"Mi ha portata a vedere le piante medicinali del monastero, e io lì ho capito che c'era ancora tutto il futuro da fare. Non dico il mio, e nemmeno il nostro: dico il suo. Dico che ho visto la donna che sarebbe diventata perchè era già tutta lì dentro, si stava preparando, stava tornando a nascere. Esterna a me, lontana dal suo passato, oltre la malattia dell'umanità che l'ha ferita".
2,5 stelline per una lettura chiacchieratissima che, purtroppo, finisce nelle mie delusioni letterarie del 2020 :(
Si è parlato tanto del romanzo di Valeria Parrella, finalista al premio Strega 2020, in lizza anche per il Premio Napoli e ad attrarmi sono state due cose in particolare: l'ambientazione napoletana che su di me ha sempre una presa fortissima e l'idea dell'incontro tra due anime ferite: quella di una ragazza minorenne dal passato oscuro e violento, chiusa nel carcere di Nisida e quella di Elisabetta, insegnante in quello stesso carcere.
Devo dire la verità, non mi sono approcciata al libro con aspettative alte, dato che avevo letto più di un parere negativo, ma ho deciso di dargli una possibilità sia per la risonanza che questa storia ha avuto nella scena letteraria italiana, sia per farmi una mia opinione personale. Purtroppo, però, ne sono rimasta piuttosto delusa :(
La storia mi è parsa appena accennata, una sorta di bozza che mancava di tanti approfondimenti dei quali la me lettrice sentiva il bisogno: mi aspettavo ad esempio una maggiore indagine del rapporto insegnante/studenti in un contesto così complesso come quello carcerario e soprattutto della nascita del legame tra Elisabetta e Almarina, che mi è sembrato troppo affrettato e non mi ha permesso di capirlo a fondo.
Anche il titolo del romanzo ha suscitato in me qualche perplessità, dato che la vera protagonista della storia appare Elisabetta, di cui la scrittrice ci narra la vita passata e presente, le sue paure, le sue tante cicatrici, le sue speranze (aspetti questi che ho apprezzato molto) più che Almarina che ha nella narrazione molto meno spazio.
L'aspetto che però ha rappresentato per me il vero ostacolo alla lettura, è stato lo stile di scrittura dell'autrice. Ho avuto la fastidiosa e costante sensazione che Valeria Parrella si sia "impegnata a scrivere bene", concentrandosi più sul "come" che sul "cosa", tramite la creazione di periodi complessi, spesso inutilmente contorti e arzigogolati con continui e repentini cambi di focus e di argomento che ho trovato disorientanti e fastidiosi perchè hanno fatto sì che la narrazione mi risultasse troppo costruita e artificiale, che perdesse cioè tantissimo in naturalezza. Non a caso le parti che ho preferito e che ho trovato più coinvolgenti anche dal punto di vista emotivo sono state proprio quelle in cui la narrazione era più lineare, senza forzature.
E Napoli? Napoli c'è, la sua presenza si sente, a tratti anche nella lingua che racconta la storia ed è un aspetto che ho apprezzato così come la descrizione di alcune atmosfere che ho trovato vivida e convincente. Ma... Ma mi aspettavo tanto di più.
Peccato :/
Concludo riportando una citazione legata a uno degli aspetti che avrei voluto vedere indagati maggiormente, ossia il rapporto insegnanti/studenti che coinvolge non solo il passato discutibile di questi ragazzi, ma soprattutto il loro futuro che, si spera, sia una pagina bianca sulla quale scrivere un capitolo nuovo, con più sogni e certezze:
"I loro reati si dicono in due frasi, quelle che loro non possono pronunciare mai, manco con noi insegnanti. Sono racconti sussurrati in sala professori mentre si scalda il caffè sul fornellino elettrico. E quando la collega di lettere ce li dice, noi ascoltiamo e ci guardiamo senza pena né rabbia né disappunto né orrore né solidarietà né per le vittime né per i carnefici. Noi prendiamo questi faldoni e li riponiamo nel più remoto archivio della memoria e dopo nascondiamo la chiave. La nostra speranza, credo, è che quel giorno, ora lontano, in cui avranno scontato tutta la pena, tornerà loro nelle mani questa chiave, e dagli archivi spalancati voleranno figli bianchi senza più inchiostro sopra, immacolati, come il bucato steso alle terrazze".