Libero e Viola si stanno cercando. Ancora non si conoscono, ma questo è solo un dettaglio... Nel 2007 Libero ha prenotato un tavolo alla Locanda dell'Ultima Solitudine, per dieci anni dopo. Ed è certo che, lì e solo lì, in quella locanda tutta di legno arroccata sul mare, la sua vita cambierà. L'importante è saper aspettare, ed essere certi che "se qualcosa nella vita non arriva è perché non l'hai aspettato abbastanza, non perché sia sbagliato aspettarlo". Anche Viola aspetta: la forza di andarsene. Bisogno, il minuscolo paese in cui abita da sola con la madre dopo che il padre è misteriosamente scomparso, le sta stretto, e il desiderio di nuovi orizzonti si fa prepotente. Intanto però il lavoro non le manca, la collina di Bisogno è costellata di fiori scordati e le donne della famiglia di Viola, che portano tutte un nome floreale, si tramandano da generazioni il compito di accordarli, perché un fiore scordato è triste come un ricordo appassito. Libero vive invece in una grande città, in una casa con le pareti dipinte di blu, quasi del tutto vuota. Tranne che per un baule: imponente, bianco. Un baule che sembra un forziere, e che in effetti custodisce un tesoro, la mappa che consente di seguire i propri sogni. Quei sogni che, secondo l'insegnamento della nonna di Viola, vanno seminati d'inverno. Perché se resistono al gelo e al vento, in primavera sbocciano splendidi e forti. Ed è allora che bisogna accordarli, perché i sogni bisogna sempre curarli, senza abbandonarli mai. Libero e Viola cercano ognuno il proprio posto nel mondo, e nel farlo si sfiorano, come due isole lontane che per l'istante di un'onda si trovano dentro lo stesso azzurro. E che sia il mare o il cielo non importa. La Locanda dell'Ultima Solitudine sorge proprio dove il cielo bacia il mare e lo scoglio gioca a dividerli. La Locanda dell'Ultima Solitudine sta dove il destino scrive le sue storie. Chi non ha fretta di arrivarci, una volta lì può leggerle. Come fossero vita. Come fossero morte. Come fossero amore. Con una scrittura lieve e pervasa di poesia, tra giochi linguistici, pennellate surreali e grande tenerezza, Alessandro Barbaglia ci racconta una splendida storia d'amore.
LE biografie mi imbarazzano. Cioè, se sei Napoleone a trent’anni la puoi scrivere una biografia, perché no… se sei Gesù a trentatré anni puoi raccontarne di miracoli fatti… ma se sei Alessandro Barbaglia - e sfido chiunque ad essere Alessandro Barbaglia, è l’unica sfida che mi sento di vincere - che puoi aver fatto a 38 anni? (Santo cielo! Trentotto! Non ne ho mai avuti così tanti!) Comunque, eccola:
Alessandro Barbaglia nasce. Il che: gli cambia la vita. Lo fa il 30 agosto 1980. Lo aspettavano il 21. Il 26 erano tutti pronti, lui ha deciso di fare 30. Far subito 31 gli sembrava di cattivo gusto. Nonostante si ostini a dire pubblicamente di essere nato a Nizza per via di quella sua nonna francese (lei si, nata lì) è nato a Borgomanero e suo padre aveva deciso di chiamarlo Adamo. Il fatto che si chiami Alessandro, invece, dimostra che le mamme possono molto più dei papà, almeno sulla scelta del nome dei figli.
Fino al 1997 respira, vive e gioca a Miasino, sul lago d’Orta, là dove se glielo chiedete lui sostiene di abitare ancora. Studia a Novara al Liceo Classico Carlo Alberto e nel 1999 si iscrive a Giurisprudenza all’Università di Pavia. La città e la facoltà gli piacciono così tanto che nel 2006 si laurea in Lettere a Milano con una tesi su “A Sangue Freddo di Truman Capote”.
Il giorno dopo la tesi di laurea inizia a lavorare come collaboratore esterno del settimanale NovaraOggi. Nel 2008 viene assunto come giornalista da Tribuna Novarese dove colleziona: la finale del premio nazionale per il giornalismo d’impegno sociale (si classificherà tra i primi dieci, il premio lo vincerà Enrico Mentana), 5 querele per diffamazione (quattro assoluzioni e, una ancora prescritta).
