«Un’esposizione che teneva in piedi un mucchio di uomini guasti, appunto, la cui vita si era fermata e che non sarebbero stati mai più come prima: guasto era il suo amore, guasta la ballerina, guasto era in fondo il destino di tutte le persone immobili nelle loro esistenze come lei era stata immobile sull’altalena».
La mostra dei cadaveri plastinati (cfr. Gunther von Hagens, Real Bodies) ė lo scenario spaziotemporale entro il quale si svolge la vicenda qui raccontata.
Straniante il contesto: Giada, protagonista assoluta e solipsista, sta davanti al corpo plastificato del suo unico grande amore, un fotografo di successo, inconsapevole predatore; egocentrato anche nella morte, di cui ha voluto fare macabra opera d’arte.
Ed eccolo, dunque, offerto allo sguardo di ogni visitatore: intrappolato in una posa plastica, (l’odiato difetto del cranio appuntito bene in vista) così come Giada è intrappolata nell’attesa vuota, nel vuoto cavo della sua vita disarticolata e offesa.
Straniante il tempo: capitoli che procedono all’incontrario, numerati da 30 a 1, giusto il tempo in cui la mostra dura, il tempo per trasformare un lutto in rinascita, o almeno di aprire una breccia a quel che appare drasticamente chiuso, o forse di capire, soltanto di capire perché è accaduto di scoprirsi così malati, guasti.
Straniante la narrazione: passaggi repentini dalla prima alla terza persona accendono luci, allungano ombre; sono spiazzanti, costringono di continuo all’attenzione. E intanto la scrittura si addensa intorno ai punti nodali che sono oggetto di una continua messa a fuoco, al contempo lucida e allucinata.
Sembra che tutto avvenga nella mente della protagonista; ciò che accade fuori ne è risucchiato, rimasticato e distorto. Fino a chiedersi: c’è davvero un fuori? Non sono ombre, allucinazioni, i rari personaggi che si aggirano intorno alla solitudine di Giada, accerchiandola? Non sono fotogrammi che si rifiutano di stare in posa, sfuggendo al suo controllo?
Ma è lei, certamente è lei che tenta di uscire da quella mostruosa immobilità fotografica a cui per amore si è costretta (per amore?); è lei che liberando se stessa tenta di sciogliere dall’esposizione oscena un corpo che ha lasciato l’anima altrove, o l’ha per sempre perduta.
Guasti, di Giorgia Tribuiani, un viaggio allucinante, vibrante, che attraversa la paura di perdersi, ma soprattutto quella di trovarsi, scavalcando coraggiosamente il buio, squarciando d’un lampo e con fracasso la messa in scena e l’inganno.
(È un’opera prima, tre stelle e mezzo)