Lo sgretolamento di un Paese incarnato nel corpo e nella vita di un uomo. Inserendosi in una grande tradizione letteraria che va da Volponi a Ottieri a Bianciardi, Giorgio Falco scrive un magnifico romanzo sul lavoro, che da narrazione epica diventa cronaca del fallimento.
Da bambino Giorgio Falco amava la divisa da autista degli autobus, che il padre indossava ogni giorno per andare al lavoro, tanto che a Carnevale voleva vestirsi come lui, anziché da Zorro, chissà se per emularlo o demolirlo. Questo romanzo autobiografico non può che cominciare così, con la storia del padre: solo raccontando l'epopea novecentesca del lavoro come elevazione sociale, come salvezza, Falco ne può testimoniare il graduale disfacimento, attraverso le proprie innumerevoli esperienze professionali, cominciate durante il liceo per pagarsi una vacanza mai fatta. Operaio stagionale in una fabbrica di spillette che raffigurano cantanti pop, il papa e Gesù, per 5 lire al pezzo. Venditore della scopa di saggina nera jugoslava, mentre in Jugoslavia imperversava la guerra. Aspirante imprenditore di un'agenzia che organizza «eventi deprimenti per le élite». Redattore di finte lettere di risposta ai reclami dei clienti. Una lunga catena di lavori iniziati e persi, che lo conduce alla scelta radicale di mantenersi con le scommesse sportive. È la fine, o solo l'inizio. Perché questa è anche la storia – intima, chirurgica, persino comica – di un lento apprendistato per diventare scrittore. E di come possa vivere un uomo incapace di adattarsi.
immedesimarmi, solidarizzare, sorridere, incazzarmi, annuire, commuovermi, di nuovo incazzarmi e sorridere come non mi capitava da parecchio. giorgio falco scrive un libro vero (che vale molto più di un libro semplicemente autobiografico), bello e importante sul mondo del lavoro. un libro che vorrei dire - e lo faccio, visto che giusto o sbagliato il format tripadvisor sta qui perché ognuno dica la sua - bisognerebbe leggere anche se si sono fatte esperienze diverse. anche se non si soffre come GF di una «nevrosi politica ed economica» fin da quando si era ragazzini, se non si arriverà mai a scommettere sul tennis femminile come fosse un lavoro, né ci si assopirà su un pulmino ascoltando il brusìo di altri quattro finalisti del premio campiello. nello stesso tempo, prima o poi si incontra tutti un superiore come la sua Solo Cattiveria (sublime la descrizione di quell’accanirsi contro il mondo e contro se stessa, raschiando con un cucchiaino il vasetto dello yogurt) e di nuovo prima o poi tutti, credo e probabilmente mi auguro, ci si chiede con serietà che-ci-faccio-qui.
nota a margine: se ne la gemella H falco creava con l’uomo di lenhart un personaggio solo formalmente minore ma in realtà emblematico, qui oltre a Solo Cattiveria le comparse non più dimenticabili sono tante. ne cito una, perché è riuscitissima nella descrizione e perché è l’unica verso la quale ho percepito forse un disprezzo senza sconti (che per esperienza diretta mi sentirei peraltro di condividere). trattasi del «giornalista televisivo specializzato in cronaca nera» - falco lo chiama ironicamente così ogni quattro o cinque frasi, io aggiungo le iniziali che credo siano GN - che compare verso la fine e che nella sua miseria umana nutrita di boria mi ha regalato uno spasso liberatorio, dopo trecento pagine di tesa partecipazione.
Stancante. Un eccesso di causticità che finisce per suonare come lamentosità.
Menzione speciale per la copertina più brutta degli ultimi vent'anni: cerco di capire qualcosa di più sulle motivazioni di questa bruttura, ma la ricerca mi porta solo a scoprire che si tratta di un'opera d'arte di avanguardia intitolata 30 novembre. Forse sono troppo all'antica, ma mi sa che per i miei gusti è troppo avanguardista anche il libro.
Di solito mi piace questo genere di racconti, qui invece non ho fatto altro che ripetermi "uffa il solito memoir, uffa che fatica". Forse per il modo un po' ostentato con cui affianca ironia e drammaticità: mi è mancata la spontaneità. Le frasi troppo spesso concluse in modo vago o ermetico sono alquanto pretenziose.
