Marta ha 12 anni. Quando arriva nella comunità alloggio dove lavorano Ascanio ed Elisa, la sua vita ha già preso una piega difficile: una madre alcolizzata e un padre che se ne è andato. L'esistenza di Corrado non è più semplice. Ha 16 anni, guarda il mondo facendo il duro e, nella stessa comunità, aspetta che la madre esca finalmente dal carcere. Nella vita quotidiana della casa l'esistenze dei due ragazzi si intrecciano a quelle degli educatori che si prendono cura di loro, tra rabbia, delusioni e piccole felicità, fino a quando Marta e Corrado decidono di prendere in mano il proprio destino.
Born in Turin in 1972, Fabio Geda is an Italian novelist who works with children in difficulties. He writes for several Italian magazines and newspapers, and teaches creative writing in the most famous Italian school of storytelling (Scuola Holden, in Turin). IN THE SEA THERE ARE CROCODILES is his first book to be translated into English.
Un libro che SI divora e che TI divora. Scorre velocissimo, si legge bene e ti trascina dentro le storie dei due ragazzi protagonisti di questa storia, nel mondo strano (e sconosciuto ai più) delle comunità alloggio, degli educatori, delle assistenti sociali, del disagio nell'apparente normalità. Peccato per il finale, che lascia aperti molti degli intrecci intessuti durante tutto il libro.
Una lettura che scorre via senza troppi traumi, quella di L’esatta sequenza dei gesti. Nonostante questo arrivi alla fine con una strana sensazione in bocca, o per meglio dire negli occhi, e ti ritrovi a domandarti se tutto sommato questo libro ti sia piaciuto oppure no. È difficile guardare la copertina, sfogliarne le pagine, e dire in tranquillità che è un libro brutto, perché così in effetti non è: non è un libro brutto. Allo stesso modo però ti ritrovi a non poter dire con tutta sincerità che si tratti di un libro bello, perché alla fine non ti ha colpito così tanto da poter dire una cosa del genere. I personaggi sono tratteggiati abbastanza bene, sono diversi quanto basta gli uni dagli altri, sia quelli piccoli che quelli adulti, ma non ti entrano sottopelle, non ti penetrano tanto da restarti dentro. Così come la trama, non ha la giusta calibrazione tra preparazione e scoppio, sembra sempre sul punto di sbocciare mentre invece non ti rendi bene conto di quando invece sboccia davvero. Così ti ritrovi a un certo punto a guardarti indietro e dire a te stesso: ah, ecco, è lì che tutto è cambiato e ha preso la forma del libro. Eppure lo spunto poteva essere interessante, così come le tematiche messe sul banco. Il tutto però si risolve in un disegno essenziale, dipinto con rapidi tratti mai superflui, in cui gli oggetti e le azioni di fondo rimangono solo appena accennate, quasi sfumate, giusto appena per farti capire che lì, in quel punto, c’è qualcosa, avviene qualcosa, ma poi non hai modo di capire bene davvero cosa ci sia, cosa avvenga. Ci sono alcune cose che accadono e che poi vengono lasciate in sospeso, fino a quando arrivi all’ultima pagina e ti accorgi che non erano lasciate in sospeso, non erano messe lì in attesa di essere riprese e affrontata in modo più completo: erano messe lì e basta. Ecco come ti senti quando arrivi alla fine, hai la sensazione di esserti perso qualcosa per strada e di non essere riuscito a leggerlo; ma non per colpa tua, perché magari distratto o chissà cosa, ma proprio perché non c’era scritto. Ti trovi in una situazione molto simile a quando vorresti davvero tanto leggere un libro e questo libro invece è ormai fuori mercato, non è in programma nessuna riedizione, e tutte le biblioteche che hai visitato non ne hanno neppure una copia. Tu lo vorresti leggere sul serio quel libro, ma non ci riesci, e non è colpa tua. Ecco, così.
