Com'è e come non è, qualche giorno fa, ho finito di leggere Leggenda Privata, di questo tal scrittore, Michele Mari, del quale alcune persone, a dire la verità, mi avevano accennato, sebbene un po' en passant: «Bravo, questo Mari, bravo!», mi dicevano, distratti, col sorriso a fior di labbra, salvo poi scuotere la testa, come per riprendersi, e tornare a parlare d'altro. Ora, l'unica domanda sensata che riesco a formulare è: Perché non mi hanno parlato di Michele Mari più spesso? O meglio: Perché tutti non parlano di Michele Mari tutti i giorni, come sarebbe giusto?
Non è data di saperla, ohibò, la risposta a queste (a mio avviso) legittime domande. Sicché, non mi rimane che parlare del libro. Ma per dire cosa?
Per esempio, che era da molto tempo che non rimanevo colpito da cotanta e potentissima ricchezza lessicale. Ogni pagina di questo libro è una primavera di suoni, segni e significati, che fiorisce sotto gli occhi del lettore e si cristallizza nelle sue emozioni. Appena terminato il libro m'è venuta voglia di ricominciare a leggerlo - cosa che, comunque, pianifico di fare - per soffermarmi con più attenzione sul mistero di quelle parole nuove dal respiro così antico, carpirne il segreto, provare a dominarle. Leggenda Privata non solo è un libro che ti insegna nuove parole italiane, ma che ti ricorda che cos'è la lingua italiana, ti illumina sulle sue possibilità, ti apre nuovi orizzonti e tu, povero lettore in balia di quel concerto semantico, non puoi far altro che arrenderti alla vertigine dello spettacolo.
C'è però da aggiungere che Michele Mari non è uno sborone della parola. Ogni sua acrobazia e infiorettata hanno il loro perché e, soprattutto, non infastidiscono. Al contrario, accarezzano. In pratica, Mari è il primo della classe e, allo stesso tempo, anche il più gentile, il più simpatico, il più amato, quello che magari ti fa copiare la versione e non ti fa pesare i bei voti. Anzi, sotto sotto, agli esami di maturità va a finire che fai il tifo per lui.
Finalmente, parliamo un po' di cosa parla, questa Leggenda Privata. Torturato da una serie di demoni accademici, Mari si decide a offrire in sacrificio all'altissima e mai contenta Dea della Letteratura la proprio autobiografia. I tempi sono maturi, e quest'autobiografia s'ha da fare, se no chi li placa, quegli spettri che si manifestano per molestarlo nel sonno, che lo minacciano, lo ricattano e gliene dicono di tutti i colori? Così, Mari si trova quasi costretto a scrivere della propria vita, che non appena la si scrive non è più nemmeno la propria. Di cosa scrive, dunque? Ricordi frammentari, e fra i frammenti troviamo pure fotografie, rivelatorie e iconiche, di due genitori tremendi, figli di altri genitori tremendi. Il padre di Mari era un genio, un uomo che si era fatto da solo, figlio di un uomo che si era fatto da solo, entrambi cresciuti a suon di mazzate e voglia di rivalsa sociale. La madre, una donna intelligentissima che frequentava artisti, scrittori e poeti, ma sprofondata in una depressione senza via d'uscita. Una depressione quasi compiaciuta, se non autoinflitta. Perché, in fondo, secondo lei, non sei veramente intelligente se non sei irrimediabilmente infelice. E poi: case, biblioteche, feticci, governanti repellenti, gelataie felliniane, la formazione della propria identità. E l'orrore. L'orrore di avere la consapevolezza di essere più compiuto, maturo e adulto dei propri genitori: due persone estremamente narcisiste, molto molto molto egoiste. Cioè, la consapevolezza di essere tu, figlio, il padre di tuo padre e di tua madre; e, quindi, di essere nato orfano, solo, con responsabilità che non sai nemmeno da dove ti siano venute, perché ti siano state attribuite.
Avrà mai fine, questo orrore? Oppure, anche a trenta, a quaranta, a cinquanta, a sessant'anni, si ritorna a tormentarsi con le solite voci, i soliti volti, le solite facce? Forse. O forse si può trovare un attimo di pace, si possono placare le voci e i volti degli spiriti che ti tormentano, nella biblioteca della porta accanto, assieme alla signora della porta accanto, che era sempre stata lì, accanto, ad amarti silenziosamente...
Così, si arriva alla fine di una storia che non è una storia, una confessione sui peccati di tutti e senza redenzione, se non quella della parola. Del resto, chi saremmo, noi tutti, senza tutte quelle parole?
«Così, come un paguro indifeso, mi sono dovuto cercare e trovare una bella coclea, spiraliforme, robusta, placcata di durissima madreperla: e lì stare, fra le mie parole e i miei libri».