Mi ero aspettata di trovare un racconto valido per poter essere affiancato a La chiave a stella di Levi e poter fare un confronto: com'era allora il lavoro e com'è oggi il lavoro, e magari trovare argomentazioni più esaustive a sostegno della mia tesi che oggi una tale passione per il lavoro (quella raccontata da Levi) non è proprio più possibile. Ma ho trovato quello che mi aspettavo? Gli argomenti in effetti ci sarebbero, ma il tasso di autoreferenzialità e il livello di attenzione per il micro-dettaglio in stile opera d'arte d'avanguardia sono tali per cui l'argomento del racconto finisce per diventare un fondale vagamente sfuocato. Anche l'eccessivo livello di ironia contribuisce a mandarlo fuori dai binari: se deridi qualcuno o qualcosa può essere ironia nonché un buon modo di avviare lo spunto di riflessione; ma deridendo tutto e tutti, ogni cosa diventa deprimente. E inoltre: laddove l'autore intende (forse) fare autoironia, rimane sempre e comunque un dubbio, un qualcosa di non chiarito: per essere ironici ci vuole una sciabolata, se rimane l'alone del dubbio e dell'ipotesi è solo pantano. Molti dei dettagli autobiografici lasciano trasparire una personalità fragile, ma non so in che modo questo possa giustificare un uso maldestro dell'ironia.
Grazie alla brutta copertina ora so che con Falco condivido il compleanno; e sarà per il fatto di avere lo stesso oroscopo, oppure sarà del tutto casuale, comunque sia condividiamo anche la stessa inadattabilità al lavoro. Anzi al "mondo" del lavoro, come giustamente lui osserva polemizzando con questo assurdo modo di dire, io non ci avevo neanche mai pensato, come se fosse un pianeta a parte, come se fosse un far west dove la legge non arriva. Difatti, come nel far west, anche nel mondo del lavoro vige la legge del più forte, vige il mors tua vita mea che rende pressoché impossibile mettere una certa dose di amore in quello che si fa. Questo vale per tutti tranne per quelle bestie rare, quelle poche eccezioni che confermano la regola, quei pochi che sono riusciti a fare un mestiere della loro passione, gli esempi sono banali ma pratici e realistici: un calciatore, un cantante, uno scrittore. Appunto.
I conti già non tornano dal titolo: se pur con tanta pazienza e tanto sforzo, sei riuscito a fare per mestiere una cosa che ti piace, e forse non sarà quella che ti piace di più in assoluto ma è certo più piacevole e gratificante che stare in catena di montaggio o stare in ufficio a registrare fatture. Forse non ti senti ancora sicuro al cento per cento di aver raggiunto il traguardo delle certezze, eppure un qualche obiettivo significativo l'hai centrato. Dove sta la sconfitta in questo? Certo, il termine "ipotesi" nel titolo sta ad indicare che si resta nel campo del condizionale. Certo, il pensiero che Falco vuole trasmettere l'ho recepito, lui vuole dire: dal punto di vista lavorativo io ho fallito, non ho saputo trovare e tenermi un lavoro come fanno invece tanti altri, non sono resiliente come sanno essere tanti altri, e la scrittura è solo un sottoprodotto di quel fallimento. Quindi lui si vuol mettere sul mio stesso piano, anche lui un disoccupato con mille lavoretti alle spalle, davvero lodevole questo bagno di umiltà. Ma in questo modo finisce per diventare, pur involontariamente, ancor più presuntuoso perché nega l'evidenza dei fatti e cioè che lui è scrittore a tutti gli effetti e dunque fa parte di quell'altra categoria, se non proprio i privilegiati per lo meno i fortunati. E da quella posizione (direi quasi quasi da quel piedistallo), fare dell'ironia, fare prediche, da quella posizione qualsiasi modo di ammiccare al lettore, qualsiasi cosa diventa antipatica. Riconsiderando tutta la cosa, mi suona veramente di falsa modestia, di quell'autoreferenzialismo e autoincensamento come fino ad ora non ne avevo mai percepito nemmeno in quegli autori che di solito vengono additati come personificazioni di questi difetti (ad esempio Baricco o De Carlo). Queste sensazioni si accentuano viepiù procedendo verso la fine del libro.
Anche nel capitolo dedicato al padre, non mi tornano tanto i conti: lo spazio ad esso dedicato è suddiviso quasi equamente tra la vita lavorativa del padre e le sue tribolazioni ospedaliere. D'accordo sul fatto di soffermarsi sulla vita lavorativa: è a tutti gli effetti il preludio a quel che seguirà poi; le tribolazioni ospedaliere lasciano però intendere che l'autore volesse aggiungere un qualcosa e descrivere un aspetto più personale relativamente al padre e al loro rapporto... ma se è così, allora mancano tantissime altre cose (Infanzia? Vita a casa dopo il lavoro?). Oppure era solo un'occasione per polemizzare con il sistema sanitario italiano che (obiettivamente) fa acqua da tutte le parti? Potrebbe essere: dopo tutto anche il sistema sanitario fa parte dei meccanismi socioeconomici di un paese.
