Il primo libro di Alicia Giménez-Bartlett con protagonista Petra Delicado è “Riti di morte“, pubblicato da Sellerio nel 2002. Sono passati 16 anni da quando ho conosciuto la poliziotta spagnola e la sua autrice e da allora molte cose sono cambiate, mentre altre sono rimaste le stesse.
Certezze in cui trovare conforto. Esattamente come il mio amato Fermín, accanto a Petra sin dal primo momento, al suo fianco anche in “Mio caro serial killer“. La dinamica tra i due è senza dubbio uno dei punti forti della narrazione: i loro dialoghi, i loro battibecchi, l’umorismo e il senso di protezione dell’anziano viceispettore, il modo in cui uno conosce l’altra, danno brio e movimento ai romanzi.
I gialli, si sa, non hanno la tensione tipica del thriller e si muovono su un binario che molto spesso è piatto: indagini, referti, interrogatori, nuovi referti, altre analisi, ancora interrogatori. I colpi di scena arrivano solo sul finale e non sono di quelli che fanno cadere la mascella. La risoluzione arriva in modo graduale e il lettore partecipa pienamente, molto spesso facendosi un’idea di chi sia il colpevole. La dinamica tra Petra e Fermín rende l’intrigo poliziesco più movimentato ed è anche un espediente usato dall’autrice per riflettere sui temi che affiorano in ogni nuovo caso.
Ma in “Mio caro serial killer” il duo a cui siamo abituati diventa un trio. Roberto Fraile, ispettore della polizia autonoma, viene messo a capo delle indagini e all’inizio Petra non la prende benissimo: “Dicono che noi donne siamo meno ambiziose degli uomini, più accomodanti, ma non è vero, e io ne sono la dimostrazione. Sono una donna, questa è forse una delle poche certezze che ancora mi rimangono, e l’idea di dover obbedire a Roberto Fraile mi seccava incredibilmente”.
Roberto è molto diverso dai nostri protagonisti: non si concede mai pause, lavora alacremente, si muove su più fronti senza mai fare una piega. Petra e Fermín non comprendono la sua freddezza, mentre Roberto ritiene inappropriate le loro colazioni, i loro pranzi al locale e non davanti al computer, le loro birre per schiarirsi le idee sul caso, e men che meno il loro modo di comunicare, di prendersi in giro, di punzecchiarsi. Nel corso del romanzo conosceremo meglio Roberto e la sua storia si intreccerà in modo molto personale – e a tratti anche commovente – con il caso che stanno affrontando e che li tiene svegli la notte. Tra i tre si instaurerà un bellissimo legame, anche se non sembra essere destinato a durare. Del resto, “ciascuno è fatto a modo suo. Le esperienze condivise servono per conoscere gli altri, non per cambiare”.
Per quanto riguarda il caso, invece, si parlerà molto di solitudine. È possibile essere completamente soli in una città piena di vita come Barcellona? Altroché. È possibile vivere del tutto privi di legami? Probabilmente no. “Il bisogno d’amore può essere un’immensa ragnatela pronta a catturare gli incauti che, incantati da un’illusione di felicità, si lasciano intrappolare”, pensa Petra. Incaute sono state anche le donne che sono state uccise? Brutalmente sfregiate per renderle irriconoscibili, sui loro corpi sono state lasciate delle lettere che sembrano di un amante respinto. Femminicidio? Sentimenti non corrisposti? Cosa c’è alla base di queste atroci morti? Le indagini porteranno alla luce altre vite fatte di solitudini, ma non solo (e non fatemi dire altro che è pur sempre un giallo!).
Questo bisogno di amore, diventa per la Bartlett un nuovo spunto per tornare su un tema a lei assai caro, ovvero la differenza di genere: “È evidente che ogni biografia femminile viene considerata vuota se non annovera vicende amorose. Una poveretta può aver trovato una soluzione per il cambiamento del clima o aver composto opere più grandiose di quelle di Wagner, ma se non ha ispirato l’amore nel cuore di un uomo, fosse anche il più nefasto dei tipacci, la sua esistenza non vale un bel niente”, pensa Petra.
La sua protagonista rifletterà molto in “Mio caro serial killer” sul suo essere donna e a un certo punto del caso le verrà quasi rinfacciato, mandandola su tutte le furie. In questo romanzo Petra sembra far fatica a trovare un equilibrio, si interroga su come la vedono gli altri e su come invece lei si percepisce. Sin dalla prima pagina, ci mostra le sue preoccupazioni:
Ero appena uscita dalla doccia e stavo per pettinarmi quando di colpo mi vidi davanti una cinquantenne che mi osservava con diffidenza. Quella poveraccia aveva i capelli crespi, la pelle cascante e la faccia di chi ha visto il diavolo in persona. Ero io, sempre io, ma a un’età che non era la mia.
La poliziotta torna spesso nel libro a parlare di “anni sulle spalle”, di pre-pensionamento, di voler mollare tutto. Petra in “Mio caro serial killer” è stanca, quasi demoralizzata e l’atrocità dei delitti per i quali deve trovare un colpevole (o magari più di uno…) le pesa come un macigno sul cuore.
Petra, è inutile dirti che non puoi mollare. Assolutamente no. Ci vogliono almeno altri sedici anni come quelli appena trascorsi…