Abdourahman Waberi nació en la ciudad de Yibuti en la costa somalí francesa, actual República de Yibuti. Se fue a Francia en 1985 para estudiar literatura inglesa. Trabajó como consultor literario para Editions Le Serpent à plumes, París, y como crítico literario para Le Monde Diplomatique. Ha sido miembro del jurado internacional del Premio Lettre Ulysses para el Art of Reportage (Arte del Reportaje) en Berlín, Alemania (2003 y 2004).
La sua stesura è stata ardua, il suo avvio differito per settimane e per mesi. Se non fosse stato per il dovere morale assunto nei confronti di vari amici ruandesi e africani, non sarebbe tornata a galla così velocemente dopo due soggiorni nel paese delle Mille Colline. Così scrive Waberi in premessa.
Il titolo originale parla di crani, più che di teste: mietuti a colpi di machete, le centinai di migliaia di machete che prima del genocidio dei tutsi (1994), gli estremisti hutu acquistarono dalla Cina e dalla Francia. Il machete è uno strumento che nasce come agricolo, adatto quindi a una mietitura di tipo antico. I crani dei tutsi, e degli hutu moderati, furono mietuti a colpi di machete, migliaia, centinaia di migliaia. Per poi diventare teschi e dar vita a quella fioritura di teschi che caratterizza il Rwanda post genocidio (come anche la Cambogia post khmer rossi).
Mietitori (interhamwe)
Abdourahman Waberi è nato a Gibuti, vive ormai da lungo tempo in Francia (dal 1985) in Normandia. Nel 1998, e poi di nuovo l’anno dopo, è stato invitato a soggiornare in Rwanda nell’ambito del progetto “Rwanda: scrivere per dovere di memoria” (dal quale sono nati anche L’ombra di Imana di Véronique Tadjo, Murambi, il libro delle ossa di Boubacar Boris Diop, Il grande orfano di Tierno Monénembo) al termine del quale era impegnato a consegnare un lavoro scritto ad hoc. Eccolo, è questo.
L’organizzazione che lo ha invitato e accolto e gli ha fatto fare il giro dei siti della memoria, i luoghi del genocidio, dei massacri più consistenti, quelli avvenuti all’interno di chiese o altri grossi edifici nei quali le autorità invitavano la popolazione a raccogliersi. Poi arrivavano gli assassini, separavano gli hutu dai tutsi (operazione semplicissima grazie alla carta d’identità etnica introdotta da altri assassini, i missionari cattolici belgi), e su quelli che restavano si scatenava la furia: granate, mitragliatrici, armi da fuoco e armi bianche, benzina e fiamme. Waberi, che già dal titolo è piuttosto esplicito, esordisce così: Le corde utilizzate per la fabbricazione dei violini provenivano fino a data recente, cioè prima della sostituzione con fili sintetici, da tendini di animali – anzitutto bovini e cavalli. È quindi possibile estrarre l’armonia e il sublime dal dolore e dalla sofferenza. E i tendini di Achille dei tutsi, orrendamente mutilati prima di essere massacrati, sarebbero forse in grado di far udire sinfonie tropicali come dono ai parenti stretti, agli uomini di qui e di altri luoghi, ai clan delle colline, alla terra grassa che dirada in fertili terrazze, alla pioggia, all’esuberanza vegetale e ai lampi che striano il cielo?
Avveniva che ai posti di blocco (rudimentali, spesso un palo poggiato su due grosse pietre) la gente fosse costretta a mostrare la carta d’identità. Scoperta così l’identità dei tutsi si passava al massacro: non se ne salvava nessuno, uomini e donne, bambini e anziani, neonati e adolescenti. Le donne venivano spesso violentate, a volte anche in branco. Dato che gli assassini erano non di rado ubriachi e stanchi, avendo trascorso la giornata a bere birra o vino di palma menando colpi di machete, a sera usavano tagliare i tendini d’Achille dei tutsi per impedirne la fuga, li lasciavano tutta la notte a lamentarsi, per poi completare l’opera al mattino dopo avendo recuperato un minimo di forza e sobrietà.
Completa il breve libro un resoconto della fine del viaggio, passando dal Burundi, nella capitale Bujumbura, dove la situazione è speculare, ma all’inverso, di quella rwandese: qui si temeva (si teme ancora?) un massacro degli hutu da parte della giunta militare tutsi al potere. Ma come ricorda Waberi (e come diceva Diop quando lo intervistammo), in Rwanda la questione etnica è inventata: hutu, tutsi e twa sono forse classi sociali, certo non razze, sono gente in grado di convivere pacificamente per secoli, con numerosissimi matrimoni, dividendo un’unica terra, religione e lingua. Poi, come si diceva, sono arrivati i bianchi (1919), i bianchi peggiori, i missionari cattolici belgi, e…
Memoriale del Genocidio
Gli esecutori zelanti di ordini disumani non erano dei carnefici nati, non erano dei mostri – tranne rare eccezioni – ma erano uomini qualunque. I più pericolosi sono gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e a ubbidire senza discutere. Primo Levi
Very devastating and interesting read. But I could have done with some more background information, because apart from my general very basic knowledge, I'm still looking for books to learn more about this genocide.
Ce livre, ce n’est pas une histoire, c’est une réflexion. Il parle du génocide rwandais, du massacre des Tutsi par les Hutu, mais avec une plume d’une beauté rare. Ce n’est pas un récit linéaire, mais un mélange de citations, de fragments et de pensées.
C’est rapide à lire, simple dans sa structure, mais puissant dans son impact. Une démonstration de la cruauté humaine racontée avec des mots magnifiques. C’est une œuvre d’art à part entière, un texte qui fait réfléchir et qui marque.
Si vous cherchez un roman classique, passez votre chemin. Mais si vous aimez les textes qui bousculent et qui font résonner l’Histoire à travers la littérature, alors foncez.
The writing in this book is beautiful, poetic and eloquent. It’s a shame the book lacks a real flushed out narrative. Each chapter seems like you only get the intro and never the full story as the protagonist moves from one location to another. The initial descriptions are really superb and quite intricate but there is little beyond that first glimpse. It does make me want to search out more by this author though.