A ben vedere, i conti non tornano nemmeno negli altri capitoli in cui il protagonista è l'autore e il suo lavoro. Lo squilibrio sta nel fatto che è autoreferenziale senza tuttavia entrare nel privato. Quando uno cerca e accetta un lavoro merdoso (cit. Lassociazione in Sedici: "e a calcinculo lo trovi un lavoro / che ti va in vena senza la dormia") c'è una bella differenza tra raccontare che lo cerca punto e basta, oppure raccontare che lo cerca perché ha in testa un determinato progetto o idea (metter su casa con una morosa? Pagarsi un corso o l'università o che so io?). La fidanzata (o moglie) "Sa" compare dal nulla esattamente come compaiono dal nulla i libri che lui scrive. Mille dettagli per raccontare dei colleghi insignificanti nei vari call-center, ma non un dettaglio circa il processo che porta un'idea vaga e balzana a diventare un libro fatto e finito con una sua struttura.
Ancora una volta, sono le contraddizioni ad inibirmi il piacere della lettura: vuole essere impersonale ma mettere al centro la propria esperienza, vuol fare un discorso generico ma lo fa concentrandosi sui dettagli, prova un'empatia cosmica ma al tempo stesso rimane distaccato (quest'ultima è una citazione testuale). Quando ero piccola e pretendevo di voler fare una cosa ma anche il suo contrario, mia nonna giustamente mi apostrofava: "E alóra c'me s'fa? Andär a Pärma e stär a cà?" Nel senso che o vai a Parma o resti a casa, le due cose in contemporanea non sono fattibili, devi operare la scelta. Falco non opera la scelta e vuole lavorare su più fronti contemporaneamente. Picasso ci riesce: fa un dipinto cubista e ti propone più punti di vista in contemporanea. Solo che Falco non è Picasso.
La scrittura è discreta ma non è poi così tanto precisa come ci si aspetterebbe da un testo che vuol essere così arguto e caustico. In qualche passaggio il problema è proprio quello, le imprecisioni derivano da una ricerca un po' troppo ossessiva dell'arguzia. Le metafore e le similitudini abbondano, e descrivere uno stesso personaggio utilizzandone più di una a mio avviso non è ironico, è indigesto. Anche i soprannomi da lui attribuiti a tutte le persone incontrate, non mi hanno fatto sorridere: mi sono parsi un po' sbrigativi e posticci, in ogni caso non si arriva a "sentirli" davvero.
L'autore profonde grandi attenzioni ed energie nella descrizione di particolari e dettagli che mi paiono parecchio insignificanti: non saprei dire se alla fine tutto l'insieme di insignificanza possa arrivare ad assumere un suo significato o se si tratti soltanto di materiale per rimpolpare un discorso che altrimenti avrebbe potuto mostrare smagliature (e che a mio avviso le mostra lo stesso). Non perde nemmeno l'occasione per allungare, ogni volta che può, un elenco di nomi o cose o quant'altro: il record di quattro pagine filate di Pennacchi in Mammut resta inviolato e irraggiungibile, ma mi chiedo perché ogni qual volta un autore debba parlare di lavoro si senta in dovere di inserire lunghissimi elenchi in relazione ad ogni cosa egli stia descrivendo. Un paragone azzardato: trovo che questo libro abbia lo stesso tono e la stessa andatura de Le ceneri di Angela di McCourt. E difatti nemmeno quello mi era piaciuto.
Nonostante l'imprecisione della scrittura e nonostante la selezione di episodi di vita narrati sembri dettata dal criterio della più assoluta casualità, devo comunque riconoscere ed ammettere che l'analisi socio-economica degli anni ottanta e poi novanta e duemila, e nell'insieme l'analisi delle micro e macro variazioni avvenute nel corso di questi trenta e passa anni, è attenta, precisa, sempre pertinente e coglie sempre nel segno, centra sempre il nòcciolo della questione e non ha timori nel mostrare sotto la luce dell'incongruenza o anche dell'assurdità tutti quegli aspetti di vita quotidiana (lavorativa e non) che generalmente tendiamo a dare per assodati, quand'anche nostro malgrado. Comprendo e condivido molti dei punti di vista di Falco, non solo le sue opinioni e interpretazioni ma anche numerose scelte ed esperienze e persino qualche ossessione e una certa tendenza agli attacchi di panico. Ma proprio per questo mi ha irritato ancora di più vedere esposti concetti che condivido in una modalità che invece non mi risulta per nulla congeniale.
Quello che a Falco non riesce di esprimere compiutamente in quasi quattrocento pagine di libro, i Ministri riescono a spiegarlo con precisione in meno di quattro minuti di canzone con Noi, fuori e si fanno avanzare anche lo spazio per inserire un assolo di chitarra, cosa che non è da tutti di questi tempi.
La tristezza è che non si tratta di un libro "sul lavoro", ma piuttosto di un libro "sui lavoretti", perchè un lavoro vero il protagonista non è mica mai riuscito ad averlo; è riuscito solo, come profetizzato da una sua compagna del liceo, a non riuscire in niente.
non c'è una vera redenzione, alla fine di tutto ciò, nè un riscatto eclatanate o una rivincita o un "padre, ora puoi essere fiero di me"; tra l'altro si parla di anni in cui l'ascensore sociale in teoria funzionava ancora, in cui il figlio di un emigrato che avesse frequentato il liceo era già una storia di successo, in qualche modo, o così ci è stata raccontata.
