Tamara e Vladimir vivono a Musljumovo, remoto villaggio al confine con la Siberia, tra caseggiati in rovina e fabbriche abbandonate. Vivono in un’area geografica per decenni assente dalle quella della “città segreta”, luogo sinistro da cui era vietato uscire e comunicare con l’esterno, responsabile negli anni ’50 e ’60 di ben tre catastrofi nucleari. Vladimir, infermiere di buona famiglia, è arrivato da Mosca, scegliendo di prendersi cura di chi non ha niente, delle persone dimenticate dal mondo. Tamara, insegnante, è invece nata e cresciuta nel villaggio, e abituata a pensare che ogni cosa sia destinata a contaminarsi e guastarsi velocemente. Incontrandosi, i due vengono sorpresi da una passione totalizzante che si appropria di ogni pensiero, e accende un bagliore salvifico persino lì, nel luogo più radioattivo del pianeta, in mezzo ai resti di una natura satura di veleno. Questo sentimento così tenace, che sembra schermarli dalle insidie del reale, li rafforza e li divora al tempo stesso, finché un evento prodigioso arriverà a sconvolgere le loro vite e le loro certezze. Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all’interno di ogni amore perché la “città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
Viola Di Grado was born in Catania in 1987. She lived in Kyoto, Leeds and London, where she earned her MA in East Asian philosophies. Her widely translated first novel- Settanta acrilco trenta lana (70% Acrylic 30% Wool) published when she was 23- was the winner of the prestigious 2011 Campiello First Novel Award and the Rapallo Opera Prima Award. It was also longlisted for the Strega Award and for the International IMPAC Dublin Literary Award 2014. Her short stories and essays have been published in numerous magazines and journals.
Per chi ama l’amore conflittuale. È un romanzo nero, radioattivo, questo di Viola Di Grado. Siamo in Siberia, nella città segreta di Ozersk, dilaniata dalle scorie di una vicina centrale nucleare. Qui si consuma l’incomprensibile scolorito e psichedelico amore tra Tamara e Vladimir, un’insegnante e un infermiere. Le loro vicende, i loro corpi, sono malsani come l’aria, come il terreno, come l’acqua. La loro esistenza è putrida, degenera, come le persone che la circondano. E partendo da un fatto reale di cronaca, misterioso, oscuro e terribile, l’autrice trova la luce nel disfacimento, la purezza nell’abominio, l’accoglienza nel rifiuto e la saggezza nella follia. Scritto bene, divorato in due giorni, ne consiglio la lettura.
Recensione a cura di Kaila Swarte per Feel the Book
Voto 4,5
La “città segreta” è reale, il luogo più radioattivo al mondo; sono tre le catastrofi nucleari accadute lì tra gli anni ’50 e ’60, e taciute al resto del mondo.
C’è chi l’ha abbandonata e chi, come Tamara, è restato consapevole che non ci sarà un lieto fine, perché tutto è contaminato, avvelenato: l’aria, l’acqua, gli animali che si abbeverano nel fiume che taglia la città, le case che sembrano prigioni e non rifugi.
È una città-fantasma, ma anche una città di fantasmi. Basta pronunciare altrove “Musljumovo” per ottenere uno sguardo pieno di non-detto, e carico di paura, di rassegnazione perché gli assenti sono più dei presenti e anche quelli sono destinati a fare la stessa fine dei primi.
Tamara è un’insegnante, ha visto patire i bambini, non ha più nessuno, ha scelto di restare. Vaga per la città come un fantasma, consapevole che presto lo sarà, fa sesso occasionale nei bar rimasti aperti con sconosciuti con la pelle brutta come la sua, per un bisogno che è strazio, senza piacere, né complicità, e per far passare il tempo, credendo per pochi minuti di essere ancora viva.
E poi incontra Vladimir, che ha ancora quella bellezza dell’essere sano. Lui, un infermiere, non appartiene se non per caso alla città segreta, potrebbe chiedere il trasferimento e ottenerlo, forte anche del peso famigliare, ma non lo fa. Perché Vladimir si innamora ferocemente di Tamara, che non è dolce, che non ha speranza, che non crede in nulla, men che meno nell’amore. Ma si innamora anche lei, accettando quel sentimento spaventoso come una nuova calamità.
E, quando un evento sconvolgerà ancora di più le loro vite, la speranza avrà le fattezze di un errore.
Romanzo selezionato per il Premio Strega 2020, ma non candidato nella rosa dei dodici, “Fuoco al cielo” è l’ennesima prova della bravura di Viola Di Grado, scrittrice dalla penna potentissima in grado di calibrare lirismo e descrizioni, non rinunciando a plot complessi, e di rendere un’atmosfera angosciante con un linguaggio scarno eppure fortemente evocativo. E se la storia è originale e toccante, è lo stile a renderla indimenticabile.
“Tamara sorrise, stupita di come oltre una certa soglia di dolore la vita cominci a risplendere, una luce fulgida e violenta, la luce delle cose perdute.”
