«Una tensione narrativa che pochi scrittori sono in grado di garantire.» La Repubblica
Roma è nelle mani di un killer capace di dare forma al buio. Le sue folli tenebre prendono vita nel rito dell’uccisione, le sue terribili visioni si trasformano in realtà tramite le sue vittime. Perché il mostro non si limita a uccidere: lui plasma, mette in posa, trasfigura ognuna delle sue prede in una creatura mitologica. Lasciando soltanto indizi senza un senso apparente, se non si è in grado di interpretarli. Di analizzare la scena del crimine. E tracciare un profilo. Ma il miglior profiler di Roma, il commissario Enrico Mancini, non è più l’uomo brillante e deciso di un tempo. E la squadra che lo ha sempre affiancato non sa come aiutarlo a riemergere dall’abisso. Mentre nuove opere di quello che la stampa ha già ribattezzato «lo Scultore» compaiono nell’oscura, incantata Casina delle Civette a Villa Torlonia, nel vecchio Giardino zoologico e nell’intrico della rete fognaria romana, Mancini viene richiamato in servizio e messo di fronte a quella che si dimostrerà come la sfida più angosciante e letale della sua carriera. O addirittura della sua vita. Dopo il successo internazionale di È così che si uccide, Mirko Zilahy torna con una nuova, dirompente sfida al lettore, dipingendo una Roma mai così oscura e tormentata e valicando i confini del thriller con una scrittura potente e affilata. E con personaggi sempre più indimenticabili.
Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974. Laureato in Lingue e Letterature Straniere, ha conseguito un PhD in Italian presso il Trinity College di Dublino dove ha insegnato Lingua e Letteratura italiana. È cultore di Lingua e Letteratura inglese presso l’Università per Stranieri di Perugia. Ha pubblicato saggi su autori irlandesi e interventi su scrittori italiani contemporanei. È traduttore letterario dall’inglese (Fazi, Nutrimenti, Rizzoli, minimum fax, Longanesi) editor e consulente editoriale. Nel 2014 ha tradotto Il Cardellino di Donna Tartt per Rizzoli. Il suo romanzo d'esordio È così che si uccide è uscito a Gennaio 2016.
Quizás se deba al hecho a que lo he leído a saltos, leyendo unas pocas páginas cada vez, no me ha convencido; la trama me ha costado seguir; y el protagonista, lo he encontrado con muchos cambios de carácter, no siempre justificados. Pero, ya digo, que es mi opinión.
Mi ha convinto meno del primo, anche se mi è piaciuta di più la “tematica” degli omicidi. È lo stile di scrittura, forse, il punto debole del romanzo: capitoli troppo brevi, frammentati, con cambi repentini di registro e persona narrante - il tutto svia l’attenzione dallo svolgersi degli eventi, si hanno tanti piccoli stop. Ho fatto fatica, poi, a non alzare gli occhi ogni volta che Mancini mostrava il suo volto tormentato: è un tema battuto già nel primo romanzo e qui, devo dire, anche troppo usato. Il commissario, poi, si comporta in modo sgradevole la maggior parte del tempo, quindi non dà motivi per farsi piacere.
"Enrico aveva bisogno di calpestare la terra, annusare l'aria sulla scena del crimine, di toccarla. Era quello il suo primo contatto con l'assassino. Un tramite indiretto che gli serviva per sintonizzarsi, ascoltare la voce del delitto, percepire i passi del killer, finché la presenza fantomatica non si manifestava nella sua mente. Un'immagine". La forma del buio è, per sommi capi, la continuazione naturale di È così che si uccide, la prima fatica letterale di Mirko Zilahy. Se il primo mi era piaciuto, questo secondo volume mi ha stregato! Merito del ritmo frenetico che non permette cali di concentrazione, della trama davvero ben costruita, del leitmotiv (i miti greci) che unisce tutti i massacri da parte del serial killer di turno e, soprattutto, della figura di Enrico Mancini che, lottando con i fantasmi del suo passato, ci permette di essere visto non come un "eroe carismatico" (di cui la letteratura e il cinema ne sono intasati) ma come un comune mortale, in cui ognuno di noi, perché no?, può anche immedesimarsi. [https://lastanzadiantonio.blogspot.co...]
E pensare che Enrico Mancini non è che mi sia particolarmente simpatico con quel suo caratteraccio (la sofferenza non è mai prerogativa di un solo soggetto, caro mio!). Ma devo riconoscere che ha ingegno e tenacia. Ed una fantastica equipe sulla quale contare. E, non da ultimo, alle spalle, un signor Scrittore che fa muovere tutti in maniera magnifica e che con questo secondo thriller ha confermato pienamente il successo del primo.
Quindi, armata di pazienza, aspetterò il terzo.
Mi sono convinta di una cosa: da oggi - ancora di più - guarderò alla mia Roma (e alle opere che conserva), con un po' di soggezione, come a una città diversamente mostruosa... per la sua perenne grande bellezza!, cosa credevate???
