Per lui, che lavora come addetto ai controlli di un aeroporto, il mondo è fatto delle vite che gli corrono sotto gli occhi. Vite immaginate. E immaginate con tale furia da diventare racconto. C'è un uomo, in particolare, che arriva ogni domenica e riparte ogni venerdì: «Magro, lo sguardo aperto. Sembra una di quelle persone nate per rendere gli altri contenti». Quell'uomo resterà al centro della narrazione fino alla fine. E la sua scomparsa - quando, una domenica come tutte le altre, non si farà più vedere - genererà un altro racconto ancora, in un continuo gioco di specchi. Perché tutte le vicende umane sembrano essere sotto gli occhi di angeli un po' partecipi e un po' lontani: «Sono così, gli angeli. Si danno il piglio degli esseri perfetti. Fanno un po' di scena, ma darebbero chissà cosa per potersi mescolare, per entrare nelle nostre piccole cose grigie. Faticano a staccarsi da noi». Con un passo poetico e un'attenzione al dettaglio corporeo colto da pupille sgranate, la voce di questo romanzo dice tutta la forza delle nostre vite difettose. Perché coglie la vita proprio come si coglie un fiore selvatico, piano, guardandolo in ogni sua più piccola parte. È con questa voce unica, commossa, filosofica, che Franco Stelzer è diventato un autore di culto per molti lettori e scrittori italiani.
«Diremo agli angeli che abbiamo guardato le vite degli altri fino a rimanerne accecati. Che ci siamo consumati di attenzione, di attrazione irresistibile. Diremo, tuttavia, che non possiamo sostenere di averle viste veramente. Possiamo, più che altro, affermare di averle sentite. Esse ci hanno accarezzato. Sono entrate lentamente in noi. Abbiamo guardato quelle esistenze con tale intensità da scoprire soprattutto noi stessi. Abbiamo compiuto esami così meticolosi sugli altri da imparare soprattutto di noi. Da dentro. Siamo stati voyeurs di tale forza commossa da guardare in direzione inversa a quella abituale. Abbiamo guardato, abbiamo visto - sempre e comunque dentro di noi.»
Perplessa, dubbiosa, incerta. La sensazione, più che di trovarmi fra le pagine di un romanzo, è stata quella di aggirarmi fra le annotazioni poetiche dell’autore. La storia, l’espediente, è molto bello, così come alcune, molte di queste pagine, traboccano di poesia, sono contraddistinte da un delicato afflato poetico. Nel complesso, però, mi è mancato qualcosa, qualcosa che ancora non riesco a identificare con chiarezza, ma che mi fa desiderare di leggere altro di Stelzer per cercare di comprenderne meglio la prosa, riuscire a definire meglio un autore di cui, tutt’ora, non conosco nulla.
Quelli che invece colpiscono il segno, come dicevo, sono alcuni dei pensieri che il protagonista - un addetto al controllo passaporti che quotidianamente osserva i passeggeri partire e tornare - uno, in particolare, il nostro protagonista sconosciuto e immaginato - raccontandone e inventandone la storia e la vita che non vede - rivolge agli angeli, proprio quegli angeli che un giorno, secondo Stelzer, ci chiederanno conto dei nostri gesti, delle nostre parole, dei nostri silenzi.
Quello che riporto in apertura di commento, in giorni in cui si è tanto parlato di migranti e di prossimo, di vite spezzate su un ponte o nelle gole di un fiume, è stato quello che mi ha colpita di più.
- E adesso? Cosa diremo agli angeli, quando ci accoglieranno alle porte del cielo? - La verità, che altro... - La verità, sì. Ma cosa gli diremo per intrattenerli, per fare un po' di scena, perché rimangano colpiti... - Beh, parlate d'amore. - No, l'amore non funziona più. Non li scuote. - Allora buttatevi su un dolore più sottile. Diremo che, per trovare noi stessi, abbiamo percorso strade contorte. Che abbiamo sentito più vita in un attimo di pausa dal lavoro che in tanti momenti solenni? Diremo che abbiamo scambiato la vita per un programma televisivo. In piedi, leccando un cucchiaino, scoprivamo per un attimo l'essenza del bene. Ci sono stati funerali - la maggior parte - in cui non ci siamo minimamente commossi. Ma abbiamo pianto dopo, in momenti secondari. Tagliandoci le unghie in bagno. Aiutando i vicini con i cavi della batteria.
