Che libro strano. Non riesco davvero a dire se mi sia piaciuto o no. Trarre bilanci è sempre riduttivo, ma farlo con un romanzo la cui raison d'être sta nei contrasti estremi rischia di annichilirne la peculiarità. Proverò, dunque, a elencare quali sono questi elementi antitetici, che violentemente strattonano il lettore da un lato all'altro dello spettro di gradimento.
È scritto male. Le frasi sono brutte, goffe, ondeggiano tra i registri saltando dal tono più neutro alla volgarità più sconcertante. In tutte le sue 700+ pagine, non mi è riuscito di capire se la colpa sia dell'autore, del traduttore, o di entrambi. Siccome, in ogni caso, la lettura in giapponese resta off-limits per la gran parte del pubblico italiano, non ci sono alternative al prendere questo tratto come intrinseco allo stile narrativo. E c'è poco da girarci attorno: è urtante.
È fantasioso in modo anarchico, funambolico. Se per le prime n pagine (nonostante la stranezza delle premesse e la ridda di coincidenze ingiustificabili su cui poggia lo sviluppo) personaggi e situazioni restano nell'alveo della credibilità, man mano che la narrazione procede la rete si fa così implausibile, e il dipanarsi delle singole vicende così noncurante del nesso causa-conseguenza, che l'ossatura logica sconfina nel fiabesco. Un fiabesco urbano, epico ma spicciolo, in cui ogni riga suona verosimile ma l'insieme ha quell'incoerenza che caratterizza, talvolta, le bugie raccontate dai bambini.
È imitativo. Non ho ancora letto alcunché di Murakami, con cui vedo sprecarsi i paragoni, ma mi appare del tutto evidente come tra i modelli di Furukawa ci sia il realismo isterico di "Infinite Jest" di Foster Wallace. E fin qui tutto bene, uno direbbe; non fosse che dinamiche ed elementi di trama arrivano a sovrapporsi al punto tale da ricordare quelle band che, incapaci di trovare una voce propria, cercano di riprodurre maldestramente lo stile di un altra. Stesso futuro-non-troppo con pochi elementi da alt-history quasi caricaturali. Stesso tema ricorrente delle opere (o delle pratiche) che irresistibilmente inducono ipnosi e deviano il comportamento delle persone. Stessa costruzione poggiata su aneddoti apparentemente inutili, stessa ossessione per i trip narrativi in "piano sequenza" (un buon 70% dei momenti di ballo sembra il disperato tentativo di improvvisare una scena come quella dell'Eschaton in IJ). Ma, del tutto evidentemente, manca la classe. Manca la lucidità, personaggi e linee narrative vanno e vengono come se l'autore si infervorasse per ogni ideuzza e poi se la dimenticasse con la stessa rapidità. L'effetto è frastornante: pare di assistere alla proiezione di uno di quegli anime-riassunto zeppi di buchi e inconsistenze di trama, che per esigenze di durata finiscono per consistere in una serie di eventi mal raccordati in cui né la successione dei fatti né le motivazioni dei personaggi risultano in qualche modo credibili.
Tutto questo, però, non riesce a uccidere del tutto il romanzo. I guizzi di genialità sono sparpagliati nei posti meno opportuni, ma in modo uniforme e denso: non passano dieci pagine senza qualche lampo di creatività sorprendente. Nei punti chiave (inizio e fine su tutti, ma lo stesso vale per i principali "punti di svolta") tutta l'improbabilità di cui il romanzo sprizza condensa in una senso di predestinazione che ha dell'epico, se non del filosofico. "Tokyo" soundtrack diventa dunque un enorme e centrifugo affresco da guardare in due possibili modi: o nel complesso, intuendone l'aura impalpabile, o nel dettaglio più minuzioso e inatteso, nascosto tra decine di figure e scene mal abbozzate. Tocchi da maestro che, come una giornata qualsiasi può svelare quei due/tre/dieci secondi di magia, riescono a far andare a fuoco la massa informe di strade, scopi e linee di fuga e, per un istante, trasformarla in poesia.