La prima parte del libro mette in luce, con un'analisi attenta e lucida, la crisi dell'individuo (post)moderno ma soprattutto come la psicoterapia faccia fatica a rispondere a nuove domande e a curare nuove soggettività; vengono poi dedicati 2 capitoli ad una critica alle terapie analitiche e alle terapia CC che, sebbene non sbagliate, mi hanno fatto pensare ad esperienze eccessivamente egoriferite dello scrittore.
La seconda parte è dedicata alla terapia situazionale ed è davvero imbarazzante. Un'infinità di banalità messe insieme e raccattate da disparati impianti filosofici e psicologici, una prospettiva allettante per un profano ma offensiva per qualsivoglia terapeuta. Dopo una critica ai più ciechi estremismi della terapia, l'autore crea un'alternativa gettando assieme alla rinfusa elementi di entrambi gli approcci (analitico e CC) con un impanto tanto naive che faccio fatica a credere sia stato scritto da un terapeuta navigato e non da un laureando in psicologia (o forse meglio filosofia, dato l'impianto teorico). Avrei valutato anche di dare 3 stelle per la prima parte se non fosse stato per i numerosi casi clinici che, da come vengono riportati, sono un insulto ai suoi pazienti e potenzialmente nocivi se presi come esempio da terapeuti in formazione.
Un bue che dice cornuto ai lacaniani.