(Frasi sparse tratte da "Cosa diremo agli angeli". Franco Stelzer, Einaudi, 2018)
Il narratore, di cui conosciamo soltanto il mestiere di addetto ai controlli in aeroporto, uomo senza nome, senza viso, svuotato dalla sua anima, guarda la vita passare davanti a sé: lo ha lasciato indietro, non si sa né quando né perché, ma riconosciamo il suo viso in tante persone, spero non in voi che mi leggete. Con una "mise en abyme" quasi impercettibile all'inizio del romanzo, via via sempre più marcata, vediamo quest'uomo guardare sempre più attentamente un altro uomo, colui che viaggia ogni settimana in un paese lontano, e torna ogni fine settimana. Entra nella sua vita, per ipotesi e indizi e vede un alter ego, un essere che non vive la vita, ma cammina accanto a lei, incapace di entrarci. Esseri ai margini del senso dell'esistenza, alieni eppure affamati di realtà, che cercano nelle vite altrui la linfa, il senso. Non lo avrei mai terminato questo libro tristissimo, se non fosse per la penna leggiadra, acuta di Stelzer, che la usa come uno scalpello, incide esattamente nei punti dolenti.
Un uomo lavora al check-in di un piccolo aeroporto in un paese che non viene specificato. Ogni giorno vede sfilare persone al controllo documenti le guarda anche solo per un attimo, come fossero insetti che gli ronzano intorno.
Io le guardo, e immagino. Mi interessa ogni particolare, dall’aspetto fisico alle piccole abitudini. Le ripetizioni, le ossessioni. Le regolarità. Senza nemmeno accorgermene, mi ritrovo in mano una storia. Ho tanto tempo. Siamo un piccolo aeroporto. I voli sono numerosi, ma non poi cosí frequenti. Io guardo, dall’alba al tramonto. Spesso anche di notte. E immagino.
E adesso cosa diremo agli angeli quando ci accoglieranno alle porte del cielo?
Che abbiamo sentito più vita in un attimo di pausa dal lavoro che in tanti momenti solenni?
Diremo loro che il vero autentico oro del mondo è la solitudine. Diremo loro che ne abbiamo sofferto moltissimo nelle domeniche d'inverno e nei pomeriggi d'estate. Che abbiamo risposto volentieri a telefonate pubblicitarie, pur di rompere il silenzio.
Ribadiremo agli angeli che nella scena d'amore più bella c'è anche tanto muco.
Che abbiamo trascorso più tempo a sognare che a vivere e [...] non faremo fatica ad ammettere che quando pensavamo di avere capito ogni cosa, un attimo dopo tutto mutava.
Romanzo breve, così dolente, la copertina bellissima una sua sintesi perfetta.
È un libro che si legge rapidamente, che scorre con la sua prosa a tratti poetica, ma che mi ha lasciato un senso di incompiutezza che non riesco a spiegare. Forse è proprio la vita che manca, nel racconto di un addetto al controllo dei passaporti, che trascorre il tempo immaginando l’esistenza di chi gli passa davanti o costruendo una stanza in più nella sua casa. Un protagonista anonimo, che quando non lavora in aeroporto sente la necessità di stancarsi impastando cemento, per arrivare distrutto la sera e dormire; che inventa storie, perché
“Una storia è come una preghiera”.
Una preghiera a un Dio che immagina comprensivo e compassionevole, pronto ad ascoltare e, soprattutto, a ricordarsi di lui e del suo racconto. Perché, in fondo, quello che desidera è essere riconosciuto, con la sua identità, i suoi desideri, i suoi fallimenti. Ma è proprio questo che manca. Il protagonista non ha nome, ha un matrimonio finito alle spalle, non ha amici. Ha unicamente la sua solitudine che, in fondo, non è un carattere distintivo. Occorre dire qualcosa agli angeli che ci aspettano all’ingresso del Paradiso, qualcosa che parli in nostro favore, qualcosa che attesti che abbiamo vissuto. Ma cosa dire?
“Beh, parlate d’amore. – No, l’amore non funziona piú. Non li scuote. – Allora buttatevi su un dolore piú sottile.”
