Prendere per mano i lettori, invitarli in casa, guardare assieme le foto dell’infanzia, raccontare la parte più inconfessabile di sé e della propria famiglia. Roberto Alajmo, nella sua opera più necessaria e personale, ha trasformato un materiale intimo e doloroso nel romanzo di una vita.
Luglio 1978: lo scrittore è uno studente in attesa degli orali dell’esame di maturità, studia con i compagni a Mondello, vicino Palermo, e a fine giornata esce insieme a loro per riposarsi, rifiatare, mangiare un gelato. Una passeggiata di trenta metri e lì, seduta sul marciapiede, trova la madre. Lei lo guarda riparandosi dal sole con la mano. «Mamma, che ci fai qui?». È l’ultimo incontro tra Elena e suo figlio Roberto, il momento da cui scaturisce questo libro, l’investigazione familiare di uno scrittore su un evento che ha segnato la sua giovinezza e la sua maturità: l’esistenza intera. È la storia di un addio di cui il ragazzo non aveva avuto sentore, la ricerca di un senso per il commiato improvviso di una madre dal marito, dai figli, dalla vita stessa. Il ritratto di una donna che voleva afferrare il mondo, e il mondo le scappava dalle dita. Un dramma di disagio domestico come forse se ne consumavano tanti, in quegli anni, nel chiuso segreto degli appartamenti della borghesia italiana. È un racconto di grande originalità letteraria, attraversato da una suspense che a tratti toglie il respiro, da un’emozione attenta a trasformarsi in pensiero e parola, da un umorismo necessario ed elegante. Mai il lettore ha la sensazione di spiare dal buco della serratura il dolore altrui. E questo accade nonostante l’autore accompagni il testo con le foto di una famiglia come le altre, almeno all’apparenza. Alajmo condivide la sua indagine con noi, ci esorta ad appropriarci del suo passato, ad affrontare con lui il mistero del susseguirsi delle generazioni umane. «Statemi a sentire», sembra dirci. E non c’è altro che possiamo fare.
Giornalista professionista, dal 1988 è assunto al TG3 Sicilia della RAI e collabora con diverse testate nazionali. Dal 2012 è nella redazione della rubrica "Mediterraneo". Il suo primo romanzo pubblicato è stato nel 1986 Una serata con Wagner. Sue opere sono tradotte in inglese, francese, olandese, spagnolo e tedesco. Con il romanzo Cuore di madre è secondo classificato al premio Strega e premio Selezione Campiello, premio Verga, premio Palmi. È stato docente a contratto di Storia del Giornalismo alla facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Palermo e consigliere d'amministrazione del teatro Stabile di Palermo. Con Notizia del disastro ha vinto il Premio Mondello e con il libro L'arte di annacarsi ha vinto il Premio letterario Antonio Aniante.
Suoi racconti sono stati pubblicati nelle antologie La porta del sole (Novecento, 1986), Luna Nuova (Argo, 1997), Raccontare Trieste (Cartaegrafica, 1998), Sicilia Fantastica (Argo, 2000), Strada Colonna (Mondello, 2000), Il Volo del Falco (Aragno, 2003), Racconti d'amore (L'ancora del mediterraneo, 2003) Inoltre ha scritto il libretto dell'opera Ellis Island, con musiche di Giovanni Sollima (Palermo, Teatro Massimo, 2002). Il suo romanzo "È stato il figlio" è stato trasposto, nel 2012, in un omonimo film per la regia di Daniele Ciprì, con Toni Servillo come interprete protagonista.
Una inchiesta personale, come la definisce lo stesso autore, su una infanzia all'insegna del disagio psichico materno e della distanza affettiva fra i genitori. Il culmine è quell'estate del '78, gli ultimi mesi prima che la madre del protagonista, all'epoca un adolescente distratto e imbarazzato, scelga di morire, rivendicando con orgoglio in uno scritto che lascia ai familiari la sua volontà di decidere la propria fine. Il tema è coinvolgente e Alajmo è uno scrittore che ho apprezzato tante volte, ma il libro non è del tutto riuscito; c'è come un tono impacciato, forse comprensibile, che se da una parte tiene lontano il temuto effetto emotivo-patetico, dall'altro annacqua un po' la forza della testimonianza. In particolare mi è sembrato leggermente stridente l'introdurre nel racconto il figlio dell'autore facendone quasi un co-protagonista; empaticamente si intuisce la ragione del suo essere lì - come una pacificazione nel rivivere il rapporto genitore/figlio, liberandolo dal dolore vissuto quando i ruoli erano inversi - dall'altra questa scelta banalizza il tutto, perché è vero che tutte le famiglie felici si somigliano ed è anche vero che le riflessioni sull'adolescente sfuggente e il genitore teneramente apprensivo non aggiungono nulla di nuovo al già tante volte sentito. Restano però delle considerazioni importanti che il libro suscita; in particolare sul disagio mentale che spesso è terra di nessuno e sulla solitudine che ne consegue, amplificata a volte anche dei parenti più stretti che possono più o meno coscientemente leggere l'isolamento da malessere come un desiderio di autonomia da rispettare. E poi, ma la considerazione è contigua alla precedente, sulla distinzione a volte sottilissima fra la dignità di una scelta autonoma e l'incapacità tutta soggettiva di vedere una via d'uscita al disagio. Bella la scelta di inserire le foto di infanzia, a ricordarci che questa inchiesta o romanzo che sia, è la storia di una vita.
