Durante il III secolo d. C. Roma sembrava affrontare un profondo stato di precarietà, che in molti conoscono come la Crisi del III secolo. Basandoci sulle fonti antiche abbiamo, certo, l’impressione che l’impero romano fosse sul punto di crollare da un momento all’altro, ma gli studi più recenti tendono a sfumare i confini così netti che questa definizione ci ha, da sempre, fatto intendere.
Da questo periodo possiamo estrapolare le linee guida che, dovrebbero, farci comprendere quale fosse la situazione che l’Imperatore Valeriano si trovò a dover gestire.
L’esercito, già all’epoca di Settimio Severo, iniziava ad avere un ruolo predominante all’interno della politica dell’impero e, di conseguenza, calmierare i soldati e costituire, per così dire, una sorta di assicurazione sulla vita del capo dello stato era diventata una necessità non trascurabile.
Questo e altri fattori, tra cui due enormi epidemie di peste, hanno portato: un forte calo della popolazione, una grossa crisi economica e una crisi sociale.
La fine e la vita di Valeriano sono passate alla storia per i motivi più vari, dall’essere sinonimo di inettitudine alla, triste e vera, anche se con le dovute reticenze, fama di essere un persecutore feroce di Cristiani.
Quello che è certo è che l’uomo sotto alla corona abbia fatto degli errori e che, con assoluta certezza, nonostante la tempra da soldato, fu tremendamente umiliato e debba essersi sentito solo e abbandonato dalla Roma per la cui difesa lottò al meglio delle sue forze.
A mio parere, in un mondo che professa il perdono e la convivenza pacifica, dire che se lo sia meritato è come affermare che altri si siano meritati di essere fagocitati da bestie feroci.