"Mi chiedono che cosa trovi di bello nel mio lavoro, Beh, dico, il fatto di guardare. Guardo la gente. Ce n'è di ogni tipo. Ok, mi fanno, però tutte quelle persone le hai davanti solo per un attimo. Il tempo di darti il passaporto e già le vedi svanire verso l'uscita. È vero. Ma a me non dispiace. Le guardo come fossero insetti. Mi ronzano intorno per un attimo. Io le guardo, e immagino. Mi interessa ogni particolare, dall'aspetto fisico alle piccole abitudini. Le ripetizioni, le ossessioni. Le regolarità. Senza nemmeno accorgermene, mi ritrovo in mano una storia. Ho tanto tempo. Siamo in un piccolo aeroporto. I voli sono numerosi, ma non poi così frequenti. Io guardo, dall'alba al tramonto. Spesso anche di notte. E immagino."
Due brevi note di fine lettura:
1. Storie di altri anche presunte entrano e vivono dentro la nostra così facendola un po' meno piccola
2. Dopo tre buone prove - frecce vicine al bersaglio -, con “Cosa diremo agli angeli” Franco Stelzer ha fatto centro: questo libro è bellissimo!
Immaginare vite è una funzione precipua dello scrittore, almeno di quel tipo di autore che si ingegna ad inventare storie, personaggi, situazioni e a ricostruirne in qualche modo l’esistenza nell’interazione con gli altri, con il mondo e con sé stessi.
In questo romanzo delicato ed originale, l’immaginare come possano nascere, crescere ed interagire le vite degli altri costituisce il fulcro stesso della narrazione. L’io narrante di “Cosa diremo agli angeli”, che forse non possiamo neppure definire “protagonista”, passa il tempo fantasticando sulle vite che nella sua monotona professione gli passano quotidianamente sotto gli occhi e costruisce, sempre in forma condizionale e di eventualità (“…potrebbe andare al ristorante…”), le azioni del prossimo. Il principale destinatario delle sue elucubrazioni mentali, un manager pendolare, si trova a sua volta a scrutare e perfino a seguire i movimenti di altre persone (una madre e il suo bambino) cercando di indovinarne la segreta esistenza.
Ne risulta un sottile gioco di specchi che, così come ho provato a descriverlo, può sembrare artificioso ma invece è sublimato dalla leggerezza dello stile, dall’impalpabile spessore dell’insicurezza che pervade tutti i personaggi principali di questo breve esperimento, un gioco a cui partecipa anche il lettore che si accoda alla sequela di voyeur che osservano la vita invece di viverla.
E su tutto questo ci sono gli Angeli del titolo, cui il narratore, e noi di riflesso, rivolge accorate domande. Ma chi sono gli Angeli? Soltanto la nostra coscienza, o un indistinto Ente superiore, oppure, secondo tradizione, i messaggeri, i mediatori fra le nostre miserie quotidiane e la Divinità intesa nel senso di forza suprema onnisciente? Le domande rivolte agli Angeli, talmente importanti da costituire il titolo del romanzo, sono intercalate come un contrappunto che anela alla ricerca di un senso agli automatismi della quotidianità e alle debolezze e fragilità del nostro vivere in solitudine, così come malinconicamente soli appaiono il narratore e il viaggiatore e forse, di rimbalzo, anche noi stessi.
Vedere è un processo che parte dagli occhi ma arriva al cuore.
Cosa diremo agli angeli è romanzo indubbiamente originale. Il racconto in prima persona di un addetto al controllo dei passaporti d’aeroporto che osserva la gente passare e intanto fantastica su quello che dirà agli angeli quando sarà il momento. Il lavoro manuale (un vano che sta costruendo nella sua casa) è il legame che tiene ancorato il protagonista alla vita reale, il resto è immaginazione, una sorta di voyeurismo delicato, immaginare le vite degli altri come modo per guardare (anche) dentro se stesso. Cosa diremo agli angeli è un libro breve, frasi corte, sincopate, ma cesellate come strofe di una poesia. Ma al tempo stesso è anche un fiume tranquillo, con Stelzer che dilata il tempo della narrazione per permetterci di godere della bellezza di ogni singolo istante, per aiutarci a recuperare il “nostro” ritmo, quello scandito dai grani della clessidra e non dal cronometro dell’epoca che viviamo. La lentezza è la vera misura, sembra indicarci l‘autore, quella che ci permette di vedere davvero le cose, quella che ci consente di fermarci senza provare sensi di colpa, di lasciare da parte la fretta per apprezzare ogni momento, ogni singolo gesto, di perderci nel mondo e di perderci dentro l’immaginazione. Stelzer invita il lettore a rivedere le sue priorità, a cercare la bellezza nelle piccole cose, nei particolari secondari, in quello che rimane nell’ombra. Quello che ci propone è un universo nel quale la realtà si allunga verso il sogno e viceversa, un vivere languido ma anche malinconico perché il protagonista è consapevole di quanto la sua esistenza sia sbilanciata verso la contemplazione del mondo, sul pensiero più che sull’azione, anche se si tratta di un pensiero in grado di aprire porte su mille mondi diversi. Come detto, è una vena lirica quella che attraversa le pagine di questo libro e che accompagna lo sforzo dell’addetto al controllo passaporti di avvicinarsi al cuore delle cose accontentandosi però di rimanere sulla soglia, di guardarle come si guarda un fiore che si teme di rovinare cogliendolo, di vivere rimanendo sempre un passo indietro per paura della delusione, per paura che lasciarsi toccare dalla felicità possa illuderci di possederla per sempre.