Nel 2012 inizia a fare il libraio a Vercelli. Dal 2012 a oggi, con Fabio Lagiannella, ha organizzato eventi culturali e incontri con gli autori con oltre 350 scrittori tra cui Fabio Volo, Corrado Augias, Moni Ovadia, Alessandro Barbero, Francesco Piccolo, Mauro Corona e molti altri. Il 17 gennaio 2017 è uscito, edito da Mondadori, il suo primo romanzo: “La locanda dell’Ultima Solitudine”. Finalista al premio Bacarella - si è classificato terzo - Finalista del premio Asti - si è classificato secondo - è finalista al premio adotta un esordiente. La finale sarà a maggio: incrociamo le dita!
Perle di patata (non è una battuta, vedasi post scriptum) Sconta una non troppo misurata voglia di scrivere un bel libro, romantico e pieno di effetti sentimentali. Con parecchio baricchismo: va bene il periodare corto e secco, pazienza le frasi effettate (la casa blu, il cane vienqui, le labbra rosso nebiolo …. quanto ci ricama!), d'accordo il capitolare che saltella qua e là che tanto siamo ormai abituati al post-romanzo. Ma il troppo stroppia e soprattutto stoppa la voglia di andare avanti. Alla fin fine l'unica storia d'amore che si ha voglia di sapere come è andata a finire è quella della zattera partita per l'America (questa sì una storia con un cuore vero). P.S: la storia delle perle di patata io non l'ho mica capita. Mangi 10 perle di cuore di patata e ti sembra di mangiare quello a cui stati pensando o che ti è nel cuore. Se è un simbolismo me lo sono perso. PP.S.: ho ricevuto in dono questo libro dall'Autore (iniziativa anobiana in cui si chiedeva di partecipare con un ricordo). PPP.S: ho letto gli altri commenti, e ho capito l'inghippo: sono una lettrice completamente fuori target.
"La Locanda Dell'Ultima Solitudine" è un libro che ti promette tutto senza chiedere niente. Anzi, no, una cosa te la chiede: una cosa facile. Siediti e cercati, perché per capitare all'Ultima Solitudine stai cercando qualcosa, per forza, le navi mancate non ospitano tutti. La Locanda dell'Ultima Solitudine ti promette libertà, amore, ti promette anche un po' te stesso, ti promette di guarire dalla malattia che è la paura di vivere. E non lo fa trascinandoti in un circolo di eventi senza fine, anzi: ti chiede di sostare tra le pagine, il pugno sulla guancia, e ascoltare la storia accarezzando il cane di Libero mentre ti scovi dietro le parole. Ultima Solitudine è un racconto lento, morbido, intimo. Non te lo aspetti, eppure Libero ci insegna che, a volte, l'aspettare è molto più bello di quello che arriva alla fine, lui che ha aspettato dieci anni per trovare la sua Ultima Solitudine, la sua nave mancata, dal mare che non assicurava nulla se non di esserci, insieme al cielo, indivisibili. La Locanda dell'Ultima Solitudine è quel libro che non ti aspetti, e proprio per questo, quando arriva quasi per caso, sai che è arrivato il momento di fare i conti con la vita. E per questo, non puoi far altro che ringraziare.
Ho trovato il libro di una noia sconcertante. In primo luogo per l'apparato metaforico che regge l'ambientazione, così telefonato da risultare irritante: nomi parlanti a destra e a sinistra, la maggior parte dei quali piuttosto banali per altro. La trama è scontatissima e melensa, non racconta nulla di nuovo, solita storia d'amore già sentita mille volte. Il linguaggio vorrebbe sembrare colloquiale, rilassato, immerso nelle inversioni e nella sintassi del quotidiano, un misto tra Baricco e Fabio Volo praticamente. Solo che il risultato è una sciatteria lessicale pervasiva, accompagnata dall'uso ridondante di costrutti che sì, una volta ogni tanto sarebbero anche piacevoli, ma buttati a caso ogni tre per due regalano solo l'impressione che questo autore non possegga un bagaglio stilistico particolarmente ricco. Complessivamente deludente insomma. Il biasimo finale - almeno a questo giro l'autore non ne ha colpa - va alla copertina, che come qualità grafica (e lasciamo stare la devastante banalità del soggetto) ricorda i manifesti della sagra della porchetta di Chissaddove al Mare, frutto dell'ingenua credenza che qualunque paninaro possa fare un fotomontaggio con Photoshop. Solo che a Chissaddove al Mare i fondi scarseggiano, mentre si spera che in tutta la Mondadori un cristiano che sappia distinguere il mouse dalla tastiera ci sia.
