Nella sua valle, sa il carattere di ogni canalone, di ogni balza di roccia. Riconosce le volpi, i camosci, le vipere, i gipeti. Può chiamare per nome ogni valanga. La montagna per Luigi Oreiller non è una sfida, né una prestazione. È la sua casa di terra e di cielo, un orizzonte a cui appartenere. Luigi nasce nella povertà e cresce con la guerra. Valdostano ma “anche” italiano, trascorre i suoi 84 anni a Rhêmes Notre Dame, venti comignoli rubati alla slavina al fondo di una valle stretta e dal fascino selvatico, su un versante Parco del Gran Paradiso sull’altro riserva di caccia. Da ragazzo, armato dalla fame, è cacciatore, contrabbandiere, manovale. Quando diventa guardiaparco e poi guardiacaccia, cambia sguardo. Dietro le lenti del cannocchiale, nelle lunghe solitarie giornate di appostamento ai bracconieri, diventa il signore delle cenge, segue il volo delle aquile e sperimenta un qualcosa di molto simile all’amore. Stagione dopo stagione, trasforma gli alberi in sculture, “scava” tassi e marmotte, parla con i cani, le mucche, le galline. A volte anche con gli uomini. Quello di Oreiller è un mondo ormai perduto, travolto da una modernità senza pazienza, da un fiume di gente che torna ma non resta. Eppure, nei suoi occhi, nelle sue mani nodose e forti, tutto ha ancora memoria e lui ha memoria di tutto. Le sue parole, consegnate a chi, come Irene Borgna, le sa ascoltare, conducono lontano, fuori traccia, tra valichi nascosti. E segnano il tempo, come gli anelli di un tronco, come i cerchi sulle corna di un vecchio stambecco.
Ho 24 anni e non sono un montanaro. Ho vissuto una vita privilegiata e non ho mai dovuto subire la fame. E nonostante queste premesse questo libro mi ha fatto venire una incredibile nostalgia per un mondo che sta scomparendo, per tutte quelle tradizioni che vengono dimenticate e per una vita più semplice, ma allo stesso tempo così difficile da fare male.
Non sono un montanaro, ma un po' di montagna l'ho vissuta, essendo cresciuto in Toscana e passando le estati e qualche inverno dai parenti abruzzesi. E anche se non ho mai dovuto prendere a calci la porta per rompere il ghiaccio che la teneva bloccata, non dimenticherò mai le camminate in mezzo alla natura, la fatica e la soddisfazione alla fine di una lunga giornata di fatiche e il silenzio assordante dei boschi, dove il rumore di ogni ramoscello che si spezza e ogni foglia calpestata è amplificato a tal punto da creare un concerto.
E mi manca, mi manca terribilmente ora che sono in un paese che a malapena riesce a ergersi dal mare, dove tutto è artificiale e dove anche la natura ha un sapore... sbagliato.
Avevo bisogno di questo libro, avevo bisogno della storia di Louis raccontata dalla bravissima Silvia. Avevo bisogno di leggere tutto quello che ho letto in queste pagine per ricordarmi del rispetto e dell'amore di cui la montagna ha bisogno e di quanto questa ti può ricompensare se trattata come si deve.
84enne, nato e cresciuto in Val d'Aosta, vive in e per la montagna. Biografia di una vita segnata dalla fatica, dalla tenacia, e dalla voglia di accettare sempre sfide ardue e avvincenti. La montagna vera, non turistica, che va affrontata con timore e deferenza. Dopo averlo letto si ha anche la sensazione di conoscere meglio la Val d'Aosta.
Con questo libro Louis Oreiller ci porta nella sua Val d'Aosta, più precisamente nel suo paesino di Rhemes. Un uomo di montagna, ma la montagna quella vera. Quella che vivi 365 giorni l'anno, che non ti puoi permettere di sfidare, perché vincerebbe sempre lei.
In questo diario racconta la sua vita, dal periodo di bracconaggio durante la grande guerra, alla leva obbligatoria, ai giorni da guardiano nel Parco Nazionale del Gran Paradiso e nella riserva. Racconta dei pericoli, delle valanghe, dei predatori. Ma anche delle meraviglie che la montagna può offrire. Parla degli animali, che ha imparato a conoscere anche senza studiare.
E' stato bello immergermi in quel mondo a cui sono sempre stata lontana. Non sono mai stata amante della montagna, ma nell'ultimo periodo mi sta affascinando parecchio e quindi ho apprezzato tantissimo questa breve lettura.
Storie di montagna dal sapore antico, sembra di essere seduti in qualche vecchia baita di legno, vicino ad un camino, e sentire questo vecchio montanaro raccontare la sua vita. Bellissimo libro, evocativo di un tempo andato perduto, un tempo lontanissimo anche se sono passati solo 50 anni o poco più.
Conosco bene il parco del Gran Paradiso e conoscerlo anche attraverso le memorie e la conoscenza di Louis Oreiller è stato strepitoso... Lo super consiglio!
interessante ed onesto. fa capire bene come è cambiato il mondo e la distanza che c’è tra chi vive la montagna e chi ci fa le gite o la usa come palestra
Letto in un weekend di vacanza in Valle d'Aosta, preso dalla libreria dell'AirBnB che ci ospitava. Bellissima lettura, molto interessanti praticamente tutti i racconti di vita, altrettanto interessante il vocabolario usato dal protagonista con moltissime parole che, immagino, si capiscano solo nel Nord Ovest e presumibilmente neanche dappertutto (spatarrato, trigo, sgnaccato, etc...). Le mie parti preferite sono state quelle in cui era più giovane, la parte del contrabbando e anche quella di quando faceva la guardia al parco, ma anche il resto molto interessante. Stimola molto la riflessione su un mondo che non c'è più, ma anche e soprattutto di persone che non ci sono più. Incredibili i racconti del ministro e dell'imprenditore per quanto queste persone fossero allora mille volte più vicine al popolo di quanto lo siano adesso, ma tutto il mondo era forse più umano anche se un po' meno comodo. E comunque non è che sia passato così tanto tempo. Bel racconto, sempre molto puntuale e mai nostalgico. Consiglio la lettura in particolare a chi per motivi geografici/culturali è in grado di capire le numerose acrobazie lessicali sparse un po' in tutto il libro.
Una storia tanto semplice quanto accattivante. Un libro che parla piano ma racconta di un grande cambiamento, quello che ha vissuto la montagna negli ultimi 70 anni da quando è "arrivata la strada asfaltata, i montanari sono andati in città e la città ha invaso la montagna nel weekend". Nonostante le premesse però non ho trovato nostalgia in questo racconto ma casomai la capacità di raccontare autenticamente un luogo che - parafrasando Cognetti - solo i cittadini chiamano "natura" ma dove invece per chi ci vive tutto ha un nome, uno scopo, un'utilità.
Più che un libro sulla montagna, adatto per i suoi amanti, sembra una sorta di barone di Munchausen valdostano. Le imprese sono al limite del credibile, non è privo di episodi misticheggianti (come quello sulla cengia) e - cosa per me dura da sopportare - contiene anche delle fandonie totali sulla natura. La prima persona non aiuta - forse, gestito come un racconto, acquisirebbe una dimensione da “realismo magico”, mentre così sembrano spacconate o deliri.
Il racconto di una vita eccezionale che sembra lontana anni luce dalla realtà attuale. In questo libro possiamo riscoprire valori, atteggiamenti e motivazioni assolutamente da recuperare.