Non conoscevo Alajmo prima di leggere questo romanzo. Alajmo prova a colmare il vuoto tra l’inconsapevolmente ultimo incontro con la madre, lui appena diciannovenne, e il suicidio di lei; un arco temporale di pochi mesi in cui la donna, Elena, sparisce definitivamente dalla vita famigliare. L’autore-protagonista ricompone ricordi, lettere, foto, usandoli come tessere che piano, piano comporranno un possibile mosaico, mettendo insieme il passato, la storia dei genitori, e il presente, la sua vita, in una Palermo della fine degli anni settanta. La ricomposizione dei pezzi, dapprima caotica, disegna un quadro che seppure incompleto, sarà accettabile e restituirà all’autore-protagonista una riconciliazione postuma. Con le tre scomparse di Elena (trovatele voi, leggendo il libro), Alajmo ci restituisce anche il manifestarsi del disagio psichico ed esistenziale della madre e lo fa immergendo profondamente la storia nel contesto sociale e storico di quegli anni, in cui il pubblico è sociale e il privato non è esibito. La struttura del libro segue la stessa andatura, frammentata e ricca di flashback all’inizio, via via più densa, man mano che la storia prende corpo. La scrittura è leggera e venata di un sottile e amaro filo di ironia. A volte il racconto mi è sembrato sospeso e tratteggiato appena, per accenni; non si arriva mai, a mio avviso, in profondità, ma non è necessariamente un difetto, anzi, è quella parte della storia privata che può essere resa pubblica con dignità. Confesso di aver scelto il libro per il titolo, per quel 1978, che, tutto sommato, rappresenta uno spartiacque che nel libro si riesce anche a percepire, soprattutto se si sono vissuti quegli anni; dall’impegno al riflusso, dalla famiglia allargata a quella atomistica, dalla cura a base di barbiturici all’abuso e dipendenza. Il ‘74 è stato l’anno del referendum sul divorzio, il ‘78 l’anno della Legge Basaglia, che ha liberato il disagio psichico dalla costrizione nei manicomi (lo __Spasmo Oberon__ , che assumeva Elena per i suoi mal di testa, era un farmaco antispastico la cui vendita è stata regolata dalla Legge 685 del 1976 sulla disciplina delle sostanze stupefacenti e psicotrope e successivamente ritirato dal commercio). Il ‘78 è stato anche l’anno del rapimento e dell’uccisione di Moro, che ci ha ricacciati dal pubblico delle piazze al privato anche individualista. Naturalmente tutto questo non c’è nel libro in modo diretto, ma si respira e io quegli anni li ho vissuti da adolescente, come Alajmo. È un libro che può far piacere leggere.
Ho scoperto un autore di cui voglio senz'altro approfondire la conoscenza. In più punti la sua scrittura mi ha veramente colpita per la profondità insita nella semplicità delle parole. Le sue riflessioni sono state un po' anche le mie, mi ci sono ritrovata, sebbene non abbia vissuto la sua stessa esperienza familiare. Provo sempre una certa stima verso chi decide di condividere vissuti tanto personali perché non è assolutamente facile parlare di cose tanto intime e farle sapere al mondo intero, io non ci riuscirei mai. Nelle ultime pagine Alajmo dice di aver scritto questo libro soprattutto per se stesso, per ripercorrere la sua storia familiare e per fare chiarezza prima di tutto dentro di sé. Spero davvero che quest'opera di ricerca e ricostruzione del proprio passato gli sia servita per riuscire a dargli un senso.