Ho ricevuto questo libro dall'autore in cambio di una recensione onesta. L’aspetto di punta di questo romanzo è sicuramente lo stile di scrittura fresco, leggero e piacevole, capace di far divorare al lettore il libro in pochissimo tempo proprio per la sua scorrevolezza. La narrazione è composta da varie storie che, come accade esattamente per le persone, si intrecciano in modo inaspettato e casuale, creando legami ed un susseguirsi di eventi che, in un modo o nell’altro, portano ad un punto comune: in questo caso, il significato stesso del romanzo e la sua conclusione. La retorica alla base del libro tocca un concetto molto importante quanto sottovalutato, perché molto spesso, nel corso della propria vita, la gente si dimentica il valore del tempo e il piacere dell’attesa; per questo dico che il libro nasconde un messaggio accessibile solo a chi avrà tempo e piacere di aspettare.
Non so se gridare al capolavoro o ritenerlo solamente un esercizio di stile. Fatto sta che certe frasi sono davvero ben strutturate, molto evocative, musicali quasi. Altre volte invece mi sono sembrate troppo sdolcinate quasi a sfiorare dei luoghi comuni. La storia un po' troppo astratta.
"La locanda dell'ultima solitudine" è un romanzo delicato, bello, emozionante. Un romanzo dalle fondamenta solide, proprio come quelle della Locanda stessa. Entrerete in sintonia con il narrato e con la capacità dell'autore di raccontare, servendosi inizialmente di sole due voci, per assumere, via via, sfumature sempre più corali. Ogni personaggio è alla ricerca del proprio posto nel mondo e, a mano a mano che si racconta, questa locazione diverrà sempre più chiara.
“C’era una volta…” “ Ma perché una volta sola?” “C’era tutte le volte…” C’è Libero che nel nome ha tutto della sua vita ma che questa vita non sa come riempirla. E allora vive in una casa vuota, con scaffali vuoti, librerie vuote, armadi ordinati in ordine alfabetico e un cane che si chiama Vieniquì perché così il tempo che risparmia per chiamarlo lo usa per aspettare. Libero è il re dell’attesa. “Libero delle attese amava tutto, perché lui le attese le aveva accettate. E se qualcosa nella vita non arrivava è perché non aveva aspettato abbastanza e non perché fosse sbagliato aspettare”. Aspetta LEI, con i capelli il colore del sole, le labbra rosse come il nebbiolo e gli occhi blu come il cielo, come se fosse una cosa normale trovarla prima o poi nella sua vita, e non un miracolo che si avvera. Ed è così ottimista per la sua vita, sa che ogni cosa andrà nel modo giusto che decide di prenotare con un anticipo di dieci anni un tavolo per una cena alla locanda dell’Ultima Solitudine. Il suo destino è segnato, basterà solo sedersi ed aspettare il tempo che passa. C’è Viola, fiore fra i fiori, che con la mamma Margherita vive accordando i fiori scordati. In essi vivono i sogni, che vanno seminati in inverno e solo quelli resistenti al freddo e al gelo, spuntano dalla terra, germogliano e diventano fiori. E per farli parlare nel modo giusto hanno bisogno di cura. Anche Viola vive in un’attesa. Aspetta il ritorno del padre, sparito una sera dopo averle dato la buonanotte e nel frattempo gli scrive lettere, lunghe lettere che affida alle fiamme del camino. “La cosa peggiore non è non essere amati. E’ non essere amati più dopo esserlo stati”. E poi c’è La Locanda dell’Ultima Solitudine. Un posto in mezzo al nulla su uno scoglio isolato baciato dal mare, in cui gli spruzzi fanno gocciolare il cielo. Una nave mancata, con una sola stanza ad ospitare e un solo tavolo con due sedie impagliate che aspettano, con bicchieri lavati nel mare e asciugati nel cielo. Alla Locanda arriva solo chi sta scappando da qualcosa o chi sta inseguendo un posto lontano. Ed è lì, dove tutto è possibile, dove una perla ha il sapore di mille pietanze, che ogni favola diventa realtà e che la perseveranza vince. Una favola in cui ogni parola sembra avere un suono magico creando immagini che arrivano agli occhi, il sole che sviene nel mare e l’orizzonte diventa la cucitura di un sentiero possibile, un battito di ciglia una schiera di ballerine orientali che danzano, in cui si rimboccano le coperte dell’anima, in cui il sale sulla pelle diventa stella e ti fa universo. E’ un libro delicato, che forse non lascia molto ma che regala gentilezza, sogni e speranze.