è tutto verosimilissimo, se non vero, e deprimente oltre ogni dire; ma scritto molto bene, a suo modo appassionante, sincero fino all'autolesionismo, un buon romanzo (forse ottimo).
È una questione di qualità o una formalità? Non ricordo più bene… (*)
Qualche nota sparsa. Cominciamo dal titolo: ipotesi di una sconfitta. Dunque, non un romanzo a tesi, bensì a ipotesi. Interessante.
Si tratta di materiale autobiografico che viene raccontato facendo parlare uno sguardo *impassibile* sulla propria vita, qui nello specifico, sulle esperienze lavorative. Tutte, a partire dai più infimi lavoretti. Che poi sono la gran parte. Emozioni, idee personali, deduzioni - non è che tutto ciò sia assente, ma traspare in modo soffuso e mai esplicito.
Ne esce un quadro del “mondo del lavoro” (mi chiedo: da quando abbiamo cominciato a chiamarlo così, considerandolo un mondo a parte dove non valgono le stesse leggi, la stessa etica, gli stessi rapporti sociali del resto mondo?) piuttosto inquietante e sconfortante, ma questa inquietudine, questo sconforto, li ho riconosciuti molto chiaramente, Falco è riuscito a coglierli con grande efficacia.
La scrittura di Falco non mi è sempre congeniale, a volte la trovo un po’ sfuggente e ostica, ma altre efficacissima. Il ritratto della teamleader anoressica soprannominata “Solo cattiveria”, che davanti al computer raschia il vasetto di yougurt bianco col cucchiaino è fulminante, tanto per fare un esempio. L’astio e i problemi repressi di una persona “acquistati” dall’azienda e resi un valore aggiunto.
Riflessione a margine - Il lavoro, un buon lavoro, un lavoro che si ama. È una questione di qualità o una formalità? Quante persone vi accedono? [Non mi è facile parlarne, l’argomento per me è un groviglio di serpenti in mezzo al petto]
La qualità infima dei lavori svolti dall’autore, il deterioramento e l’incacrenimento del suo rapporto con il lavoro (da notare che la scrittura non è mai considerata un lavoro vero e proprio dall’autore), il graduale e inesorabile demansionamento del suo ultimo impiego aziendale, sembrano procedere con un parallelo processo di peggioramento del “mondo del lavoro” nel suo complesso. Un’irata sensazione di peggioramento. Ma è solo un’ipotesi.
Con Ipotesi di una sconfitta Falco firma un buon romanzo, da ascrivere a quel filone “sociale” nel quale si sono cimentati recentemente Trevisan, Maino ed altri, affrontato dal versante autobiografico ma fortunatamente ben lontano da certo autobiografismo di maniera stile Grande Fratello televisivo (alla Knausgård, per intenderci). Un romanzo (anche) di formazione, sull’Italia contemporanea e soprattutto sul rapporto dell’uomo con il lavoro e su tutto quello che da questo rapporto consegue. Attualità, prima persona singolare, alienazione dell’individuo… sono un terreno particolarmente insidioso, sabbie mobili nelle quali l’autore riesce a non rimanere invischiato facendo leva su una narrazione quanto mai onesta, che evita i luoghi comuni per privilegiare l’esperienza diretta. Falco trova la sua misura mantenendosi alla larga dalle secche dell’autocompiacimento o dell’indulgenza verso se stesso, guardando in faccia la propria confusione senza la pretesa di elevarla a confusione generazionale ma rappresentandola per quello che è, senza proporre scorciatoie o improbabili vie di fuga. Con Ipotesi di una sconfitta l’autore conferma quanto di buono aveva già fatto vedere con L’ubicazione del bene e La gemella H.. Scrittore da seguire.
È il primo libro che leggo di Giorgio Falco. Con i nomi di Bianciardi, di Volponi e di Ottieri in quarta mi aspettavo una cosa leggermente diversa: ma del resto sin dalla stessa copertina (che ho scoperto essere un'installazione artistica realizzata dalla moglie dello scrittore) si capisce la centralità dell'autobiografia, del memoir puro a scapito del romanzo. E fin qui nulla di male: è una tendenza molto comune e talvolta anche vincente nella narrativa contemporanea.
Anche Falco regala infatti ottime pagine, alcune tragicomicamente divertenti, altre amare e disperate; però talvolta mi sembra che tenda a una mera elencazione di eventi, soffermandosi su dettagli a mio avviso superflui o reiterando alcune riflessioni, come se volesse allungare il brodo. Ecco, si percepisce, e magari la cosa mi ha un po' influenzato nel giudizio, che è un romanzo scritto da un autore più a suo agio con i racconti: e non mi pare casuale che l'unico autore citato in modo diretto nel libro - a parte Springsteen - sia Carver.
