Due sposi e così sono definiti, senza mai citare i loro nomi. Sulla sessantina – almeno lui, lei forse qualche anno di meno ma già con il grigio nei capelli – si sono sposati non più giovanissimi anche se “da molti anni condividono molte cose”. Lui ora giornalista e a tempo perso “broker” di zinco per una cooperativa operaia, lei insegnante. Il romanzo è il racconto di una loro giornata qualunque, dal punto di vista dello sposo che rimane a casa sulle colline sopra Spezia mentre la sposa scende in città per tornare solo a sera. Dai pensieri e gesti quotidiani dello sposo traspare l’intensità di quest’ultimo amore, il ripeterlo quasi come un mantra, in fondo sono quasi cinquant’anni che cerca di dire ti amo e forse ha finalmente imparato a farlo. Tra i piccoli riti che condividono lo sposo racconta alla sposa ogni sera un “fatterello” dei suoi trascorsi amorosi. Così mentre raccoglie le verdure nell’orto, fa la sua pedalata quotidiana nei dintorni, prepara lo stoccafisso accomodato per la cena rievoca i suoi amori trascorsi, la Mari (Marina, Marosa) che portava sui prati a sentire le canzoni, sempre d’amore, sul mangianastri, la figlia di Padoan (non ricorda il nome…) caposcout, la Patri e la vacanza nudista, la Chiaretta che nella casetta di lui organizzava i collettivi femminili, fino a Ida la bislunga, che sposò il figlio di un Marajah… Si scopre che lo sposo ha fatto tanti mestieri a cominciare dall’operaio, è stato anarchico prima e comunista poi, ha conosciuto e perso di vista tanti compagni dagli anni sessanta fino alla guerra del golfo e alle torri gemelle, ora ha trovato il suo “buen retiro”, la casa con l’orto minacciato dal grillo talpa, i ghiri nel solaio, le cimici verdi e le forbicine nelle stanze e la sposa che torna tutte le sere ad ascoltare le sue storie. Una prosa fluida, che usa molto la ripetizione delle stesse parole per dare musicalità alle frasi, un periodare lento ed evocativo, un tornare indietro nel tempo tra sogno e nostalgia, scivolando da un ricordo all’altro, da un amore all’altro mantenendo ben fermo l’ultimo, quello della sposa. Leggero e impalpabile come i testi delle canzonette che lo sposo ripete e vorticoso come il tango che ama ballare, ancora adesso con una gamba malandata. I libri di Maurizio Maggiani riescono sempre a trasmettermi delle emozioni, provo simpatia per questo scrittore schivo, dalle grandi orecchie a sventola, che racconta storie su storie solo per il gusto di raccontarle, spesso parlando di sé e della sua vita come fa anche in questo romanzo (c’è molto di Maggiani nella figura dello sposo). L’amore se ha un difetto è di non raccontare nulla di sensazionale se non la quotidianità di una storia d’amore ma è un difetto? Quattro super personalissime stelle.