Ronit torna a Hendon, sobborgo londinese dove vive la comunità di ebrei ortodossi da cui lei proviene e da cui a suo tempo è fuggita, decidendo di vivere a New York unicamente secondo il proprio arbitrio e quindi disobbedendo alle rigide regole alle quali era stata educata.
Sono trascorsi alcuni anni senza contatti con il suo luogo di origine, quando il cugino Dovid le chiede di tornare: il Rav, padre di Ronit e rabbino guida della comunità, è morto. Dovid è designato a essere il suo successore. Ma lui appare recalcitrante : è timido, dubbioso sul proprio ruolo, afflitto fin da ragazzino da attacchi di mal di testa invalidanti (la cui descrizione è uno dei pezzi di bravura di questo libro).
Ronit non sa ancora che suo cugino ha sposato Esti, il suo grande amore di fanciulla. Esti, la silenziosa Esti, il corpo esile che sembra sottrarsi a ogni sguardo e nascondersi nelle pieghe della casa o del tempio, custodisce gelosamente il suo segreto, curandolo come un fiore, perché la sua passione adolescente per Ronit non è mai sfiorita.
Costruito su un doppio registro narrativo: terza persona (narratore onnisciente) e prima (la voce di Ronit), questo romanzo sorprende per la densità di contenuto e la perizia descrittiva, applicata in particolare a molti aspetti della comunità di Hendon: claustrofobica, sessista, pedissequa nell’osservanza delle rigide regole comuni e nell’applicazione delle prescrizioni e dei divieti. Ed ecco la meticolosa preparazione che prelude alla celebrazione dello Shabbat; la complicata cucina kosher; la lettura e il commento della Parola; ecco la soggezione della donna e la sua palese sottomissione, mantenuta attraverso ogni tipo di vincolo, sostanziale e rituale. Ma ecco anche dischiudersi il senso e il significato del riposo del Sabato:
“E se tutto quello che siamo è lavoro, allora cosa siamo? Lavoriamo per guadagnarci il pasto, un cuscino dove poggiare il capo. E mangiamo e dormiamo per poter lavorare. Siamo macchine che non fanno altro che riprodursi all’infinito. Ma Shabbat ci dimostra che non è così. Shabbat non è un giorno di ricreazione, di svago, è un giorno di astensione dalla creatività. È un giorno in cui camminare in punta di piedi nel mondo. […] Per quanto possibile il mondo non viene alterato dalla nostra presenza nel giorno di Shabbat. […] Shabbat ci riporta a noi. Shabbat ci consegna a tutto quello che abbiamo raggiunto, ma niente di più. Shabbat ci chiede, pacatamente ma con insistenza, chi siamo.“
Insieme al procedere della storia e all’intreccio originale delle tre personalità di Ronit, Esti e Dovid, troviamo anche l’incessante dialogo della protagonista con se stessa, ovvero con tutto ciò che di quella cultura è inscritto nella sua sostanza. Perché è chiaro che Ronit, come lei stessa afferma, non può essere un’ebrea ortodossa, ma non può nemmeno non esserlo. Vivere in questa contraddizione è anche essere immersa in un mondo di drammatica bellezza e raffinata complessità.
La disobbedienza, allora, assume il significato e il valore di ciò che distingue l’essere umano (uomo-donna: “maschio e femmina Dio li creò”) dal resto della creazione. Unica a poter scegliere, unica a poter decidere di trasgredire il comando divino è la creatura umana.
“Solo noi possiamo sentire gli ordini divini e comprenderli, e purtuttavia possiamo scegliere di disobbedire. Ed è questo e solo questo che dà valore alla nostra obbedienza. Questa è la gloria e la tragedia della razza umana. Creature infelici! Esseri fortunati! Il nostro trionfo è la nostra caduta, la nostra possibilità di condanna e anche la nostra opportunità di grandezza. E tutto quello che ci resta, alla fine, sono le scelte che facciamo.”
Perfino la felicità può essere frutto della disobbedienza, perché “noi esseri umani, come Dio onnipotente che ci ha creato, desideriamo ardentemente costruire. La nostra felicità, almeno in questo mondo, sta nella creazione.[…] La felicità ha a che fare con l’aver sfiorato il mondo e poi averlo lasciato diverso, secondo la nostra volontà.”
L’attenzione alla parola è il centro di molte riflessioni contenute in questo racconto. La Torah è la parola di Dio perché è con la Parola che Dio ha creato il mondo. Ed è questa Parola a essere contenuta nel Libro, che è commentato da altri libri, che contengono la glossa a questi commenti, che a loro volta sono dispiegati in ulteriori parole scritte. E così via all’infinito. La vertigine del Libro è la ricchezza della cultura ebraica, ma è anche la nostra ricchezza umana. Non è infatti quello che costantemente facciamo: cercare noi stessi -infinitamente- in un libro? E non è forse ogni libro immesso in quel dialogo fitto e silenzioso che noi intratteniamo col mondo, dentro e fuori?
E non produce forse la parola detta e scritta la costruzione e la distruzione di mondi? Non esprime una potenza creatrice profondamente umana, ovvero intrinsecamente divina?
Il dialogo che da sempre gli ebrei intrattengono con la Parola contenuta nel Libro, aldilà e ben oltre il puro aspetto dottrinale, è lo stesso dialogo, la stessa ricerca che ciascuno di noi intraprende con se stesso venendo al mondo.
Avere fede non è aderire ciecamente ai dogmi di una o dell’altra religione (credo politico, ideologia, manifesto) ma scegliere ciò che corrisponde al nostro desiderio profondo, che spesso è proprio ciò che la vita ci impegna a cercare. Avere fede è continuare questa ricerca “per non vedere il mondo in una faccia che non è la tua”.
Disobbedienza, infine, è agire la libertà che abbiamo ricevuto in dono. Perché “Dio ci ha consegnato il mondo per un po’ di tempo. Ci ha dato la sua Torah. E come un buon padre, come un padre amoroso, ci ha gioiosamente lasciati liberi.”