Nel complesso lo trovo comunque un testo riuscito, soprattutto per la struttura e per lo stile, sebbene a volte inciampi in piccoli tic che mi infastidiscono (perché sempre «utilizzare» anziché «usare»? perché sempre «medesimo» invece di «stesso»? Lo so: sono un fissato e un rompicazzo).
Invece, per quanto riguarda la letteratura italiana degli ultimi anni sul tema del lavoro, Works del Trevisan lo batte come minimo cinque a zero.
"Ecco il motivo per cui ripetevamo e ripetiamo 'mondo del lavoro', diamo per scontato che sia un mondo a parte, dove ogni crudeltà è possibile proprio perché è lavoro e non ciò che prende gran parte della vita, tanto da ridursi a essere la vita."
L'ho iniziato e al primo capitolo ho pensato, no ti prego, non un'altra "sanguinosa infanzia", non una miriade di episodi autoreferenziali di quando si stava sulle ginocchia del padre fino ai giorni nostri. Ma si capisce subito, andando avanti nella lettura, come non sia assolutamente questo, come la materia autobiografica serva solo a raccontare - esemplificativamente - una piccola storia del lavoro, o meglio del sottolavoro, in Italia. E se quella parte autobiografica mancasse, forse si sarebbe addirittura tentati di non credere a ciò che viene raccontato. Si tratta di un efficace esempio di racconto personale capace di rendersi universale. La migliore definizione la dà lo stesso Falco quando parla di materia differita, di "biografia di ciò che è impersonale e mi circonda e compone". Una biografia che non vuole essere rievocazione del passato, né usare la memoria come "una carezza verso me stesso".
Un racconto piuttosto desolante, anche se reso con distaccata ironia. Un resoconto lucido, quasi spietato, che usa il paravento della leggerezza e che forse per questo appare ancora più terribile.
Come già qualcuno ha fatto notare, le affinità con Works di Trevisan sono parecchie. Assieme a Works, Ipotesi di una sconfitta forma un dittico sulla condizione del lavoro in area lombardo-veneta negli ultimi 20/30 anni.
Figlio di un dipendente ATM, Falco regala al padre tutto il primo capitolo. Da lì srotola una successione spietata di esperienze lavorative (rappresentante, magazziniere, commesso, impiegato in un call center), alcune delle quali restano solo in potenza. Quasi sempre occasionali, non gratificanti, spesso umilianti.
Senza tirarla per le lunghe: Works è una bomba. Ipotesi di una sconfitta, tra alti e bassi, è un buona fotografia del nostro tempo. Ma non mi ha entusiasmato. [71/100]
E dunque era questo, crescere: lavorare dal lunedí al venerdí; la mezza giornata del sabato; il collegamento tra la pena della settimana e il breve divertimento della fine; ricominciare, progettare le vacanze, ritornare a settembre, vedere i giorni accorciarsi, spostare le lancette un’ora indietro credendo di guadagnare qualcosa, l’autunno, le luminarie natalizie, il Capodanno, la fine dell’inverno, la primavera, spostare le lancette un’ora avanti credendo, ancora una volta, di guadagnare qualcosa, vagheggiare una nuova estate, un altro settembre; dentro tutto questo, forse innamorarsi, fidanzarsi, crederci, ripetere frasi come la mia ragazza.
Per quanto non molto amante dei "romanzi da vita vissuta", devo riconoscere che Giorgio Falco riesce in un'impresa ardua: quella di rendere la propria biografia materia letteraria. Ed il successo artistico è dato dalla semplice e difficile capacità di scrivere, di costruire un'atmosfera di sottile boccheggiamento - grazie ad un ritmo dolente e vagamente litanico, costruito con breve frasi semplici scandite da virgole e da una scelta di vocaboli felice e raramente banale. In questa pagine riecheggia Carver, ovviamente, ma per fortuna Falco non è un carveriano, sa usare una scrittura apparentemente semplice e diretta per scendere più in profondità e descrivere un se stesso oscillante sul margine di un burrone (o forse sulla punta di un trampolino). In ogni caso, la qualità trascende il tema del lavoro e della condizione precaria dell'Italia moderna che rischierebbe di fare di questo un libro di "lamentele di un bamboccione" (al quale tutto sommato, non è andata poi così male, se riesce a sbarcare il lunario scrivendo parole...). Interessante il lavoro sui nomi dei personaggi che fanno capolino nel libro, (quasi) sempre identificato con la loro funzione lavorativa (il giornalista specializzato in cronaca nera, il commesso, il direttore generale) o, al massimo, da un soprannome affibbiato loro dall'autore - appropriata la conclusione meta-letteraria per questo ibrido di biografia, romanzo sociale, confessione intimista.