Una colonna sonora che non c'è ma per me c'è stata sempre: la ballata dell'uomo ragno di De Gregori. Occhi bambini che guardano la vita in modo adulto e occhi adulti che guardano la vita con la dolcezza di un bambino. Pensavo di ritrovarmi in Elena, anche per banale omonimia e invece mi sono ritrovata in tutto il resto. Soprattutto in quel modo pazzesco di guardare la vita con i colori dell'ironia. Commozione, emozioni, risate, lacrime. Un menu ricco. Per le grandi domande, le risposte più sono piccole più sono grandi.
"Escludendo le evenienze estreme, nella maggior parte dei casi la felicità è una memoria trascorsa. Una cicatrice, anzi. Una frattura mal ricomposta che quando cambia il tempo riprende a far male. Ognuno accumula nell'arco della vita un repertorio di luoghi, persone, circostanze che rievocano ciascuno una porzione di felicità. Quando scatta il ricordo, per un attimo posso quasi riassaporarne il gusto, ma il dolore subentra quasi subito".
In quest'opera l'infanzia, l'adolescenza e l'età adulta presente dell'autore si intrecciano dando l'impressione di star intrattenendo con lui una conversazione in cui si confida e si racconta. Si tratta di piccoli flash, quadretti di vita nei quali Alajmo, attraverso la narrazione di diversi avvenimenti - la morte di suo padre, il concerto di Bruce Springsteen a cui è andato con il figlio Arturo, le lettere scambiate tra i suoi genitori - tratta diversi temi in modo molto intimo e profondo. Mi sono molto rispecchiata in alcune sue riflessioni e mi è piaciuta molto la scrittura, mi ha convinta meno il passaggio quasi casuale da un argomento all'altro senza alcun nesso, ma nel complesso è una lettura emozionante nella sua semplicità e la consiglio molto.
Un memoir intimo questo ultimo romanzo di Roberto Alajmo. Molto diverso dalle pagine scanzonate che me l'hanno fatto conoscere. Con grande delicatezza l'autore racconta il dramma di una madre malata. Infrange il tabù della depressione, della dipendenza da farmaci, dell'infelicità coniugale e del distacco volontario dalla vita. Una prosa sempre impeccabile che si abbandona al flusso di coscienza dei ricordi. L'infanzia, la maturità, la vita da padre. Tutto si intreccia senza continuità temporale, come se Roberto, davanti a un caffè, raccontasse a qualche amico intimo il suo passato, i suoi pensieri, le sue paure. Ha cercato di scavare nei ricordi. Attraverso vecchie fotografie, lettere, perizie, Alajmo ha cercato di ricomporre i tasselli mancanti del proprio passato. Elena e Vittorio, i suoi genitori, appaiono come due persone umanissime, fragili, ma animate da un desiderio smanioso di riuscire, salvo poi imboccare strade diverse. Una lettura molto toccante e commovente. Onesta e schietta sicuramente coraggiosa questa narrazione a ritroso. Per chi ama le storie vere, le memorie di vita familiare, i ricordi d'infanzia.
Tenerezza. Questo è il sentimento che provo ora, che ho appena chiuso il libro. Tenerezza verso questo ragazzo in procinto di fare gli orali alla maturità. Questo ragazzo che non lo è più e fa i conti con una tragedia annunciata, ma che fino all'ultimo aveva sperato non sarebbe mai stata messa in scena. Un libro potente che fa riflettere sulla propria vita e sul rapporto genitori-figli e viceversa. E, come diceva Romain Gary, bisogna voler bene. Evviva la vita!
Un libro intimo e su doppio binario: la storia di una madre e quella di un figlio che è anche padre. Si tratta di due storie in grado di compenetrarsi a vicenda, nella cui narrazione è possibile intravedere un approccio simile a quello di Sciascia nei confronti di un'indagine, in questo caso particolarmente difficile da condurre.
Un libro toccante. Che narra un fatto drammatico, senza mai cadere nel patetico. Intenso, ricco e talvolta leggero. Difficile trovare una parola o una frase fuori posto. Consigliatissimo
L'estate del '78 di Roberto Alajamo (Sellerio) è un libro inchiesta, un giallo, una lettera d'amore. Sì, questo libro, il primo che leggo di Alajamo, è tutte queste cose insieme. Costruito con continui flashback, ha un ritmo incalzante e delicato allo stesso tempo.
Quella di Elena, la mamma di Roberto, è una storia vera e noi ci aggiriamo tra le strade di Mondello sperando di scorgere Elena con il vestito della festa, quello che la slancia, quello che la fa ancora assomigliare ad Audrey Hepburn.
Quella della maturità è di solito un periodo che si ricorda per tutta la vita. Ed è stato proprio così per l'autore. Estate 1978, Roberto sta preparando l'orale e si trova a Mondello con gli amici quando, sul tragitto per andare a prendere il gelato, incontra la mamma. Seduta, in maniera un po' goffa lo saluta e quella è stata l'ultima volta in cui si sono visti.