"Che strana addizione quella in cui quando si aggiunge qualcosa, si ha l’impressione di aver meno di prima."
Ho acquistato e letto il primo romanzo di Alessandro Barbaglia incuriosita da due fattori: il primo è che è un libraio; il secondo è che con questa storia, la sua prima prova di scrittura, è stato selezionato per la sestina del Premio Bancarella.
L’incipit svela subito la profonda fede che il protagonista nutre per la vita.
Libero è un uomo che onora il suo nome, e vive privo di ogni peso materiale e morale, circondandosi di bellezza e di spazio.
Ma un giorno, come sempre accade nelle belle storie, a Libero viene donato un baule, o meglio; a Libero viene donato il contenuto di un baule. All’interno trova un biglietto da visita con un numero e delle vaghe indicazioni per un luogo, La locanda dell’ultima solitudine.
Ed è quello il momento in cui Libero scommette su di sé, e sulla sua vita, prenotando un tavolo alla locanda di lì a dieci anni.
Viola, la protagonista femminile del romanzo, è una donna che viola le regole imposte dalla società. Passa le sue giornate ad accordare i fiori scordati che si annidano attorno a Bisogno, per fare in modo che non abbiano più bisogno.
Libero e Viola si cercano, ma ancora non lo sanno. Ed è questo il bello del romanzo.
Libero è l’emblema dell’uomo che sa scegliere cos’è meglio per sé e per la sua vita, fino a quando le norme sociali non fanno capolino e non iniziano a influenzarlo.
Forse avere poco è in realtà non avere nulla? Forse circondarsi di molte cose, di beni materiali, di relazioni, rende l’uomo più felice?
Alessandro Barbaglia scrive in un modo diverso dal solito, sviluppa uno stile originale, e mostra al lettore le infinite possibilità del lessico della lingua italiana.
Questo romanzo è una vera cura per l’impazienza, per tutte quelle persone che non si fidano delle loro scelte, e che pensano di non essere destinati a nulla di straordinario nella vita.
La storia ci viene raccontata con uno stile e una tipologia di narrazione non di facile approccio, soprattutto inizialmente ammetto di non averci capito molto della storia e che mi abbia lasciato un po' dubbiosa. Anche a fine lettura ero molto combattuta, non comprendevo se la storia mi fosse piaciuta o meno, non sapevo proprio cosa pensarne. Forse proprio perchè è riuscita ad instillarmi questo dubbio significa che pur essendone inconsapevole quella locanda qualcosa dentro mi ha lasciato. Un romanzo che definirei onirico, surreale e metaforico ma allo stesso tempo così reale e veritiero da portare a riflettere su cosa davvero importa nella vita, su come troppo spesso ci accontentiamo di quello che abbiamo anche se non ci rende felici perchè più semplice e su come la vita a volte può sorprenderci. Tutto ruota attorno alla locanda che è il punto di partenza dei nostri protagonisti ed anche quello d'arrivo, dove si ritrovano e ricominceranno le loro vite. L'autore ha uno stile molto delicato, coinvolgente, che spiazza e cattura e ti trascina insieme a lui alla locanda dell'ultima solitudine, un luogo magico e unico che come una calamita attira Libero a sè e noi con lui. E' un romanzo che bisogna saper accettare per quello che è, non adatto alle persone che amano le storie concrete e razionali e che per la sua particolarità può avere secondo me un significato diverso per ognuno di noi. Se siete pronti per essere trascinati alla locanda dell'ultima solitudine ed entrare in un mondo quasi fiabesco ve lo consiglio.