Macabro! Después de leer Así es como se mata tuve que seguir con el comisario Mancini. Aunque siento que le falta "algo" al personaje, me gustó. Esta vez hubo menos términos de criminología y menos palabras rebuscadas. Eso sí, don Mirko tiene algo en contra de los frailes, ya se ha limpiado varios en los dos libros :-p. Se nos presenta otro asesino en serie que pone en escena sus víctimas en semejanza con varios seres de la mitología griega. Lo interesante fue buscar las fotos de Leocoonte, Escilla, entre otros.
"Perché il caos genera la paura. E l'ordine è l'unica cura." Dopo il successo internazionale di È così che si uccide, MIRKO ZILAHY ha scritto il secondo thriller della serie con il commissario Enrico Mancini, il miglior profiler di Roma. La capitale non è mai stata tanto avvolta da una nebbia di morte. L'oscurità e la morte sono ovunque. Il Male, fatto persona, incarna uno spietato killer che non intende smettere di dare la caccia alle sue ignare vittime. È un thriller davvero molto coinvolgente, anche più del primo che già mi aveva conquistata. LA FORMA DEL BUIO è il giallo psicologico che avevo bisogno di leggere per rimanere coinvolta da una storia oscura e tormentata resa ancora più efficace da uno stile narrativo avvincente e ricco di colpi di scena. "Riconosce l'eccitazione della caccia. La sproporzione tra la violenza del predatore e l'inerzia della preda. Le pupille si dilatano come quelle di un felino dentro le tenebre. La moquette blu oltremare è dappertutto e soffoca la musica dei suoi passi di morte."
Ho voluto dare un'altra possibilità a questo autore Non mi ricordavo quasi nulla del primo libro a cui è collegato anche questo secondo, se non altro per alcune situazioni richiamate e personaggi Man mano che procedevo con la lettura mi sono ricordata la trama del primo e anche perché non mi era piaciuto Per carità l'autore si vede benissimo che è del mestiere e ha fatto un grande lavoro di ricerca , nelle descrizioni delle scene del delitto però è questo che non mi piace Troppo splatter, la scrittura è fredda passa di azione in azione senza spiegare i ragionamenti per cui ci si arriva Senza spiegare un po' i personaggi, il loro carattere la loro vita E il finale? Le motivazioni dell'assassino spiegate in una pagina e pure campate in aria secondo me E basta con sti commissari tormentati, confermo che Mancini non mi sta simpatico Zero empatia Credo proprio che non leggerò altro di Zilahy E ultimo appunto: sarà che ne leggo troppi di thriller/ gialli ma ho visto alcune analogie in altri di Mazzanti, Carrisi e Manzini
Libro interessante,ma lo sviluppo della trama non mi ha convinto fino in fondo. Invece ho trovato molto avvincenti le storie e lo sviluppo delle stesse che riguardavano i vari personaggi,secondo me sono stati loro la vera forza del libro.
Nel complesso una piacevole lettura
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Ein bestialischer Serienmörder versetzt Rom in Angst und Schrecken. Heimlich schlägt er zu, aber nicht genug, dass er Menschen ermordet, nein, er nutzt die leblosen Körper, um Skulpturen zu schaffen, er inszeniert ihren Tod regelrecht. Figuren der griechischen Mythologie sind seine Vorlage und sein Geschick ist bemerkenswert. Zu dem Schrecken mischt sich auch Bewunderung für seine Kunst. Die Polizei steht unter Hochdruck und ausgerechnet jetzt schein Enrico Mancini wieder eine Auszeit zu benötigen und sich nicht auf den Fall konzentrieren zu können. Noch immer hat der Kommissar den Tod seiner Frau nicht verwunden und depressive Phasen lähmen ihn und sein Denken. Wie sollen sie in dieser Situation einem solchen Monster gegenübertreten?
„Nachtjäger“ ist der zweite Roman der Reihe um Enrico Mancini, der sich jedoch problemlos auch ohne Kenntnis des ersten lesen lässt. Mancinis Vorgeschichte wird ausreichend beleuchtet, um auch quer in die Reihe einsteigen zu können.
Der Thriller hat einen ansprechend gestalteten Plot, der die nötige Spannung liefert, um den Leser unter permanenter Erwartung zu halten. Das Katz und Maus Spiel zwischen Jäger und Gejagtem wird im Wechsel gezeigt, bisweilen kommen sie sich bedrohlich nah, aber die finale Konfrontation muss noch warten. Ein wenig hat mich vieles des Romans an Dan Browns „Illuminati“ erinnert: Rom als Schauplatz, eine Hetzjagd quer durch die Stadt, die religiösen Bezüge und Anspielungen, die Inszenierung der Toten. Zwar findet Zilahy eine andere Auflösung – und hat hierbei noch eine wirkliche Überraschung in Petto – aber die Parallelen sind doch frappierend.