L’idea è buona, davvero. Un uomo che lavora al check-in dell’aeroporto si ritrova in qualche modo a vivere le vite degli altri, ad immaginarsi cosa ci sia dietro quei viaggi, quei visi spenti, quegli occhi stanchi. Solitudini che si incontrano, che si riconoscono. Ma la resa non mi ha convinto, mi ha lasciato piuttosto perplessa. Che cosa dovremmo dire agli angeli che non sappiano già?
Uno sguardo sull'immaginario e sulle vite degli altri davvero particolare. Una prosa da grande letteratura. Un autore che non conoscevo e che mi ha subito folgorata!
Con una delicatezza estrema racconta le vite immaginate delle persone che gli passano davanti agli occhi in aeroporto. Tasselli sparsi di un puzzle incompiuto. Forse è così lo sguardo degli angeli: ci guardano, partecipano alla nostra storia e aspettano che ciascuno di noi prenda il volo, quel volo.
Quando sento parlare di “storie da raccontare” metto subito mano alla fondina, tale è il mio disprezzo per questa insulsa e ignorante moda midcult di ridurre la letteratura ad una narrazione. E quindi anche questa celebrata opera di Stelzer non mi ha convinto, proprio per questo plateale e superficiale ricorrere al concetto di “storie da raccontare”. Peccato, perché qualche capacità ed originalità l’autore la possiede, ma con il passare delle pagine ho avuto la sensazione di un compiaciuto ed artificioso giochino con le parole per accattivarsi i lettori attraverso una scrittura sempliciotta, ricca di frasi icastiche ma alla fin fine vuote. Stile volutamente minimale, con frasi brevi e smozzicate, paragrafi inconsistenti con una struttura a montaggio incrociato che alla lunga si scompone in aneddotica. Forse Stelzer voleva creare un atmosfera di angoscia leggera, con questi osservatori inattivi e questi sguardi immobili, ma il tutto si risolve in un piccolo ed evanescente esercizietto da “scrittura creativa”, non certo di letteratura.
Ci sono momenti nella vita in cui ci sentiamo, e forse siamo, particolarmente soli. Con i nostri pensieri, senza sapere dove andare e forse senza voler andare affatto. Vivendo di piccole sensazioni, di abitudini anestetizzanti. Perché è accaduto qualcosa che ci ha allontanato dai progetti e dalle speranze. Che ci ha lasciati alla nostra ignavia, alla nostra nuova natura che ora è nella sconfitta, ciò che siamo e ciò che non riusciamo ad essere, anche con e per gli altri.
Ed in questo stato di dis-grazia osserviamo il mondo intorno a noi, le persone e le loro storie, le approfondiamo nella nostra immaginazione, ci confrontiamo e cerchiamo in loro gli stessi nostri sintomi, cercando di intuire possibili soluzioni e modi di convivenza con ciò che, pur facendo parte della nostra vita, in realtà non ci appartiene. Che provocandoci disagio porta pian piano al cambiamento, subìto più che desiderato. Piccole tappe di una storia triste.
Nei pensieri del protagonista raccontato da Stelzer ho sentito quasi fisicamente questa sottile amarezza e consapevolezza della propria natura e dei propri limiti, non disperata ma possibilmente oggettiva e civilmente rassegnata. Ed ho sentito da parte sua una grande urgenza nel raccontarli, un bisogno importante di fare propria questa consapevolezza e quasi provare ad esorcizzare il tutto attraverso il racconto, l'ammissione e l'approfondimento interiore.
