La Lampedusa francese si chiama Calais.
Carrere scrive un articolo lungo 40.000 battute che in Francia è stato pubblicato da un quotidiano sulla situazione di Calais, si è prefissato come obiettivo quello di parlare di Calais ma senza nominare i migranti, parlare dei suoi abitanti sì, della città sì, ma tacere dei nuovi ospiti.
Ma dunque di cosa vogliamo parlare?
Delle sue fabbriche di merletti, pizzi e tulle che per anni sono stati la principale fonte di occupazione della popolazione?
Del suo porto, il più grande in Francia per numero di passeggeri e il secondo in Europa?
Dei voti che che alle elezioni virano pesantemente verso le Front National?
E chissenfrega!
Perché oggi, parlare di Calais senza fare i conti con i migranti, diventa una utopia dialettica, inesorabilmente il discorso non può non cadere che lì.
Come per Lampedusa: decenni fa si parlava dell’isola come di uno scoglio inaccogliente ma gettato in un mare cristallino e meravigliosamente turchese, oggi non si può citare il suo mare senza citare chi vi approda illegalmente.
A Calais c’è il più grande campo di migranti d’Europa chiamato Jungla (chissà poi perché…), si trova a pochi passi dalla circonvallazione che conduce al porto e lì sostano, per un tempo indefinito, uomini donne, bambini in attesa di riuscire di notte e furtivamente a passare in Gran Bretagna, saltando su un camion o nella stiva di una nave, o nascosti in un vagone di un treno.
Esiste un trattato, il Trattato di Le Touquet, firmato nel 2003, per calmierare e regolamentare i flussi migratori tra Londra e Parigi, l’intesa stabilisce che la Francia controlli i confini della Gran Bretagna e, viceversa, la Gran Bretagna controlli i confini francesi, il problema è che dalla Gran Bretagna nessuno cerca di entrare in Francia mentre a migliaia ogni notte cercano di compiere il passaggio inverso.
Calais per i migranti dovrebbe essere solo una tappa, una cesura delle loro esistenze, un trampolino verso la realizzazione dei loro sogni.
C’è anche un murales, realizzato a Calais da Bansky il più grande autore di street artists raffigurante nientemento che Steve Jobs, che aveva origine siriane per parte paterna, con in spalla uno zaino e sotto il braccio un computer. Un’opera murale diventata emblema e patrimonio della città al pari de Les bourgeois de Calais dello scultore Rodin che vuole accomunare i destini di chi ce l’ha fatta e di chi tenta di farcela.
E Carrere si azzarda ad un paragone, forse improprio, ma che mi ha molto colpito quando dice che alcuni residenti francesi, pur vivendo in una situazione meno precaria dei migranti, in realtà hanno meno prospettive perchè per loro la situazione è stagnante e definitiva, nessun altro mondo dorato o fasullamente dorato li attende potenzialmente ricco di nuove opportunità.
Alla fine due stelle perché?
Non perché Carrere non abbia ben argomentato, lo ha fatto se accogliamo questo suo breve pamphlet per ciò che è e doveva essere: un articolo editoriale comparso su un quotidiano, breve e sinteticamente concluso, di media sostanza.
Le due stelle sono per Adelphi, per la sua scelta editoriale di creare una collana Biblioteca Minima dedicata ai longform, articoli lunghissimi, a metà tra giornalismo e letteratura narrativa circolanti in internet o comparsi su blog che la gente su schermo o su smartphone si stanca di leggere dall’inizio alla fine, e forse all’arroganza di dargli dignità di libro.
L’unica consolazione è il prezzo 1,98 in ebook per 49 pagine.