Insgesamt war die Handlung rund um den Serienmörder glaubwürdig motiviert, überzeugend konstruiert und auch mit dem passenden Tempo inszeniert. Allerdings wurde dies immer wieder durch die Depression den Protagonisten unterbrochen. Der Versuch, dem Kommissar durch sein individuelles Schicksal mehr Persönlichkeit zu verleihen, ist nachvollziehbar - ging mir phasenweise aber etwas auf den Zeiger. Nein, ich will einen Thriller lesen und kein Gejammer wegen verpasster Chancen und gemachter Fehler. Viele Autoren scheinen diesem Schema regelrecht zu verfallen, der ermittelnde Kommissar darf offenbar heute nicht mehr bei Sinnen sein und mit scharfen Verstand ermitteln, sondern muss aufgrund einer privaten Tragödie kurz vor dem Suizid stehen und nebenbei auch noch gerettet werden.
Fazit: ein lesenswerter Thriller mit bekannten Versatzstücken, aber ohne Frage unterhaltsam.
“Allá arriba le espera la madriguera de la Sirena. Desde el rellano divisa la boca del antro, que exhala el vapor de las olas. Dentro de poco todo habrá acabado y ese horror solo será un recuerdo. Otro paso hacia la libertad. Porque el caos genera el miedo. Y el orden es la única cura.” ~ La forma de la oscuridad de Mirko Zilahy.
Ambientada en Roma, la novela narra el caso de un psicópata que está asesinando y recreando con los cadáveres obras de arte a modo de esculturas. Conocemos al asesino en su voz y su historia y la verdad si no fuese porque es tan cruento -y por supuesto porque es un asesino- hasta da pena. La narración va intercalando la investigación con la visión del criminal y su historia, pero también con las víctimas.
En el trasfondo, esas formas que hay en la oscuridad real y en nuestra oscuridad mental; los monstruos que tenemos que enfrentar, los reales, pero los que nosotros creamos. Es el caso de este cruento asesino que persigue sus monstruos, la mayoría mitológicos. Se considera un cazador que quiere terminar con el caos y así persigue y elimina a su Minotauro, su Medusa o su Escila, entre otros. La puesta en escena de los crímenes es un poco fuerte pero responden a una lógica.
Segunda entrega del comisario Enrico Mancini. Si bien la primera, Así es como se mata, me resultó más enredada en cuanto a la forma en la que está escrita, esta segunda me ha encantado. Cierto que cuando comienza el libro lo hace en línea metafórica y pensé “uy, comenzamos bien” pero pronto cambió el estilo y me enganchó.
A pesar de que de vez en cuando al autor le sale la vena poética y tienes que releer dos veces para saber qué quiere decir, el libro se lee muy bien. Y la historia, con sus saltos en el tiempo, está hilvanada de manera que no te pierdes. Al principio cuesta un poco pillarle el punto a la parte de la mente del asesino y sus visiones pero en cuanto te haces a ello, sin problema.
Molto meglio del primo e si parla più di arte, ma non entro proprio in sintonia con niente e nessuno. Ah, sì, un pò col medico legale. La recensione completa qui: https://madeforbooks.blogspot.com/201...
Non mi convince la deriva verso il sovrannaturale, anche se mascherato da malattia mentale perché rende il tutto troppo artificioso e slegato dalla realtà.
“Smetti di vivere tutto con questo senso di colpa”
Come prima cosa devo dire che il secondo romanzo di Mirko Zilahy mi è piaciuto mooooooolto più del primo. Ma proprio molto molto! Come seconda cosa, devo e voglio dire che, nonostante io abbia letto molti thriller e mi sia un po' stancata del genere, questo mi ha assolutamente tenuta incollata alle pagine (cosa che non capita spesso, ultimamente). Come terza cosa, vi avverto: rispetto al mio solito, questa recensione sarà lunga; qualcuno (tipo io) potrebbe dire prolissa…ma, tant’è… a volte, quando vale la pena, ci si può anche dilungare un po’, nonostante la sintesi sia uno dei miei DOGMI. Certo, ancora una volta, non sono tutte ‘rose e fiori’, ma è davvero un altro mondo, rispetto al primo romanzo (che per quanto apprezzabile, non mi aveva convinto). Tra le 'rose e fiori' metto Enrico Mancini, che è un personaggio davvero affascinante, di quelli che non puoi non amare (lo metto insieme al Vito Strega di Pulixi e al Gunnar Barbarotti di Nesser, che fanno ormai parte delle mie fantasie più romantiche e, forse, un po' perverse). L'aura di Mancini pervade il romanzo, nonostante non ne sia il centro (ma l'ego di alcuni uomini è talmente grande che aleggia anche quando non sta realmente al centro dell'attenzione) :-) In merito a questo personaggio, confesso che temo i prossimi sviluppi della storia, perché non sarà facile, per Zilahy, mantenerne il fascino scontroso, vista la piega che hanno preso queste