Sto riascoltando l’inno nazionale russo, quasi per consolarmi, o per rifarmi dalla lettura degli Eltyšev e, gironzolando su google, mi sono imbattuto in una parata del 2012 durante le celebrazioni per la vittoria nella Guerra Sacra. Potenza della musica e della retorica: una potente Russia, intatta, che si è ripresa alla grande dalla Disunione Sovietica, protesa verso un meraviglioso avvenire e radicata nel glorioso passato imperiale zarista e sovietico. L’immagine oleografica della Grande Russia è questa: una grande armata, un grande paese, grandi risorse naturali e capacità industriali, una grande e forte economia, una grande rete ferroviaria, grandi fiumi, grandi foreste, grandi steppe; grandi zar.
Beh, poi ti leggi “L’ultimo degli Eltyšev e la musica cambia. Addio cori dell’Armata Rossa, addio parate militari. C’è solo il borbottio diffuso e stupido della televisione accesa, le voci concitate e le grida degli ubriachi e dei litigiosi, il rumore di macchine sgangherate, il tintinnio delle bottiglie e dei bicchieri di vodka, il tanfo stantio della miseria e della sciatteria. Sì, qui è tutt’altro che splendore e gloria, grandezza e slancio patriottico, conquiste del lavoro e della scienza. Le uniformi sono quelle della polizia che arresta gli ubriaconi in quella città della Siberia meridionale, non meglio identificata, non molto lungi dai monti Sajani. Non c’è lo splendore delle nevi e la bellezza profumata della tajgà, né la lucentezza dello Jenisej appena nato dagli Altai. Non c’è un accidenti. Se non bassezza morale, corruzione e abusi della polizia che deruba gli ubriachi arrestati e il nostro protagonista, il capitano Nikolaj è uno di questi, uno specialista (e allora A.C.A.B. per capitano Eltyšev). Il villaggio di Muranovo dove si riduce il nostro capitano cacciato per indegnità e abusi e la sua famiglia, è un luogo in c. al mondo, abbandonato, sembra, da Dio e dallo Stato russo di Putin, in preda al caos, all’arbitrio, al latrocinio generalizzato, alla violenza omicida. Vestigia e ruderi del sovkhoz, stalle modello abbandonate, una fabbrica bruciata e mai più ricostruita, un acquedotto pubblico rotto che non fornisce più acqua. Abbandono, disorganizzazione, disinteresse delle autorità pubbliche, disoccupazione generalizzata, mancanza di operosità, assenza di senso della responsabilità, scomparsa assoluto di ogni gusto per la bellezza e il decoro: una società e una civiltà ridotta al grado zero. E le figure umane che si muovono in questo sfacelo ambientale e sociale per la maggior parte sono prive di senso civico e sociale, non solo, ma alieni quasi del tutto da ogni sentimento di rispetto, altruismo, compassione, affetto e amicizia disinteressata. A cominciare dal capitano Nikolaj. Profondamente cinico e amorale, spietato e sprezzante con i suoi simili che poi sono per gran parte esseri detestabili: approfittatori e ubriaconi, se non addirittura ladri, truffatori, assassini, che sprofonda sempre più in una spirale di bassezza umana e morale. Sembra non esistere, affetto, amore e pietà a questo livello di disgregazione sociale. Sencin sembra ci goda a rappresentare quest’umanità al suo grado più basso: misera, sciatta, cinica, disperata, ribalda, violenta, spietata… E il parallelo, e il tentativo di lettura, va a “Vita e destino” di Vasilij Grossman, dove un germe di bontà e di speranza nell’inferno di Stalingrado e della Russia di Stalin non muore mai, anzi è seme di rinascita e rigenerazione. Nell’inferno della Muranovo di Sencin e degli Eltyšev, sembra che ogni sentimento umano sia stato bruciato e sradicato. Che disperazione… soprattutto pensando a quanto di Muranovo c’è anche qui, in Italia…
Riascolto l’Internazionale diretta nel ’44 da Arturo Toscanini al Madison Square Garden.
Buona notte, Signor Lenin.