Fabio Geda sa bene di cosa parla, quando i suoi protagonisti sono adolescenti problematici, dal momento che quello dell'educatore all'interno di strutture residenziali per minori è proprio il suo mestiere. Una delle più interessanti riflessioni in questo romanzo è da attribuire ad Ascanio, personaggio probabilmente di ispirazione autobiografica, quando sottolinea quanto l'ossessione contemporanea per il giusto titolo di laurea stia sbarrando la strada a potenziali ottime figure educative provenienti da studi meno specifici.
In questo romanzo si intrecciano le storie di ragazzi con cui la vita non è stata molto generosa: Marta, il cui padre se n'è andato lasciando lei e i fratelli con una madre alcolizzata, quando la sorellina è morta annegata; Corrado, orfano di padre e con la mamma in carcere; Ahmed, di cui si sa poco e niente, tranne un accenno ad un padre che certo non sembra a posto con la legge. Altri personaggi minori si muovono sullo sfondo della casa famiglia, con le loro piccole esistenze di compiti per casa, colazioni e amicizie.
Il collage di voci, mediate dal punto di vista degli educatori, funziona perfettamente ed il tema è di mio grande interesse. Ho apprezzato meno il finale un po' frettoloso, dove scocca la scintilla romantica tra Ascanio ed Elisa che finalmente lo ricambia (elemento secondo me non necessario e un po' forzato) e i due recuperano dalla fuga Marta e Corrado, e lì si interrompe la vicenda in modo assai brusco. Anche se forse, dopotutto, sta a significare che la vita continua ed offre seconde occasioni, anche ai ragazzi dalle vite più complicate.
Ho aspettato un po' a scrivere questa recensione perchè i libri di Fabio mi sedimentano dentro e poi lasciano un tale buon sapore che scriverne potrebbe rompere la poesia. Di lui abbiamo già parlato rispetto al primo libro che è l'ormai famoso e anche candidato al premio strega "Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani", con il quale ha in comune i personaggi, adolescenti privi di figure di riferimento che in qualche modo riescono a tirarsi fuori dagli impicci in cui, solitamente li hanno messi i "grandi". Sarà perchè fa l'educatore, o forse magari ha scelto apposta questa professione, ma ci sono poche persone che riescono a rendere, secondo me così bene, il punto di vista degli adolescenti sulle cose, quell'assoluta imprevedibilità e spregiudicatezza nel giudicare cose e persone, mancanza di confini e strettissime regole morali mischiate in un delirio di comportamenti schizofrenici che li caratterizzano; ovviamente quanto sopra vale anche per moltissime persone cosidette adulte, senza le eventuali scusanti del caso. Insomma un altro libro da leggere e consigliare, scritto bene che scorre e con una storia triste triste che però non lascia l'amaro in bocca o, almeno, fa sperare in una redenzione di qualche tipo, tutto sommato c'è ancora bisogno di sperare per non cedere al cinismo nichilista.
È commovente la discrezione premurosa con la quale Geda entra nelle storie di vita dei suoi personaggi. Questo libro si impone col suo ritmo incalzante, pretende di essere letto senza interruzioni, nonostante lasci i segni. Una prospettiva autentica sul lavoro degli educatori, senza mitizzare, fuori da ogni sorta di idealizzazione, con un realismo che risulta gestibile grazie all'amore che trapela per le storie. Marta e Corrado, Ascanio ed Elisa, Lea sono tutti protagonisti disposti a correre il rischio di avvicinarsi al mondo privato dell'altro, sfiorando talvolta la collisione. Avere una visione narrativa della vita diventa una risorsa enorme a nostra disposizione.