“è una questione di sorte, la solitudine, no?” E così Libero , un po’ per sorte, un po’ per matematica, e un po’ per scommessa il 17 luglio del 2007 chiama la Locanda dell’ultima Solitudine e prenota un tavolo per due, per un’altra solitudine da accompagnare alla sua. L’appuntamento è fissato per dieci anni dopo. Libero, che ha un cane che si chiama Vieniquì e ha il dono di sparire – non scappare, sparire proprio- , sa che prima o poi troverà “lei”. Lei chi? La donna della sua vita, con le labbra rosse come il Nebbiolo, la donna con cui vivere una vita piena, che valga la pena. E una donna così la trova, ma sarà quella giusta? O starà sbagliando? Ma se sbaglia, sarà lo sbaglio giusto?
E poi cè Viola, che abita nel paese di Bisogno, alla casa del Petalo. E di mestiere accorda i fiori e ha in corpo il dolore per un padre che non c’è più, che è andato per non farsi vedere morire. A cui scrive lettere che puntualmente brucia. E dopo quell’assenza la madre di Viola ha iniziato a urlarlo, quel dolore, quel vuoto, quella rabbia. E ad un certo punto viola se ne andrà, per ritrovare se stessa e le proprie radici, spinta dal bisogno (in piccolo) ad allontanarsi da Bisogno e dalla menta che racconta bugie (lo fa perché la menta “mente”? …scusatemi, non ho resistito!).
E c’è Enrico, la sua storia, di come è nata la locanda e di una zattera che porta i partigiani dell’Ossola in fondo al mare o in fondo ad un sogno. Enrico che sbuccia patate e crea perle per veri intenditori. Che ospita l’uomo coi baffi che non sa morire perché non sa vivere.
E c’è don Piter, che ha il dono di saper suonare il pianoforte, ma la vocazione al sacerdozio, no. E ha un giardino con i fiori e gli alberi della Bibbia. Ed è sempre in punizione.
E Lena che dà il via al tutto (e quel tutto lo chiude), che è una specie di fata madrina, che alla locanda c’è stata per riprendersi la vita, se stessa, e lasciare chi le tarpava le ali (sarà per questo che crea aquiloni con materiali di recupero?) e che regalando un baule blu a Libero gli fa trovare il biglietto del locale.
“se non si rompesse mai nulla, non avremmo gli alberi, le farfalle, i pulcini e nemmeno..” “nemmeno..” disse Libero rapito “e nemmeno le rotte. Quelle delle navi -scherzò Lena- un vero peccato, no? Non navigare mai solo perché si ha paura delle rotte…”
Ecco, questo libro parla della bellezza di ciò che si rompe, delle paure da superare e delle solitudini da vivere e da condividere. È poetico, magico, pieno di bellezza , e racconta le loro storie, di tutti loro, che a ben vedere sono una storia sola. Che mi ha lasciato come la sensazione di aver assistito a qualcosa di bellissimo,commovente, speciale. Come quando si guardano le stelle e si percepisce un nistero, una magia che lascia senza parole, ma anche una tale sensazione di benessere che, alla fine, le parole non servono. Ci si gode lo spettacolo e basta, in beato silenzio.
Queste pagine sono Bellezza a portata di mano, una cura contro il cinismo, la tristezza e la bruttezza. Da leggere quando si ha voglia di entrare dentro qualcosa di speciale. Anche la scrittura, che ricorda un po’ Baricco, mi è piaciuta tantissimo. Per cui il mio voto è 5 stelle!
Pensiero per quando non vengono le parole Numero 189: I cocci, purtroppo, non si riesce mai a lasciarli da nessuna parte, ti seguono anche sul cocuzzolo della montagna. Forse l'unica cosa è sapere che ci sono e cercare di non tagliarsi troppo quando ce li si ritrova fra le mani.