pagine... Sempre tra le 'rose e fiori' metto la ‘mitica’ PM Giulia Foderà, con quel suo tailleur come corazza; e il tanto sfortunato, quanto amabile, Rocchi e la sua fuga a Tenerife. E ancora, tra le ‘rose e fiori’, ci sono le emozioni che hanno accompagnato questa mia lettura. Emozioni forti, nel bene e nel male. Tante emozioni, perché la sensibilità dell’autore è evidente: è evidente nell’approfondimento dei vari personaggi, nella descrizione dei luoghi, nella ricerca che deve essere, inevitabilmente, dietro, queste pagine. Tra le spine, invece, riservo un posto speciale a questo nuovo personaggio, Alexandra Nigro. L’ho trovata troppo affascinante e strana per piacere a una donna (perdonatemi, sempre donna sono…); ma, soprattutto, troppo ‘telefonata’ per piacere a un’accanita lettrice di thriller. Si sentiva lontano un miglio che nascondeva qualcosa… Parliamoci chiaro, è vero che un lettore può sentirsi appagato se riesce a intuire qualcosa sullo sviluppo della trama ma, per quanto mi riguarda, io me lo aspetto da un giallo, non da un thriller orrorifico come questo. Non so; questi indizi che Zilahy ha disseminato tra le sue parole per aiutarci a capire che Alexandra in qualche modo era coinvolta, mi hanno un po’ sdubbiata. E mi riportano all’idea che Mirko, secondo me (e sottolineo secondo me) non ha bisogno di cercare di appagare i suoi lettori. Ancora tra le spine: i salti temporali, soprattutto nella prima parte del libro; salti che mi hanno reso difficile la lettura. A volte, semplificare aiuta… confesso che, se non fossi stata spinta dalla stima verso questo autore, questi repentini salti mi avrebbero fatto desistere dalla lettura; perché confondono, affaticano. Tra le spine, le più acuminate, il capitolo in cui Caterina va da sola alla ricerca di Niko: assolutamente poco credibile. Troppo costruito e inutile, ai fini della storia (quel poco che se ne ricava ai fini della trama, poteva essere scritto assolutamente in altro modo). E ancora, soprattutto nella prima parte, troppe ripetizioni e questo continuo raccontare attraverso i ricordi dei vari personaggi cose che il lettore sa già. È poco economico, poco efficace, superfluo e irritante. Ribadisco, anche se può non sembrare, che questo romanzo mi è piaciuto, eccome! Come dice l’autore stesso, citando Jung, “la realtà è qualcosa di sfuggente, qualcosa che la psiche ricrea comunemente…”. E io mi aspetto questo, da un libro: una realtà ‘altra’, ricreata per me dalle sapienti mani di un autore che, al contrario di me, lettrice, sa scrivere ciò che alberga in fondo al mio io. Ciò che io vorrei leggere su qualche pagina. E Zilahy sa farlo, a tratti. La sensazione che mi ha accompagnato per tutta, e sottolineo tutta, la lettura di ‘La forma del buio’ è quella di avere voglia di vederlo trasformato in un film. E non in un film qualunque, ma un film di Dario Argento. Il Dario Argento sofisticato e anni ’70 di “Quattro mosche di velluto grigio” o “Profondo rosso”. Nella mia testa riecheggia già una colonna sonora agghiacciante. Le immagini che Zilahy ricrea per noi con le sue parole, davvero mi si sono formate nella testa; con quei colori un po’ sfumati dei film dei miei primi ‘ricordi paurosi’, dei miei primi sobbalzi davanti a uno schermo horror rubato da adolescente curiosa. Tornando tra le ‘rose e fiori’: avrei tanta voglia di chiedere all’autore se ha esplorato i mondi che ci racconta: perché se dalle sue parole sono riuscita a immaginarmi uno Zilahy bambino al LunEur, il mio io da lettrice si domanda se lo Zilahy uomo ha percorso il labirinto delle fogne di Roma, quel sottosuolo che tanto affascina, quei parchi… quei punti di Roma inaccessibili a tutti… La figura di Angelo la tengo fuori dalle rose, dai fiori e dalle spine. Perché… Perché? Perché è un personaggio assolutamente ben costruito nell’insieme del thriller; assolutamente credibile, per quanto (speriamo) irreale… ma, pur sempre, un serial killer che nasce come tale da un mondo poco realistico.
Ecco, fondamentalmente, ciò che mi piace poco di questi due libri di Zilahy è il contrasto tra il realismo, la verità, la realtà della maggior parte dei suoi personaggi, rispetto alla costruzione dei suoi serial killer. È vero, è un thriller. È vero, c’è bisogno di un mostro. È vero il mostro è ben costruito… ma è così lontano dalla realtà, che lo sento falso, troppo lontano per entrare in empatia con lui. E questo narratore onnisciente che ogni tanto torna tra noi, tra noi e l’autore (come quando Scilla sa di trovarsi quattro metri sotto terra -come fa a saperlo?-). problemi di editing? Problemi miei, come lettrice? Non so…ma, comunque, problemi!