Riflettendo su Fuoco al cielo, è difficile pensare a un qualche elemento naturale, umano, anche banalmente appartenente alla sfera del pensiero, che non sia irrimediabilmente corrotto, distorto nei suoi fondamenti dalla devastazione ambientale e morale, quest’ultima sia causa che conseguenza della prima. Le scelte linguistiche e lessicali dell’autrice, oltre a denotare uno spiccato talento evocativo, rappresentano una realtà angosciosa in cui la natura è matrigna non per una sua intrinseca malvagità, ma per l’azione stessa dell’uomo che l’ha violata, devastata con la sua smania di progresso scientifico e dominio politico-militare portata alle estreme conseguenze. Tutto in Fuoco al cielo lancia un grido di dolore: il giorno, la notte, le foreste, le basse baracche grigie, l’acqua subdolamente azzurra del fiume Techa, gli ambienti angusti e in penombra delle abitazioni, gli atti stanchi del vivere quotidiano, il campionario di variegata e disperata umanità che affolla il villaggio segreto di Muslyumovo. Tutto questo viene tratteggiato nelle sue vesti più oscure e sordide con una grande abilità letteraria. Oscurità, freddo, sangue e bile riversati in una sessualità isterica, morbosa e alienata sono caratteri fondanti dell’impostazione stilistica del romanzo. Tale scelta a mio avviso non risulta quasi mai fuori luogo. Anche nei casi in cui si potrebbe rischiare una certa ridondanza di stile, le immagini rappresentate si rivelano sempre potenti e adeguate, capaci di trascinare il lettore su un piano di angoscioso coinvolgimento, il quale si fa sempre più forte e viscerale, man mano che si scende nell’abisso esistenziale replicato nell’opera e si rimane invischiati dall’intreccio irregolare degli eventi passati e presenti. In questo quadro desolante, anche l’amore, grande protagonista dell’opera, non poteva che essere morboso e funesto, come una sorta di maledizione dolce e terribile al tempo stesso, una spina ineliminabile nelle carni, proprio come l’effetto esiziale e costante delle radiazioni ionizzanti, del cesio e del plutonio dispersi nel fiume malato. Tuttavia l’amore del romanzo non è solamente quello patologico, scostante, ondivago e nevrotico, costretto ad attraversare prove durissime, tra la solitaria Tamara e Vladimir, l’infermiere moscovita che decide di offrire le proprie competenze ai malati della zona contaminata, bensì è anche quello più viscerale e profondo di una madre, amore incondizionato portato alle estreme conseguenze, un sentimento che riesce a germogliare anche verso un frutto malato- ma perfettamente innocente nella sua natura- della perdizione umana, elevandosi al di sopra di ogni razionalità, sfidando la follia, l’emarginazione e l’abbandono. Proprio per questo vividissimo ritratto emotivamente impegnativo e commovente, che a tratti assume quasi significati e connotati religiosi e spirituali, nel senso più ampio del termine, Fuoco al cielo è un romanzo di inaspettata potenza e intriso di un particolare valore simbolico, più che degno di una favorevole considerazione nell’attuale panorama letterario, fosse anche solo per l’originalità delle tematiche e dell’impostazione stilistica, al di là del valore letterario.
Una schifezza. Vorrei poter dare 0 stelle. Ho letto tutti i libri pubblicati da Di Grado e davvero, non so come faccia a farsi pubblicare lo schifo che scrive. Cuore Cavo era decente, il resto è appalling. Non leggetelo.
Pesante. Tremendamente, inutilmente pesante. Storia pesante, immobile, aggettivi pesanti e ripetitivi allo stremo. L'intrigante ambientazione che avevo letto in quarta di copertina - le città segrete sovietiche, rese radioattive dalle catastrofi nucleari e cancellate dalle mappe - in realtà è un semplice pretesto: non c'è nessun approfondimento storico, nessuna informazione in più dell'essenziale, niente che vada oltre il delineare uno scenario piatto e fumoso dove la gente soffre e sta male fino a impazzire, tanto da avere un finale quasi delirante, al limite dell'horror e della fantascienza. Fatico a dare una definizione a questo libro, ma se volevo qualcosa di così pesante e gnucco tanto valeva comprare un'incudine.
Questo libro va metabolizzato. La scrittura è tagliente e scorrevole, l’autrice per me ha fatto un ottimo lavoro con l’ambientazione. Il contenuto è molto duro, la storia tra Tamara e Vladimir è pervasa dalla stessa tossicità che irradia il villaggio segreto di Musljumovo. Si scende negli angoli bui dell’animo umano, nel dolore, nella disperazione di essere segregati in un luogo che lentamente uccide tutti, che fa nascere bambini morti, bambini deformi destinati a vite miserabili, disperazione e dolore che portano lentamente alla follia. Unica nota stonata per me è il finale, tutto un po’ troppo.
Intenso e scritto davvero bene, si legge tutto d’un fiato nonostante il tono cupo e drammatico che accompagna il lettore per tutte le pagine. Una storia di follia che è anche una storia di amore, forse di amori, quello conflittuale fra i protagonisti, Tamara e Vladimir, e quello voluto dalla prima per il figlio voluto, ma forse anche un po’ no, ambientato in un paese russo e con scenari praticamente apocalittici. Consigliato anche se sicuramente una lettura non facile.
This is what I'm talking about! What happens when you take a horrible, godless setting like the secret cities, and you write a story so compelling that it could have easily taken place in a middle America suburb and would have kept me hooked? THIS.