Non sempre parlare di un libro è facile, perchè ci sono quelle storie che, superata la parola fine e chiuso il libro, ti lasciano spiazzata e anche un po' stranita. Così è per il libro di Alessandro Barbaglia. L'ho finito nel pomeriggio di ieri e c'ho pensato per tutto il resto della giornata: cosa scrivere sulla storia di Libero e Viola? O meglio, sulla storia della Locanda dell'Ultima Solitudine? Ragionando ragionando sono arrivata ad una soluzione, iniziare questa recensione con un consiglio: addentratevi nelle pagine di questo libro solo a mente libera e se anche a voi, come a me, piace sognare. Perché è questo che vi sembrerà di trovare, un sogno, in cui una Locanda, una nave mancata, che sorge su uno scoglio stretto tra mare e cielo, diviene un luogo non luogo, dove incontrarsi, dimenticarsi di vivere e ricordarsi di dover morire. Temi alti, profondi, di quelli che scavano l'animo del lettore e si annidano in lui ma che l'autore ha saputo trattare con leggerezza, quasi con gli occhi di un bambino.
La Locanda dell'Ultima Solitudine è punto di inizio della nostra storia ma anche fine, a creare un cerchio che unisce Libero, abitante della Città Grande, e Viola, vissuta da sempre a Bisogno. Non vi dirò cosa, come e perchè Libero e Viola si incontrano, ma vi dirò chi sono i nostri due protagonisti. Libero lo è di nome ma non di fatto, o meglio non più, perchè alla ricerca della sua Lei dalle labbra rosso Nebbiolo inciampa nell'errore e sposa la persona sbagliata, che gli riempie la casa ma non la vita e il cuore. Viola vive con la madre Margherita e come tutte le donne della sua famiglia ha il nome di un fiore e l'abilità di accordare i fiori, un ruolo e una vita che le stanno strette. E se Libero ama le attese, ne assapora il gusto e ne apprezza lo svolgersi, Viola non riesce più a stare lì, ad aspettare un padre scomparso da tempo a cui scrive lettere mai spedite e una nuova, ennesima idea della madre.
Quella che mi sono trovata a leggere è una storia intensa e densa di sentimenti, una storia che sa parlarti di amore e morte, vita e ricordo senza lasciarti con l'amaro in bocca ma con quasi un senso di pace e giustizia. Ti accompagna in questa sorta di luogo magico in cui si può mangiare solo in due, dove nessuno da tempo immemore ha pernottato e in cui semplici cuor di patate si trasformano magicamente nei piatti desiderati. E ti ritrovi a sperare che un luogo del genere esista davvero, che seguendo un cane nero, che inspiegabilmente puff, sparisce, ti ritrovi alla sua porta, dove tutto ha inizio e fine. Leggere questo libro vi farà entrare in una fiaba moderna, raccontata con dolcezza e buonumore, in cui il principe alla ricerca del vero amore c'è ma si perde dietro le lusinghe della donna sbagliata, un cane dal quanto mai azzeccato nome di Vieniqui sa sparire e la principessa di turno, praticamente orfana di padre, dovrà addentrasi nel bosco per trovare ciò che sta cercando in una Locanda su uno scoglio stretto tra mare e cielo.
Il mio primo pensiero, iniziando questo libro è stato: Se il libro dovesse essere bello anche solo poco più della metà della copertina, sarà uno dei libri più belli dell’anno. Perché la copertina è qualcosa di fantastico, qualcosa di cui mi sono innamorata la prima volta che l’ho vista e che mi ha stregato talmente tanto da decidere di comprare il libro praticamente senza aver letto la trama. Me ne sono innamorata talmente tanto che alla fine, quando ero indecisa tra le 3,5 e le 4 stelline, ho optato per la seconda opzione, solo per premiare la copertina.