Certo è, che ci sono tanti, tantissimi passaggi da sottolineare, tanti tantissimi pezzi di sensibilità, di profondità che intessono questo romanzo. Continuo a essere combattuta, tra la passione per un autore profondo e sensibile, e le aspettative di una lettrice troppo prepotente. In questo secondo romanzo sono ancora presenti parti, secondo me, inutili, pesanti. Eppure c’è un’evoluzione evidente rispetto al primo. Un’evoluzione enorme. ‘vorace e dolcissimo come nessuno prima di lui’ ‘Tutte quelle cose erano sopravvissute alle persone che le avevano amate’ Che volete farci, io amo il noir, il noir è la mia casa… ecco, forse, il perché ho questo rapporto contrastato con i libri di Mirko Zilahy. Sento dentro una profonda attrazione per il mondo in cui Mirko cerca di portarmi (e questa volta, ancora di più rispetto al precedente romanzo, perché la Roma che descrive, e soprattutto Bomarzo, mi hanno riportato a una me bambina che ho amato incontrare di nuovo); eppure, sento ancora qualcosa di troppo costruito. Qualcosa di cui, secondo me, questo promettente autore dovrebbe liberarsi, lasciando andare il suo vero sé, lasciandolo venire fuori oltre i suoi riuscitissimi Enrico, professor Biga, Cristina (donna che io adoro, veramente e di cui apprezzo ogni parola scritta su di lei da Zilahy, donna attraverso la quale l’autore tira fuori tanta, tanta sensibilità). Sotto il thriller, c’è di più. Lo sento e lo voglio leggere. E lo voglio leggere con calma, e rileggere. Perché questo è un libro da leggere una prima volta, in quanto thriller, e una seconda volta, in quanto romanzo che ti porta altrove, dentro un mondo difficile da esplorare e che Zilahy cerca di fare nostro, di noi lettori. Ed è un romanzo che fa venire voglia di leggere il prossimo e di leggere, soprattutto, qualcosa d’altro, scritto da Zilahy. Qualcosa che vada oltre questa trilogia, qualcosa che superi i thriller, qualcosa che ci porti davvero dentro l’immaginario, immaginifico mondo di Mirko Zilahy. Qualcosa che sia davvero ciò che Zilahy vuole raccontarci.
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“La forma del buio” è un thriller in cui tutti gli ingredienti della suspense psicologica vengono dosati con cura e in modo originale dando vita a una storia avvincente in cui il nero, si dice sia il colore degli incubi, prevale. Realtà e visioni si confondono e ipnotizzano il lettore fino all’ultima pagina. Non si può non lasciarsi coinvolgere dall’indagine che non è solo la ricerca di indizi per catturare il colpevole, ma è anche la possibilità di far luce sulla natura dell’essere umano.
Tra i primi omicidi e il finale sorprendente c’è un mondo fatto di forti emozioni in cui la mitologia ha un ruolo predominante e i personaggi si muovono tra pericoli, crudeltà, paure e solitudine. Gli omicidi sono solo la punta di un gigantesco iceberg dell’orrore, tra il killer e i suoi antagonisti si svolge più un duello mentale ed emotivo che fisico. Alcuni capitoli mettono in luce il passato del killer e ci svelano la sua storia nascosta dietro i macabri attuali avvenimenti. Questo mi ha permesso di comprendere meglio le dinamiche che conducono agli omicidi. Anche gli altri protagonisti del thriller, pur svolgendo ruoli ben definiti, mostrano una continua evoluzione del loro essere svelando il filo che unisce il passato al presente. La mente diventa un luogo di conflitto in cui si erge una incrollabile convinzione: per dominare il caos e riportare la giustizia nel mondo bisogna eliminare i mostri. […]
Lo sconvolgimento emotivo è assicurato, leggendo il romanzo tutto vi apparirà chiaro. I mostri che vivono negli incubi del killer rappresentano ciò che sfugge alla realtà attraverso molteplici trasformazioni. Sta a noi trasformare le paure generate dai mostri in qualcosa di positivo. A voi scoprire cosa vi riserva “La forma del buio” un thriller senza cali di tensione, dal ritmo serrato e dall’intreccio laborioso ma sicuro. Mi piace l’abilità narrativa da cui i personaggi prendono vita, mai statici ma in continua evoluzione. Mirko Zilahy è un abile narratore che, son convinta, ci stupirà ancora con i suoi prossimi lavori.
Un'altra complicata indagine per il commissario Enrico Mancini in "LA FORMA DEL BUIO" di Mirko Zilahy (Ed. TEA). Roma è nuovamente nelle mani di un serial killer, che uccide brutalmente le sue vittime e poi le ricompone, minuziosamente, come fossero sculture della mitologia ellenica, macabre copie umane del Laocoonte, del Minotauro, di Medusa. "Quello che la stampa chiama lo Scultore è un uomo alla ricerca di un museo in cui esporre le sue opere e raccontare la sua storia. E questo museo è Roma". Ma l'assassino vuole veramente creare un capolavoro? È alla ricerca di un grande palcoscenico come dicono i giornali? Oppure non c'è nessun messaggio, nessuna ricerca di pubblico e tutto questo lo fa solo per risposta al caos generato dalla sua mente malata? "Il caos è un male necessario. È il padre della paura che è madre della fede. Senza la paura del demonio viene meno il timore di Dio. Senza i mostri, non esistono eroi". Sulle sue tracce, ancora una volta, Enrico e la sua squadra. "Lui che era il più grande, sì. E poi ha smesso di credere. Si è lasciato andare. Si è messo in pausa dalla vita". Ma non dal lavoro di commissario. Chi meglio di lui, col suo pesante carico di tormenti, vertigini, sofferenze, incubi, fantasmi può trovare quel "mostro" che terrorizza la città? Un'altra prova magistrale per il commissario Mancini, nella sua quotidiana lotta contro i "mostri" (fuori e dentro di sé). Per la Roma "del sotto e del sopra". E per Mirko Zilahy. La sua potente scrittura visionaria, a tratti spaventosa, che mi aveva letteralmente paralizzato dalla paura nel primo romanzo, inizio ora ad amarla sempre di più. "Roma, la città dei morti, lo coccola nel suo grembo di cunicoli, sotterranei e catacombe. E lui ha imparato ad amarla. Come fosse la sua grande cella. Nessuno sa della sua missione, nessuno lo capirebbe. Nessuno perdonerebbe il cacciatore di mostri se sapesse cosa fa di notte, quando ha più paura che mai. Quando esce in cerca delle sue prede mostruose".