Avevo letto qualche tempo fa la Gemella H. Non mi era piaciuto, un romanzo ideologico e nichilista per raccontare la banalità e soprattutto l’impunità del male che sarebbe, secondo Falco, il motore della società dei soldi. Soldi sì, perché la parola capitalismo è troppo nobile per il disprezzo con cui Falco parla dei commerci umani. Non abbandono mai un autore che non mi è piaciuto senza dargli una seconda chance. Ed eccomi quindi alle prese con questo Ipotesi di una Sconfitta, libro molto apprezzato tra gli amici di goodreads e del mio gruppo di lettura.
E che dire, si conferma il giudizio iniziale, che qui se vogliamo è anche peggiore. Perché mentre nella gemella H c’è un tentativo di mascherare l’ideologia nichilista dentro una storia, che a tratti ha anche pagine interessanti, qui invece c’è solo lui, l’Autore, al centro del racconto. Con la A maiuscola certo perché è l’unico tra tutti i personaggi sconfitti che popolano il libro ad avere coscienza di questa sconfitta. La sconfitta dell’umano di fronte al potere dei soldi. Che si incarna in un’offerta di lavoro degradante e degradata dove l’essere umano è costretto ad assoggettarsi a processi aziendali illogici, capi ufficio Cattiveria, colleghi indifferenti e invidiosi, uffici malsani e invivibili. E non c’è via d’uscita, perché anche lo Scrittore, se davvero fa letteratura e non merce, non può guadagnarsi da vivere scrivendo. E allora l’unica in questo mondo in cui tutto è diventato merce, è guadagnarsi da vivere scommettendo.
Non mi è chiaro in che mondo Falco amerebbe esistere. Se il mondo in cui ha lavorato il padre, guidatore dell’ ATM a Milano, mitizzato nel primo bellissimo capitolo del libro, o quello dei signorotti medievali che vivevano di rendita sul lavoro di qualcun altro. Certo è che dal capitolo due in avanti il libro è talmente intriso di nichilismo, spocchia e luoghi comuni verso il mondo del lavoro, da risultare di una noia mortale. E l’Autore che dall’ alto della sua superiorità stigmatizza la disumanità dei colleghi (i colleghi… consideravano i clienti un vago aspetto meccanico, massa informe di protocolli, numeri e parole) non si accorge di essere lui per primo incapace di comprendere l’ umanità che in un lavoro, pur degradato, ogni lavoratore riesce nel suo piccolo a ritagliarsi, sapendo riconoscere, come disse Calvino, chi e che cosa in mezzo all’ inferno non è inferno. Falco, purtroppo per lui e per me che l’ho letto, vede solo l’inferno.
Prima di scrivere qui, a differenza di sempre, ho googlato un po' di info per tirare le fila dei miei pensieri.
Leggo questo libro di Falco dopo aver letto di suo, anni fa, solo 'La gemella H', perchè sembrava il libro rivelazione dell'anno, all'epoca, e mi aveva lasciata tiepida anche se ora scopo che nella mia testa ci sono ancora scene di quel libro, quindi male non era di sicuro. Comunque scelgo Ipotesi di una sconfitta perché, in uno delle decine di libri di critica letteraria che leggo, Falco viene descritto come un imperdibile tra gli autori italiani e soprattutto questo suo romanzo di autofiction in cui il tema del lavoro e del suo cambio di significato negli anni è il tema preponderante.
Termino il libro in tempi brevi complice una vacanza rapida, e cerco la data di pubblicazione come prima cosa. 2017. Poi cerco l'altro libro che ho avuto il mente tutto il tempo leggendo questo, pietra di paragone ad ogni pagina Works di Trevisan. Works esce nel 2016, credo ne abbiano parlato in 3 e letto in 2. Per me libro sommo capolavoro del genere che ora Einaudi si appresta a (ri)lanciare perché Trevisan ha deciso di levare le tende ed un altro che scriverà così di questi temi proprio mai.
Arrivo al punto. Falco ha scritto senza dubbio un buon libro, ma dal tono gelido e, my humble two cents, vittimistico. Involuto. Piangente. Con delle lacune e e delle mancanze che sono evidenti. E, soprattutto, con una palese 'copiatura' da Trevisan. Attenzione non dico che ha copiato, è un caso, il libro avrà iniziato a scriverlo molto prima e, sfortunatamente, hanno entrambi avuto la stessa idea, che poi non è chissà che ideona. Ma Trevisan ha scritto un libro potente, che trasuda rabbia e bestemmie, un libro quasi scritto sulla pelle. Un libro indimenticabile, forte, appassionato. Falco no.
Ora, perché nella critica letteraria c'è tutto questo spazio per Falco e nessun , o raro, accenno a Trevisan?
