Secondo lei a legare gli esseri umani non erano le parole, bensì tutto un insieme di sensazioni. E aveva capito che noi, in effetti, non facciamo altro che scambiarci una sensazione con l'altra.
Ho letto "Kitchen", "Moonlight shadow" e "Chie-chan e io" di Banana Yoshimoto. "L'abito di piume" è una versione shakerata di tutti e tre. C'è la cucina come cura dell'altro, c'è il personaggio femminile un po' atipico ma complementare della protagonista (Chie-chan e Rumi), c'è la morte presente sottoforma di una miriade di volti accalcati sulla riva di un fiume o nelle spire spumose di un sogno.
D'altronde, la stessa autrice nella postfazione dice che il suo racconto non è granché dal punto di vista dei contenuti (apprezziamo l'autocritica).
La trama è molto semplice come spesso accade nei libri della Yoshimoto. Hotaru, ventisettenne di un paesino vicino a Tokyo, è reduce da una storia con un uomo sposato naufragata nel nulla. Con una valigia piena dei cocci della sua vita, torna a casa in attesa di riprendersi dal periodo di depressione. Li rimira e rigira in continuazione, quei cocci, anche a costo di ferirsi le mani con il loro bordo tagliente. Lavora nel ristorante della nonna, rivede le persone del suo passato, sonda il suo dolore e impara a sopportarne il peso giorno dopo giorno. Il suo ritmo vitale, scombussolato dal fragore cittadino di Tokyo con il traffico e la televisione perennemente accesa, si accorda con il gorgoglio del fiume che attraversa il suo paesino d'origine. Nella calma delle montagne e del continuo scorrere del fiume e dei torrenti, Hotaru viene risucchiata da una piccola avventura che la strappa alla sua sofferenza d'amore.
Al centro del racconto sta il tema del ritorno, declinato in diverse sfumature. E' il più semplice ritorno fisico dalla città alla campagna, ma parallelamente è anche ritorno a una vita più raccolta e consapevole, un riavvicinamento alla propria interiorità. Dal caos cittadino alla calma del paese, in cui basta il paesaggio a farti sentire una strana armonia. E' il temporaneo ritorno dei morti al mondo dei vivi, dal quale la vita emerge abbellita e lucidata per bene. E' il ritorno dei personaggi dalla stasi mortale alla valorizzazione della vita. Tutti loro ritornano, e il paesino è un ambiente ideale per la revisione momentanea.
Dopo aver letto tre libri dell'autrice, si individuano presto le costanti: la cura dell'altro che germoglia nei piccoli atti quotidiani, il pollice verde dei personaggi che si sentono in equilibrio con loro stessi, l'unione tra i personaggi raggiunta attraverso il sogno. A parte questo, ci sono altri aspetti che rimandano alle opere precedenti che credo derivino dalla cultura giapponese piuttosto che dall'autrice. Tra questi, il fiume come luogo di incontro tra la vita e la morte: lungo i suoi argini si possono vedere gli spiriti dei morti che si avviano verso il paradiso.
Ammetto di avere sollevato il sopracciglio perplessa in diversi punti del racconto. A volte diventa scontato e non si sa più se si sta leggendo un romanzo o guardando un film del ciclo "Fantastica avventura" di Italia 1. Alcuni personaggi non mi hanno convinta affatto, per non parlare dell'intreccio.
Tuttavia, a me la prosa di Banana rilassa. Se normalmente di fronte a storie del genere sento l'impulso di scagliare il libro lontano, quando Banana racconta mi sento cullata in un alone tiepido. Mi dà l'idea di una donna che parla sottovoce con un tono molto dolce ma mai melenso. E' una scrittrice che comunica sensazioni attraverso l'accostamento di parole semplicissime, tanto che la citazione che ho riportato all'inizio potrebbe essere il suo manifesto personale. Mi piace il modo semplice di scrivere, le azioni quotidiane che porta in scena, dando loro una luce particolare. I personaggi si prendono cura l'uno dell'altro come dei giardinieri curano il loro meraviglioso giardino, e lo fanno preparandosi dei ramen in modo particolarmente meticoloso o esprimendo il semplice piacere di essersi incontrati. In sostanza, ho amato in questo libro ciò che ho amato in Kitchen.
Nel complesso, credo che possa servire allo scopo a cui la Yoshimoto l'ha destinato: Mi farebbe piacere che qualcuno che sta affrontando un brutto momento lo leggesse e riuscisse ad alleviare le proprie sofferenze, senza pensare di trovarci dei messaggi particolari. Sì, credo che sia possibile. In fondo i personaggi di questo romanzo non sono altro che declinazioni del ragazzo fantasma col corpo d'albero, e il lettore ferito che vi trova rifugio è un'edizione più realistica della piccola Rumi che per sfuggire alla solitudine pulisce le tombe nel cimitero di paese.