E' la prima volta che leggo un libro di Zilahy e nonostante si tratti di un secondo episodio, ho comunque amato molto questi personaggi. Si capisce dalla narrazione che tutti i membri della squadra di polizia che lavorano stavolta al caso di un assassino seriale, sono già conosciuti al lettore, ma la cosa non dà fastidio, anche se spesso c'è qualche riferimento "alla volta precedente". Questo assassino è un vero e proprio cacciatore, uccide le sue prede e poi le trasforma in mostri mitologici e nonostante sia tutto ben descritto nei minimi particolari, (forse l'uso degli aggettivi mi sembra un po' eccessivo, sono più un tipo da metafore) non si può non godere delle atmosfere regalate dalla città di Roma, sfondo di queste atrocità, ma bellissima. Si toccano luoghi conosciuti, ma anche posti più nascosti e meno famosi, che all'improvviso mi è venuta voglia di visitare. Nell'insieme il romanzo è un thriller/poliziesco dalle note molto noir, c'è del macabro in questi omicidi e l'atmosfera generale è molto misteriosa, ma i ragionamenti seguiti dalla squadra per arrivare a catturare il killer sono delle vere e proprie lezioni di criminologia; il tutto condito dalle affascinanti storie dei singoli protagonisti, il commissario Mancini in primis, che sta affrontando la ripresa dopo un lutto importante ed è quindi in lotta con se stesso e non riesce a concentrarsi sul suo lavoro. Ho apprezzato molto anche le note dell'autore alle ultime pagine, dove egli stesso spiega come e perché è nata l'idea per questa storia, e dove vuole andare a parare raccontandola. Bravo Zilahy, ci leggeremo presto.
Un altro caso attende il miglior profiler di Roma, l’ispettore Enrico Mancini che, con l’aiuto della sua squadra, deve riuscire a fermare uno spietato serial killer soprannominato ‘lo Scultore’, dalla singolare abilità di dare forma al buio e di plasmare le sue vittime secondo il modello di creature mitologiche.
Mirko Zilahy, alle prese con il suo secondo romanzo, riesce a dar vita a un thriller emozionante e ricco di colpi di scena, catturando il lettore e trascinandolo dal mondo della realtà al suo immaginario. L’autore rende omaggio all’opera dello svizzero Carl Gustav Jung, uno dei padri della psicologia analitica, incentrando La forma del buio sui misteri della psiche umana e delle sue percezioni. E si rivela davvero abile nel focalizzare la storia sulla devianza di una mente perversa e nel catalizzare su questo aspetto tutta l’attenzione del lettore.
Sullo sfondo di una Roma di cui è facile contemplare l’eccellenza artistica – la Galleria Borghese e i capolavori di Tiziano, Caravaggio e Bernini – si muovono personaggi tutti in fase di cambiamento e pronti a subire una vera e propria metamorfosi.
Un thriller psicologico coraggioso che porta il lettore a scavare nel suo io interiore e a fargli compiere un autentico viaggio dell’anima, mettendolo a confronto con le sue paure e con le sue visioni.
Questo incredibile romanzo mi ha riportato alla mente un brano del grande Giorgio Gaber, I mostri che abbiamo dentro: direi che avrebbe fatto proprio al caso!
La primera entrega al menos tenía lo interesante de los escenarios y el gore salvaje. En este, es más de lo mismo, pero sin los escenarios. Nuevamente se abusa de la licencia para hacer cosas imposibles en la literatura, pero como decía con el otro libro... hay límites. Empezamos con un asesinato casi ritual (o así parece) y los pobres diablos son puestos en una galería en forma de exhibición de una bestia mitológica. Una galería sin ningún tipo de seguridad, ni cámaras, ni nada. Total... estamos en 1810... o al menos parece que eso piensa el autor.
Lo bueno de este libro es que finalmente se resuelve el grandísimo misterio del primer libro: ¿Por qué Mancini siempre usa guantes? Impresionante.
Una cosa que veo que no gustó a mucha gente (pero a mi si me gustó) es que en el primer libro se desarrollan mucho los personajes, y en este... salvo (creo que Rocchi, el forense) que tiene una historia de telón de fondo interesante. En esta entrega los personajes no avanzan más, ni siquiera Mancini.