Questo libro mi ha un po' deluso. Secondo me manca la leggerezza, la freschezza e l'originalità del romanzo precedente. Qui tutto è assai più misurato, bilanciato - una scrittura equilibrata e a tratti raffinata - ma il libro resta piatto senza mai decollare davvero. Certe scene mirabili restano comunque nella memoria, ma trattandosi di un romanzo sul disagio minorile mi sarei aspettato qualcosa di più emozionante. Qui invece, ragazzi e adulti navigano sullo stesso bisogno di certezze. E' un vascello che langue, senza sapere che direzione prendere.
Da tempo che non leggevo in italiano ed è appena il 4to libro che leggo in italiano ma mi è aiutato a ricordare moltissima grammatica, molte parole, molti verbi e riaffermare quando è perché amo l’italiano.
Storia torbida, triste, dall’inizio alla fine. Mi è piaciuto il modo che a utilizzato Fabio per raccontare la storia perche sono varie storie che si raccontano separatamente ma alla fine si incontrano tutte.
Ti fa sentire una tristezza infinita per i ragazzi perché nessun ragazzo dovrebbe vivere quelle circostanze. Anche ti fa rendere conto del gran lavoro che fanno gli educatori e per tutte le avversità he vivono essendo educatori ma è molto apprezzato il lavoro che fanno.
-Lei ci ha provato. -Non c’è riuscita. -Però ci ha provato. Marta impiega diversi secondi a trovare le parole per dire quello che pensa. Va a pescarle chissà dove: nel passato, nel futuro. -Che cosa me ne faccio di una mamma che prova, ma non riesce? Marta, 12 anni, con questa frase ti apre uno squarcio dentro e accende un faro su tutte le inadeguatezze e le mancanze degli adulti… degli adulti che sono adulti ma non fanno gli adulti. Che ci sono ma non ci sono abbastanza. Che ci provano ma non abbastanza da riuscire. E poi, a fianco di questi adulti mancati, ci sono quelli che tentano di colmare i vuoti. Quelli che restano anche quando non sono ben accolti, anche quando i silenzi appesantiscono l’aria. Che sanno che non esiste una ricetta per educare con successo o per farsi ascoltare. Geda in questo libro racconta con grande onestà storie difficili, di quelle che soluzioni facili non ne hanno.
Marta è dovuta crescere in fretta, occuparsi dei suoi fratellini con un padre assente e una madre dedita all'alcol. Quando però una brutta tragedia colpisce la sua famiglia, le cose cambiano. Marta finisce in una comunità ed è qui che conosce Corrado, un ragazzo di sedici anni che aspetta l'uscita della madre di prigione per potersene andare e ricevere quell'amore che gli è sempre mancato.
Anche Marta vuole ritornare a casa, vuole rivedere i suoi fratelli. Ma in questa comunità non sono soli, ci sono altri ragazzi che come loro sono dovuti crescere in fretta e ci sono anche gli educatori che si occupano di tutti loro.
Questo romanzo parla di legami, quelli di sangue, ma soprattutto quelli nati da una sofferenza comune, da un aiuto reciproco. La comunità vissuta come una grande famiglia dove ci si aiuta a vicenda, dove la vita di questi ragazzi si intreccia a quella degli educatori.
L'autore ci parla della complessità di una famiglia, di come la società pensi di agire bene togliendo i figli ai genitori che hanno difficoltà ad occuparsene anziché aiutarli a prendersene cura.
Con una scrittura delicata Fabio Geda ci racconta una storia di vita che emoziona e commuove, difficile da dimenticare.
"Corrado si avvicina, tossisce un grumo di imbarazzo. Sembra indeciso sull’esatta sequenza dei gesti, come avesse scordato le istruzioni per l’uso. Ma alla fine riesce a comprimere lo spazio tra loro due, e la stringe in un abbraccio goffo, si, ma intenso."
Un libro di un'umanità disarmante. Le storie dei vari personaggi si intrecciano e scorrono da un capitolo all’altro. Mi è stato impossibile staccarmi dal libro, l’ho bevuto tutto d’un fiato.