Non sono polemica, stappo un Vertigo e voglio solo sapere.
Il lavoro visto come ideale novecentesco, come principio fondante della Costituzione, quello che nobilita l'uomo non esiste più e in queste pagine se ne descrive il triste epilogo. Impossibile per me, non rimanerne coinvolti.
Partendo dal lavoro del padre, più o meno lo stesso per una vita, l'autore racconta di sé, delle sue molteplici esperienze lavorative, sempre precarie, fino all'attività di scrittore, oggi prevalente e forse definitiva. È interessante il confronto tra le due epoche, di padre e figlio, e tra i diversi atteggiamenti nel rapporto con il lavoro. Ed è buona la forma narrativa, al contempo ricca e fluida, con apprezzabile vena d'ironia. Ma il racconto di sé, così dettagliato e protratto, risulta inevitabilmente piuttosto pesante.
Gli ultimi quarant’anni di Italia vissuti in balia di un "mondo del lavoro” (espressione stigmatizzata nel testo) descritto senza introdurre reale soluzione di continuità fra la macchina assembla-spillette con cui Falco ragazzo inizia le sue esperienze lavorative e il computer portatile su cui, dopo il termine di ogni rapporto di lavoro ufficiale e ormai adulto e scrittore affermato, si tiene occupato a fare scommesse su partite di tennis. Libro cupo, carico di trasparente depressione e paranoia, animato (e reso parzialmente e amaramente ironico) dalle belle caratterizzazioni dei personaggi che passano a fianco dell’immobile e inerte Falco e appesantito dalle pretese di commento sociologico (a volte davvero un po' tirato via). A ogni modo, un ulteriore tassello - benché decisamente lontano dagli Ottieri e Volponi (e forse soprattutto da Bianciardi, nonostante la simile forma del racconto autobiografico) citati in quarta di copertina - che contribuisce a comporre l’ampio e variegato scaffale del romanzo lavorativo (non più industriale) italiano
Deprimente. E per niente brillante. E quando stava per riscattarsi è arrivato a Solo Cattiveria. In 300 pagine ne dedica 20 a denigrare una donna. Solo lei. Gli uomini stronzi sono tutti trattati con un minimo di affetto, solo lei è derisa in modo gratuitamente brutale (anche io ho conosciuto donne come Solo Cattiveria, ma ne ho la stessa opinione di Hai Paura di Avercelo Piccolo , o di Forte coi Deboli, Debole coi Forti, oppure di Sei Tutto Chiacchiere e Consulenza” . Questo (sarà la mia anima proto-vetero-femminista) ha gettato una luce di meschinità su tutto il resto. Ci sta, che uno si tolga la voglia di girarsi e spernacchiare i colleghi, quando finalmente ci si riscatta da un ambiente che si considera tra lo sterco di maiale e la cacca di piccione, ma a me è sembrato inutilmente povero di spirito. Come ridere di una donna sui tacchi che cade. Metteteveli voi, i tacchi. Riconosco un impressionante lavoro di scrittura, il bulino ha cesellato e rifinito ogni singola frase con una cura maniacale nel descrivere ogni minimo dettaglio, però tutto questo alla fin fine non mi ha colpito. È un buon libro, ma la totale mancanza di autoironia (l’episodio di Sgabuzzis è di una tristezza mostruosa, dalle parti di Fantozzi-Fracchia, e non mi solleva neanche un sorriso di comprensione, avessi avuto io un collega così* avrei chiamato i servizi sociali per un TSO) mi respinge, e la narrazione che oscilla tra troppe anime (il racconto di infanzia, il memoir adolescenziale, la descrizione del lavoro alienante degli anni ’90 e poi del 2000 fino ad arrivare agli ultimi, pesantissimi, capitoli sulle scommesse) non mi attira. Faccio fatica a dare meno di 3 stelle (a dargliene due mi veniva l'ansia, metti che cerchi online – visto che è uno stalker di primissimo livello - veda che sono due stelle, poi si fa un dossier su di me, oppure ci sta male e non potendo tornare dentro Sgabuzzis e ricasca nelle scommesse ....) e poi, in fin dei conti, scrive proprio bene. È come lo organizza e ci ricama che non mi è piaciuto (oltre al fatto che Sa deve essere il diminutivo di Santadonna, se si sopporta un tale carico di ossessioni).
*a ben pensarci, di colleghi da TSO ne ho avuti anche più di uno, da quello che tutto il giorno aerografava canticchiando a-e-o con un pezzo di scottex in bocca, a quella che si metteva le supposte in ufficio girandosi di spalle pensando che non la vedessimo …..
Un consiglio: se siete in questo momento disoccupati non leggete il libro di Falco. O forse sì per evitare le trappole del mondo del lavoro o per cercare la via giusta tra impieghi grigi, compagni di scrivania tetri e dirigenti assetati di Danaro. Pervaso di una certa qual malinconia per un bel quadro sull'Italia che è stata e quella che è. Assieme a "Works" di Trevisan (sempre Einaudi) per scoprire i meccanismi fallati del capitalismo del Bel Paese.