Finalmente, otra cosa que abandona un poco, es el trabajo en equipo, que era destacable en el primer libro. Cuando ya toca desenmarañar el asunto, porque ya se tiene que terminar el libro, sucede que Mancini se las sabe todas de todas de mitología griega, y romana, y Tolkeniana, y nórdica... vamos, un erudito, tanto que te preguntas por qué no resolvió el misterio 200 páginas antes.
Malito... aburrido... quizás la única parte entrañable es cuando
« La storia si evolve in modo deciso e coinvolgente fin dalle prime pagine trasportata da un ritmo narrativo serrato ed avvolgente, intenso e carico di tensione in grado di catturare attenzione e curiosità del suo lettore senza il minimo sforzo. Lo stile di Zilahy si conferma in tutta la sua magnetica coesione fino ad arricchirsi di elementi nuovi e sorprendenti, perfettamente capaci di tessere una trama intricata ed intrigante sotto ogni punto di vista. Una vera e proprio corsa contro il tempo quella intrapresa dal commissario Mancini e la sua squadra che spinge e permette al lettore di creare un approccio diretto e d'impatto, intimo e psicologico con le due facce della stessa medaglia: il bene e il male, infatti, si affrontano e si sfiorano più volte durante la narrazione arrivando a delineare confini mutevoli e tutt'altro che definiti. La Forma del Buio è quel genere di romanzo che cambia il lettore. Lo travolge grazie ad un tripudio di sensazioni ed emozioni contrastanti. Lo stravolge nella sua essenza più pura e profonda. Lo guida attraverso percorsi oscuri, incomprensibili e tortuosi. Lo confonde creando un senso di inquietudine quasi tangibile senza mai rivelare nulla più del dovuto, lasciando galleggiare un sentore di irrequietezza pronto a scombinare le carte in tavola, all'improvviso. »
"La forma del buio" è un romanzo che mescola con destrezza, l'eleganza di una scrittura colta e ricca di dettagli con una trama velatamente thriller a mio avviso molto noir/poliziesca. Degno secondo capitolo di "E' cosi che si uccide", si riparte da dove avevamo lasciato i nostri amici, bisogna ammettere che Zilahy ci sa fare con le parole, lascia in memoria al lettore qualche dettaglio macabro e cruento descrivendo situazioni al limite della realtà. Questo romanzo in cui il killer ha un disegno ben preciso, questa Roma tetra e lugubre molto simile alla Londra dell'epoca vittoriana, accompagnano il lettore in un viaggio che lo condurrà al male assoluto per dimostrare che non sempre il male si cela dietro a quello che ti aspetti, ma alle volte sa sorprendere perché il male non ha passato più oscuro del presente. Il ritmo è quello tipico del primo romanzo quindi un po' lento, tuttavia l'atmosfera thriller non ne risente più di tanto, a tratti Zilahy dimostra di sapere regolare il ritmo in base all'esigenza della scena in atto, in alcuni punti si sente il ritmo calzante e palpitante del thriller. Non voglio assolutamente anticipare nulla su questo romanzo, perché merita assolutamente di essere letto e assaporato in ogni sua singola parte; quindi non posso che consigliarlo vivamente a chiunque cerca un thriller diverso da solito, sottolineando ancora una volta la scrittura eccelsa. Bravissimo Zilahy! Aspetto con trepidazione il terzo capitolo!
“La forma del buio” è una storia di contrasti, un romanzo che racconta la dualità che alberga nell'animo del commissario Mancini e del suo antagonista, lo spietato killer definito “lo Scultore”, una descrizione della Roma dei parchi e del verde in contrasto con quella oscura dell'archeologia industriale dipinta nel primo romanzo di Zilahy.
Dopo il caso dell'Ombra, risolto non senza sofferenza, tornano Enrico Mancini e la sua squadra, a caccia di un nuovo omicida seriale che sta sconvolgendo Roma lasciando le sue vittime esposte al pubblico come mostruose sculture di carne, esseri mitologici che rappresentano i mostri della sua mente, la forma del suo buio.
Zilahy costruisce un intreccio notevole, cimentandosi in una storia nella quale si percepisce fin da subito una buona crescita stilistica, con un ritmo serrato che tiene incollati al libro dalla prima all'ultima pagina. Ricco di riferimenti, è un romanzo che presenta quell'attenzione al linguaggio che si conferma essere tratto distintivo dell'autore.
Una lettura consigliatissima, con l'appunto di prestare attenzione ai dettagli di una storia dai molteplici livelli interpretativi, in attesa di scoprire dove ci porterà il terzo episodio che avrà come protagonisti il profiler Enrico Mancini e la sua squadra.