Cos’abbia fatto lei, nei tre mesi successivi, ancora oggi non lo so. È oggetto della presente indagine.
Comincia proprio così L'estate del '78 che è un racconto spaccacuore. Alajamo cerca di dare un senso, probabilmente senza trovarlo, alla tragedia vissuta dalla propria famiglia e lo fa ora, nell'età presente, ora che anche lui è genitore e marito.
Con autentici stralci di lettere, Alajamo ripercorre le origini dell'amore tra Vittorio ed Elena, i suoi genitori. Fotografie, lettere e pubblicità, arricchiscono le pagine di quello che sembra ma un romanzo, ma è realtà. I due ragazzi si innamorano e poi si sposano. Elena trascorre all'apparenza una vita felice, cresce i figli e studia, studia e ancora studia per ottenere il posto dei sogni.
A raccontarci la parabola discendente di questa donna è un ragazzino con l'inevitabile "senno di poi". Qualcosa dentro Elena si spezza. Qualcosa che ha un nome ben preciso: dipendenza da farmaci. Precisamente da Spasmo Oberon, medicinale ritirato dal mercato perché causava dipendenza. RECENSIONE COMPLETA: www.lalettricecontrocorrente.it
Ho cercato me stessa, dall’inizio alla fine. Ho cercato ricordi genitoriali vividi e non ho trovato molto. Ho provato invidia per le immagini cosí perfettamente intatte e nitide di anni che furono e delle loro emozioni. Ho riletto per cinque volte filate pagina 162 e 163 e per altrettante volte ho mancato la giusta fermata dell’autobus.
Coraggioso esperimento di non fiction che mette a nudo una storia personale e privata. Con la scrittura Alajmo indaga la storia della propria famiglia. Lo fa perché probabilmente ne sente il bisogno, ma in questo atto dimostra grande rispetto per il proprio lettore. Scrive consapevole di scrivere di sé stesso e per sé stesso, e allo stesso tempo sembra indicarci tutti quegli elementi di umanità che ci rendono vicini, uniti nelle storie di gioia, malinconia e dolore che inevitabilmente sono parte della vita di ogni famiglia. E allora, anche se nessuno di noi ha condiviso lo stesso dramma dello scrittore, ci riconosciamo quando parla dell’ultima volta che hai compiuto un gesto (anche un semplice saluto) senza la consapevolezza che sarebbe stata l’ultima volta. Esiste un’ultima volta in cui hai preso in braccio tuo figlio, ma non ne eri consapevole prima che sarebbe stata l’ultima. Il momento è passato, non lo registri come una mancanza drammatica, ma con quell’ultima volta è finita un’epoca, un tipo di relazione, una parte della vita tua e di tuo figlio. E ci ritroviamo anche quando ci parla del grattarsi la schiena tra padri e figli, della fisicità di certi rapporti familiari, della magia di quei corpi che sono una parte di te, ma sono diversi, che tanto ti somigliano al punto che tu sai dove vogliono essere toccati e massaggiati, che ti risuonano dentro ma sono cosa diversa da te. Un libro delicato, drammatico, profondamente onesto e modesto. Che vale la pena di leggere con attenzione.
Quanto dolore, in questo libro, che si nasconde tra digressioni lievi o a volte troppo inviluppate. Uno di quei libri che servono a chi scrive prima che a chi lo legge. Mi ci sono avvicinata per empatia, ma in certi momenti la troppa empatia va retta e gestita. Non è facile. Da maneggiare con cura.
Un libro scure, di quelli che lasciano traccia dentro di noi l’autore ripercorre la storia della sua famiglia, i rapporti con i genitori e con suo figlio Arturo. Intimo, doloroso, malinconico il rapporto con la mamma Elena. Da leggere e rileggere
« È difficile stabilire il momento in cui si prende commiato da una persona. I momenti sfumano, si susseguono, sfuggono al controllo che cerchiamo di esercitare su di essi. Certe volte non lo sai, ed è l’ultima volta. Altre volte pensi che sia l’ultima, e non è l’ultima per niente. Come in certi addii alla stazione, quando il treno sembra sul punto di partire e non parte mai. Si tratta allora di tenere alta la commozione a tempo indeterminato, e dopo un pò vorresti che il maledetto treno si sbrigasse, fermo restando il dispiacere del distacco dalla persona amata. » Un'autobiografia accompagnata da scatti fotografici. Ecco come Roberto Alajmo ci racconta il dramma che colpì la sua famiglia. Ripercorriamo la sua infanzia: Roberto "bambino" all'apertura dei regali natalizi, Roberto "adolescente" che alterna giri in bicicletta con momenti di studio per l'esame di maturità e Roberto "padre di Arturo" attraverso il quale ripercorre il suo essere stato a sua volta figlio e la sfera sentimentale che ora, con quel ruolo, vede evolvere. Ci prende per mano accompagnandoci, attraverso la sua memoria, nelle vite di nonni, zii e quella madre che spesso dava segnali di malessere. Una viaggio familiare accompagnato da importanti riflessioni sulle declinazioni della felicità, l'evoluzione della medicina, sul prezzo della longevità, sul saper cogliere la gioia nelle piccole cose che spesso si gettano via perché troppo semplici e quindi erroneamente considerate di poco valore e sul rapporto genitori-figli.
