Da Torino sono tornata con questo libriccino apparentemente snello.
Poche pagine che generalmente io divoro in un paio d'ore.
Invece ci sto su da giorni.
Perché è così denso di tematiche a me vicine che mi ha costretta a più di una pausa.
Il protagonista narra la morte accidentale del padre nei boschi impervi del Jura, boschi che l'uomo conosceva benissimo.
Il libro oltre che la cronaca degli accadimenti relativi alla morte e al rito funebre, è una scrupolosa rievocazione della vita e del carattere del defunto.
Il protagonista non si rassegna a una fine tanto assurda. Scivolare in un dirupo mentre si cercano le spugnole.
Indaga, interroga, perlustra, fa congetture. Non si capacita di questa scomparsa.
Attraverso una scrittura lucida e marziale che mi ha ricordato non poco lo stile della Ernaux, questo libro più che colpire il lettore alla pancia pare voler dire. Ecco, si muore, così e nessuno è preparato di fronte a queste dipartite così improvvise.
Tocca a chi resta radunare ricordi e giustificazioni. Tocca a chi resta preparare il terreno alla mancanza.
Un romanzo che è un grande atto d'amore verso un padre. Un padre pieno di difetti, volubile, mai soddisfatto, perennemente in cerca di qualcosa.
Personalmente, nonostante sia una narrazione che non va dritta a colpire le emozioni, l'ho trovata una lettura notevole e di grande qualità.
Ma Clichy ormai è una garanzia.