La forma del buio, romanzo di Mirko Zilahy, è una lettura assolutamente trascinante ed appassionante. Sono sempre attratta dai libri con la copertina flessibile soprattutto se dell’editore tea al modico prezzo di 5euro. L’ho individuato per caso e sono pienamente soddisfatta di tale scoperta. Il libro di circa 400 pagine è ben scritto, dialoghi coinvolgenti e tensione sempre in scena. Il romanzo, ambientato a Roma, narra delle vicende del commissario Enrico Mancini e della sua squadra di collaboratori impegnati nella ricerca di un serial killer soprannominato lo Scultore. Tale nome gli è stato affibbiato in quanto il suo è un macabro lavoro di artista, lo Scultore mette in posa le sue vittime, crea delle vere e proprie opere d’arte prendendo ispirazione dalla mitologia classica. Questo personaggio, che vive e si muove tra i labirinti sotterranei di Roma, viene raccontato sia nel presente che nel passato attraverso flashback che piano piano ci illustrano interamente la sua natura. L’autore con la sua scrittura coinvolgente ci fa immergere completamente nella mente di questo “mostro”, nella sua crudeltà efferata. D’altro canto, però, riesce a farci quasi provare una certa compassione e tenerezza verso il personaggio. Con la sua scrittura magnetica e scorrevole e con la trama interessante e ben sviluppata merita 5 stelle.
Secondo libro della serie di Enrico Mancini, il commissario romano creato da Mirko Zilahy. Metti un profiler che ha studiato a Quantico e improvvisamente la città in cui vive si riempie di omicidi seriali. Eh, già! In questo caso, la città è Roma e dopo le vicende che hanno visto l'omicida seriale chiamato l'Ombra quale protagonista nel primo libro della serie, un altro efferato omicida è il protagonista di questo libro. La squadra protagonista è sempre la stessa, i problemi personali sono rimasti pressoché irrisolti e il nuovo assassino è decisamente perverso: raffigura con i suoi omicidi i miti greci metà uomini e metà animali. Le scene del crimine sono decisamente cruente e portano i protagonisti nelle fogne di Roma più e più volte. L'ho letto molto velocemente grazie allo stile di scrittura fluido e accattivante (anche se ho dovuto più volte andare a cercare dei vocaboli di cui non conoscevo il significato: tutta cultura, spero!) e anche alla brevità dei capitoli. La storia stessa dell'assassino è piuttosto inquietante e alla fine capisci che i mostri, spesso, li creiamo noi.
Mirko Zilahi ha superato alla grande la prova più difficile per uno scrittore: quella del secondo libro. Dopo l'uscita di "E' così che si uccide" difficilmente immaginavo potesse fare di meglio. Mi sbagliavo. Il team investigativo alla caccia del nuovo serial killer, lo scultore, è lo stesso del primo libro ma i personaggi sono in evoluzione psicologica. E' tutto è reso magistralmente nel corso del racconto. Il ritmo narrativo è serrato ma, a tratti, anche lirico. La trama è avvincente e il finale .... non posso dire nulla! Di fronte alle pagine di Zilahi non c'è solo un thriller avvincente e ben scritto, c'è una vera e propria opera letteraria. Aspettiamo con ansia il terzo racconto. Ottimo lavoro!
Primo libro di questo autore che leggo e ne sono rimasta molto colpita. La storia si svolge a Roma dove la popolazione è improvvisamente minacciata da un serial killer che sembra scegliere a caso le sue vittime e che riesce a sfuggire alla mano della giustizia. Sul campo troviamo il commissario Enrico Mancini e la sua squadra composta da Walter, Caterina e Antonio a cui si aggiunge Alexandra studiosa di mitologia interpellata per dare una lettura alla posa in cui vengono sistemate le vittime. Niente sembra portare al colpevole, tutto sembra sfuggire all’intuito del commissario, la vita presente e del passato si intreccerà e tutto servirà a portare alla soluzione del caso. Una lettura piacevole, scorrevole e che consiglio agli amanti dei gialli ambientati in Italia.
Magistrale prova di scrittura. Acuto, coinvolgente, persino commovente. La trama e’ intrigante, incalzante, visionaria...il lettore si perde in una realtà tanto irreale quanto vera. I personaggi sono ormai vecchi amici con cui vorresti interagire e che ti mancano fin da quando intuisci che la storia sta volgendo al termine. Ma la vera protagonista è la scrittura, regina indiscussa, primadonna nel corso della lettura, talmente elegante e ammaliante da dover tornare sui passi già fatti e ripeterla per farla propria.
10 giorni di totale immersione fra relatà e illusione, su quel sottilissimo filo su cui stare in bilico per non perdere la ragione. Un viaggio fra i sotterranei della capitale e i suoi meravigliosi parchi a cielo aperto. Un viaggio nel proprio io interiore, là dove i ricordi e la mancanza prendono il sopravvento e danno origine alla paura di continuare con la propria vita, sempre in bilico fra il rimorso di dimenticare e la voglia di riprendere le redini in mano.
Bella questa Roma, una città piena di sfaccettature, di luoghi affascinanti ed inquietanti, che porta in sé i segni del tempo, delle età stratificate. Una città che osserva, non è complice ma ospita il bene ed il male in ugual misura. Un giallo basato più sul lavoro investigativo che sul colpo di scena, una squadra affiatata, un commissario troppo dolente per essere simpatico ma che ci piace comunque anche solo perché non cerca la nostra simpatia.
Romanzo molto bello. Partivo un po' prevenuto basandomi sul giudizio di mia madre che lo aveva letto prima di ma, ma mi son dovuto ricredere perché la storia è avvincente e il ritmo incalzante che non vedi l'ora di arrivare alla fine