Apprezzo questo autore, perché sa scrivere e ha una buona sensibilità, che in parte condivido. L'argomento inoltre è di estrema attualità e importanza. Anzi direi che è fondamentale per interpretare il mondo di oggi e per cercare di porre rimedio a una piaga, quella del lavoro, che ahimè è diventato insicuro, incerto e rischia di inficiare il futuro dei nostri figli, se non addirittura il nostro. A fronte di queste qualità, lo svolgimento però è caotico e si perde spesso in mille descrizione autobiografiche, in situazioni e stati d'animo che non sempre c'entrano con l'argomento trattato. Comunque è un buon autore, che senz'altro rileggerei, magari in un'opera più focalizzata e sobria.
Mi ha lasciato molto perplesso. Non è un libro semplice, non è banale nel suo raccontare una sequenza di lavori poco qualificati e al fine improbabili. Al tempo stesso, più che una “ipotesi” sembra un libro a tesi. Posso comprendere la necessità di restare sulla vicenda lavorativa del protagonista, ma scrivere per quasi 400 pagine senza lasciarsi – nemmeno per caso - sfuggire qualche altro pensiero, dettaglio di vita, divagazione su tutte le parti di ognuno di noi che non sono connesse al lavoro appare distorsiva, fa crescere un disagio che si trasforma quasi in antipatia verso il protagonista. Ok, il lavoro è una merda, e condiziona doppiamente la tua vita, sia perché ci passi (almeno) otto ore della giornata, sia perché nonostante tutto hai paura di perderlo, sia infine perché i soldi che guadagni a fine mese non sembrano mai abbastanza per quanto sei bravo. Ma non puoi – per 400 pagine – dimenticarti di parlare dei tuoi desideri, di tua madre (viene il dubbio che Falco non abbia mai avuto una madre…) di un ipotetico lavoro che ti piacerebbe fare o di un hobby, dell’amore e della donna che è al tuo fianco. Non puoi dimenticarti di raccontare chi sei veramente, cosa vuoi dalla vita, perché hai deciso di fare lo scrittore, che musica ascolti, chi sono i tuoi amici. Non puoi dimenticarti di sorridere, di buttare in mezzo un momento di serenità, uno di gioia, una vacanza, insomma un pezzo della tua vita che non sia il lavoro. Perché alla fine tutto sembra irreale; invece di sembrare una storia vera, questo romanzo sembra un teatrino dove ironia e sarcasmo non sono sufficienti a riportare a galla la “realtà”.
L’autobiografia di Giorgio Falco è realmente un’opera straordinaria, che incontra tante analogie con la mia personale esperienza e quella di tantissimi lettori.
La storia della nascita di quest’opera, attraverso espedienti davvero interessanti, dimostra quanto le esperienze negative possano essere formative e possano creare un qualcosa di positivo, di utile.
Senza trascendere in spoiler di alcun genere, consiglio la lettura di quest’opera a coloro i quali credono di vivere un momento di frustrazione (lavorativa e non), che paragonano la propria vita ed il proprio futuro come ad un tunnel senza via d’uscita.
Vi è la necessità di una lettura a tale biografia al fine di apprendere la seguente lezione “non c’è mai fine al peggio. Ma senza questo aspetto non è possibile contribuire alla costruzione di un qualcosa di stimolante, positivo e realmente proficuo per l’essere umano”.
Giudizio difficile su questo libro. Da una parte è leggibile e godibile, lo stile è filante anche se un po' prolisso. Daltra parte molto spesso il libro mi ha indisposto. Essendo fortemente autobiografico in molte parti ero umanamente in disaccordo con il modo di pensare e comportarsi dell'autore. In particolare la sua indolenza, specialmente da giovane. In altre parti invece mi ci sono riconosciuto, specialmente nella seconda metà del libro. Il finale mi ha anche lasciato un pochino di angoscia. La sensazione di leggere di una persona che scivola verso la depressione. Non so se consigliarlo. Sicuramente è un libro che non lascia indifferenti
Il libro è buono, senza dubbio meriterebbe 4 stelle, ma proprio non è il mio genere. Ci sono capitoli molto toccanti (il primo, quello sul papà, uno di quelli) ma poi in qualche modo la spirale discendente lavorativa perde presa sul lettore, è troppo troppo lunga, sono quasi 400 pagine, che sono sicuramente troppe. Resta comunque un buon libro.
Letto per esame universitario. Ben scritto, stile piacevole. Unica pecca: parti in cui l'Io dell'autore diventa preponderante e si perde in digressioni. Bella l'alternanza tra riflessioni sul passato e quelle sul presente