Cosa diremo agli angeli, dunque? Che la vita non è una marcia trionfale, e che se pure avesse potuto esserlo forse non ne eravamo all'altezza. Eppure, anche di fronte a ciò, abbiamo vissuto. Di piccole cose, sentimenti sfiorati a volte mal riposti, piccole vittorie e piccole sconfitte, peccati anche veniali e perciò perdonabili, anche e soprattutto da loro. Perché gli angeli conoscono a memoria la gloria, ma han bisogno e piacere di capire la nostra debole e stanca umanità.
Purtroppo la lettura non mi ha presa, non mi hanno convinta i capitoli alternati tra il presente del protagonista, la vita immaginaria di quell'uomo che riparte ogni venerdì e i possibili dialoghi con gli angeli. Proprio questi dialoghi sono le parti che ho apprezzato di più, l'idea principale è bella ma a malincuore do due stelle, non l'ho compreso forse.
Stelzer è uno scrittore formidabile. Tra il sogno, il delirio, l'immaginazione del protagonista si dipanano le verità che potremmo raccontare agli angeli se avessimo modo di vedere gli altri che ci passano vicino
"Certo, prima o poi succederà. Inutile cercare di sfuggire. Dovremo parlare con gli angeli. Arriveremo alle porte del cielo stanchi, spossati, e dovremo per forza dire qualcosa. Non potremo sottrarci. Che cosa abbiamo fatto, come abbiamo vissuto - roba così. Beh noi ci concentreremo profondamente, passeremo in rassegna tutta la nostra vita e, alla fine, partoriremo qualche pensiero. Ovvio, dovremo scartare un'infinità di immagini, di false aspettative, di ambizioni, di desideri, orgogli, frustrazioni, e arrivare finalmente al dunque. Ci metteremo un po' e, alla fine, ci uscirà qualche cosa di semplice. Diremo che, di tutto quello che abbiamo vissuto, ci è rimasto solo un insieme di frammenti, piccole schegge, tutte molto lontane. Una piega del labbro di nostra moglie, ad esempio. Il primo giorno insieme; il lembo del suo ginocchio, nel preciso istante in cui ha deciso di andarsene; la fossetta alla base del collo di una splendida sconosciuta. Poco altro. "
Con un cenno della fronte respinge lungi da sé ogni vincolo, ogni limite perché per il suo cuore passa alto e immenso il ciclo degli eventi che ricorrono eterni. (Rilke)
Diremo agli angeli che le cose più importanti della nostra vita le abbiamo vissute in momenti secondari. Che abbiamo trovato più emozione e più senso nell'osservare il bordo di una strada che nell'ascoltare conferenze, più pietà e calore tra i resti di un pranzo che nel discutere con qualche amico. (pagina 32)
un libro veramente molto bello. va letto con attenzione, bisogna impegnarsi a leggerlo in certi punti ahahahah. però è veramente un libro che ti fa tanto riflettere, ti permette di guardarti dentro. lo consiglio se vi va di leggere un libro che parli del proprio’flusso’ di pensieri e del modo di vedere il mondo dal punto di vista di qualcun altro.
Un magnifico, toccante e, in un certo senso, crudo racconto basato sull'immaginazione di un uomo che non fa altro che osservare il via vai di persone che incontra ogni giorno sul posto di lavoro. L'autore descrive con estrema sincerità i pensieri che affollano la nostra mente, affrontando dilemmi e quesiti sui quali alcuni di noi non hanno il coraggio di soffermarsi.
"Certo, prima o poi succederà. Inutile cercare di sfuggire. Dovremo parlare agli angeli. Arriveremo alle porte del cielo stanchi, spossati, e dovremo per forza dire qualcosa. Non potremo sottrarci. Che cosa abbiamo fatto, come abbiamo vissuto – roba cosí. Beh, noi ci concentreremo profondamente, passeremo in rassegna tutta la nostra vita e, alla fine, partoriremo un qualche pensiero. Ovvio, dovremo scartare un’infinità di immagini, di false aspettative, di ambizioni, desideri, orgogli, frustrazioni, e arrivare veramente al dunque. Ci metteremo un po’ e, alla fine, ci uscirà qualcosa di semplice. Diremo che, di tutto quello che abbiamo vissuto, ci è rimasto solo un insieme di frammenti, piccole schegge, tutte molto lontane. Una piega del labbro di nostra moglie, ad esempio, il primo giorno insieme; un lembo del suo ginocchio, nel preciso istante in cui ha deciso di andarsene; la fossetta alla base del collo di una splendida sconosciuta; il ciuffo sulla guancia di nostro figlio... Poco altro. Non sappiamo affatto se questo basterà, ma la penuria ha una sua bellezza. Contiamo su questo."