Si entra in punta di piedi in queste vicende tormentate e malinconiche che si alternano sino a farci vivere quel preciso istante, luglio 1978, caratterizzato dall'incontro con la madre, seduta sul marciapiede. "Mamma, che ci fai qui?". La storia di una separazione, commovente, sincera, lacerante, di un evento che segnerà profondamente la sua giovinezza. Da leggere, assolutamente.
4.5* Così a caldo decido che questa lettura è un memoir di Alajmo per ricordare sia la madre sia sé stesso quando un tempo era giovane e di quando, quel fatidico giorno, ha ceduto la sua infanzia per l'età della responsabilità degli uomini appena fatti. Anche a trentacinque anni, Roberto Alajmo continua a ragionare egoisticamente per sé stesso senza mettere in mezzo nessun altro che lui - e solo lui. La persona che ha contribuito a creare questa crescita nel protagonista-autore è la mancanza che avviene ad un certo punto della sua vita. Tutto questo porta Roberto a perdere quell'aria innocente e prendere da dentro di lui quella forza appena neonata, costretta a crescere insieme ai ricordi felici, e non, di tutta la famiglia Alajmo. Lo si legge espressamente in queste righe: è un libro che, per prima cosa, serve prima all'autore per raccontare la sua storia, dar forma al ricordo, trovare il posto giusto per metterli da parte e continuare a vivere senza questo "sassolino nella scarpa" che sono i suoi ricordi infantili. Poi la morale arriva anche al lettore, che contesta le sue parole, le condivide e le soffre un po' per immedesimazione.
Un ottimo romanzo, un flusso di ricordi e un temperamento rigido che si avverte nelle reazioni di Alajmo. Quella durezza classica dell'adolescente ancora infante che crede di essere duro da scalfire. Un romanzo potente, scarno a livello di trama, uno stile di scrittura asciutto che nella sua fluidità cede il passo alla complessità delle tematiche trattate.
Parlare della propria vita o di una parte di essa, soprattutto se dolorosa, è un grande atto di coraggio che io ho trovato in questo libro. Pagine amare di un'infanzia e un'adolescenza segnate dal disagio psicologico di una madre che voleva afferrare il mondo ma quello le sfuggiva tra le dita. In questi casi, spero sempre che l'aver tirato fuori ciò che srntiamo come un gran peso sul cuore possa aiutare a ritrovare una serenità e un'accettazione di tutto quello che non avremmo voluto vivere e che, invece, è stato.
Scrittura semplice e coinvolgente senza mai essere banale. Ispira senza provarci troppo, ti porta dentro la storia, ti fa sentire una di famiglia. È una di quelle storie che, proprio per come sono intime e personali, finiscono per parlare a tutti, come se ci fosse un pezzo di ognuno di noi dentro a questo libro.
Alajmo lascia aperta la porta ai lettori spioni che amano entrare nella vita della gente, che guardano dalla finestra quello che fanno gli altri per rivedere i propri stessi gesti, sentimenti, routine. È il tentavo di dare un ordine, un senso a qualcosa che forse non lo ha.
"Ma in realtà a venire allungata non è la vita. È la vecchiaia."
"La felicità l'ho riconosciuta sempre quando era troppo tardi"
Che magnifico libro! Gli scrittori siciliani insieme ai liguri sono sempre un palmo sopra gli altri. Sarà il mare che li porta così lontano e nello stesso tempo così vicino. 💙
Il libro ci mette un po’ a decollare e a farsi capire ma quando lo fa diventa un intensa descrizione di rapporti umani con tutti i valori e le difficoltà del caso.
A metà il libro cambia velocità, intensità, profondità, mentre ho trovato la prima parte poco significativa. La seconda parte, invece, è bellissima e toccante.