Ci sono libri che contengono in sé sempre un contesto di appartenenza, un dominio di derivazione delle storie personali di ciascuno. È da questi che si diramano le vite e le crescite dei personaggi che andremo a conoscere. E poi ci sono quei libri dove il contesto di appartenenza si sposta, al di là del recinto delle cose conosciute e più note, con la conseguenza che persino le specificità dei personaggi cambiano traiettoria. Per comprendere queste storie, sarebbe ben più necessario domandarsi il significato di "appartenenza", certamente diverso per ognuno. È ciò che intendo con questo romanzo di Fabio Geda, un libro dove l'ambientazione ha le caratteristiche di ciò a cui mi sto riferendo: un contesto al di là del proprio recinto. Cosa può significare lasciare o l'essere portati altrove, dove la propria famiglia non c'è? E cosa può voler dire riconoscerne la disfunzionalità, al punto da non potervi più restare e cambiare contesto di cura, come una comunità? Lo sanno bene Marta e Corrado, in un'adolescenza appena accennata. Lo sanno bene all'ingresso in quella casa famiglia che da quel momento, senza averlo chiesto, si farà carico delle loro vite. Ma un contesto è sempre il nucleo di tutti coloro che ne fanno parte; ci si domanda allora cosa può voler dire per un individuo fare il genitore di un altro quando non lo è. Questo lo sanno altrettanto bene Ascanio ed Elisa, gli educatori della comunità dentro cui i due ragazzi faranno il loro ingresso. Ed è in questo che risiede il tocco distintivo del romanzo: le relazioni tra ognuno, la chiave di volta attraverso cui riscoprirsi. È ciò che accade ai protagonisti, nel loro ruolo ed essere. Come se l'intento fosse quello di non scordarsi di nessuno, perché anche quelle parti della società spesso non viste possano essere guardate e ascoltate.
"L'esatta sequenza dei gesti" è un messaggio, uno sguardo diretto su una fetta di mondo infragilita dalle circostanze e per questo ancora più fortificata. E Fabio Geda, altrettanto forte della sua esperienza, ha potuto dar vita a un piccolo gioiello narrativo, tra immaginazione e realtà. Perché ognuno, al di fuori del recinto delle cose note, possa almeno darvi un'occhiata.
Un libro delicato e commovente, ma anche ironico e - soprattutto - mai retorico. Ha il pregio di non scadere mai nel melodramma facilone, ma di parlare con competenza e schiettezza di argomenti difficili - ovvero un po' tutto ciò che ruota attorno all'adolescenza problematica di ragazzi e ragazze nati in famiglie più o meno allo sbando. L'ho letto quasi tutto con gli occhi da lemure.
I personaggi dei romanzi di Fabio sono persone che vorresti aver conosciuto nella vita reale: vivaci, ribelli, con sguardo profondo e intelligente. Ti innamori di ognuno di loro, e, mentre il racconto avanza, ti rendi conto che vorresti esserci anche tu nella storia, avere un ruolo importante, magari quello di salvare i protagonisti dal loro destino. Un destino che, irrimediabilmente, li conduce a cacciarsi nei guai...
Bel libro. Come al solito Geda riesce ad affrontare temi complicati e profondi con un linguaggio semplice e scorrevole. Penso avrebbe potuto approfondire un po' di più alcuni aspetti della storia, alcune tematiche... Ma nel complesso, come tutti gli altri, l'ho trovato davvero piacevole ed interessante.
Fabio Geda è uno dei migliori giovani scrittori Italiani. Soprattutto sa raccontare quello che conosce bene: il mondo degli educatori e dei ragazzi affidati ai servizi sociali. E qui si vede che ci mette tutta la sua vita, la sua esperienza, il suo cuore, senza essere melodrammatico o pietoso. Non cerca facili giustificazioni né vuole spiegare alcuna teoria sociologica. Ci racconta le storie di alcuni suoi ragazzi e lo fa così bene che a volte è difficile non commuoversi.