"Cosa ne sarebbe, delle donne condannate a soffrire in silenzio, se non potessero lamentarsi tutto il tempo?"
Guareschi era un narratore di classe, uno dei pochi in grado di combinare ironia e gentilezza senza essere melenso. Quasi mai, almeno. Le sue storie minime di vita familiare, con temporanei guizzi di Storia, mi sono rimaste impresse sin da bambina.
Ricordo ancora la pagina, improbabilmente ilare, in cui l'antifascista Guareschi viene deportato (al confino, credo) con altri dissidenti, su un camion telonato il cui scarico gli ha fatto la faccia nera di fuliggine, e l'adorata e sarcastica moglie lo saluta seguendo il camion in partenza cantando Faccetta Nera. Non ricordo se i fatti fossero esattamente questi, ma la composta rassegnazione di lui e l'ironia affettuosa della moglie che gli canta la marcetta fascista sono rimasti intatti a distanza di trent'anni, con il tono sfumato di sarcasmo di lei che lascia intendere come sotto ci fosse qualcos'altro, una complicità tra i due nel prendersi gioco fino in fondo di un bersaglio comune. L'essenza dell'antifascismo civile e misurato degli unici padri degni del nome che la nostra società abbia avuto.