomma, nel più ingenuo idealismo, anche se raffinato; se non fosse che quel che scoprirà in questo suo ultimo viaggio nel passato basterà a farlo tornare di corsa nel presente e rivalutare parecchio la signorina Fromm! Voglio citare anche “Evasione sul fiume” (in Urania 466, “Sette chiavi per l’ignoto”), delicato e riuscitissimo racconto tra sogno e realtà, dove un uomo salva una giovane aspirante suicida attraverso la metafora del viaggio lungo un fiume; “Villaggio d’argilla” (Clay Suburb, in Robot 23), complicata variazione sul tema dei viaggi del tempo da parte di un uomo dalle molteplici personalità in conflitto; un racconto davvero maturo, dove Young mostra anche tracce di erotismo. Per completare il panorama della sua versatilità, consideriamo alcuni brevi racconti: “Prndl” (idem, in Urania 758 “Il punto nero”), bel thriller; “Fattore X” (“Hex Factor” in Urania 676 “Pistolero fuori tempo”), amara satira dei comportamenti mafiosi dell’industria USA verso i paesi più poveri; e “Il curioso caso di Henry Dickens” (The curious case of Henry Dickens, in Urania 704 “I topi meccanici”), trascurabile raccontino bizzarro dove mostra ancora una certa malizia.