La locanda dell’ultima solitudine è un libro che si divora in poche ore, complice anche la lunghezza. La locanda, una casupola fatta con del legno che doveva diventare una nave, è la vera protagonista del libro, quello dove tutto inizia e tutto finisce. Sembra un sogno, un posto magico, qualcosa di irreale, dove tutto cambia: la gente si dimentica di morire, i pasti sono composti da perle che hanno il sapore di ciò che vuoi, per cui ti sembrerà sempre il pasto migliore della tua vita. E dove la gente che attende si trova. Abbiamo poi Libero e Viola: due persone che non si conoscono e che hanno vite completamente diverse. Se non che entrambi sono alla ricerca di qualcosa, di se stessi, ma lo fanno in modo differente. Libero attende, aspetta che ciò che cerca gli cada praticamente addosso, sbagli compresi. Viola, invece, non riesce più a resistere in una vita che le sta stretta, e allora decide di agire. I personaggi risultano ben caratterizzati e molto complessi: sono personaggi a tutto tondo che contengono un po’ di ognuno di noi. Sono personaggi reali, per quanto vivano in un mondo del tutto irreale.
C’è stata però una cosa che proprio non sono riuscita a mandare giù del libro: lo stile. Anzi, per precisare, un piccolo dettaglio dello stile: troppe virgole. Praticamente c’era una virgola ogni 5 parole e dopo un po’ le ho trovate davvero ridondanti, in quanto spezzavano il ritmo del racconto.
Nel complesso, comunque, un libro veramente bello e profondo. Davvero consigliato.
Libero è il protagonista di questa favola dolce. Lui è uno che ama l'attesa in tutto, tanto che prenota con dieci anni di anticipo l'unico tavolo disponibile alla Locanda dell'ultima solitudine. Si perché in questo ristorante in cima a una scogliera, c'è un solo tavolo per solo due persone. E già qui occorrerebbe capire come sia possibile per un ristorante campare...ma vabbè è una favola, proseguiamo. Inoltre, la prenotazione di Libero è fatta senza sapere chi sarà la seconda persona, perché lui ama aspettare ed è convinto che l'attesa porterà sicuramente solo la persona giusta. Intanto Libero si sposa e vive un amore sincero, anche se dopo un po' di tempo si accorge che non è quello della sua vita. Viola è la seconda protagonista della vicenda, lei soffre della perdita del padre, vuole visitare il mondo perché il paese in cui vive è un microcosmo troppo piccolo. Anche questo è un contrasto con il personaggio di Libero che infatti vive in una grande città. Questi due opposti in qualche modo daranno sfogo alla loro attrazione. Ero molto contento di aver scoperto un nuovo autore italiano che mi era piaciuto molto con "La mossa del matto", vado così alla ricerca di altri titoli dello stesso autore e trovo questo, anche se non è un genere che apprezzo molto, sono in modalità fiducia. E invece resto molto deluso da questa favola con poco senso dentro un'idea all'apice del romanticismo confuso.
E’ la storia di Libero e Viola, due cuori, due anime che si cercano senza saperlo, che vivono la propria vita aspettando (lui) e scappando (lei). Sembrano vite parallele, destinate a non incontrarsi mai, a perdersi in molteplici esperienze che nulla hanno a che vedere l’uno con l’altra. E invece, come direbbe Venditti, “fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Libro davvero carino, pulito, scorrevole, ma intenso. Sembra una favola, con questa locanda al centro dei racconti, che sembra un luogo magico e senza tempo. In un’atmosfera sospesa tra realtà e immaginazione, i personaggi vivono immersi nelle loro speranze, nelle loro attese, nei loro incubi e nelle loro paure. E’ un piccolo romanzo che ci racconta che sapore ha l’attesa, che suono hanno i fiori, che colore hanno i ricordi, che profumo hanno i sogni e che consistenza hanno le assenze. Consigliato! “Ecco che cosa aveva che lo disturbava: un’assenza. E le assenze non vanno da nessuna parte perché nemmeno ci sono. E allora, hai voglia a cacciarle… Ecco perché è così difficile conviverci, con un’assenza. C’è, ed è come se non ci fosse…. “ “….quella era un’attesa diversa. Non era attendere qualcosa che si stava aspettando, era immaginare il ritorno di qualcosa che si era perso. Come per l’amore: la cosa peggiore non è non essere amati, è non essere amati più. Dopo esserlo stati.”
“Come ci siamo riusciti?” “A stare insieme tutti questi anni? Forse perché nella vita si incontrano tante persone sbagliate. E poi, se si è fortunati, si incontra la persona giusta.” “Ma va'... che storia stupida questa. Non esiste la persona giusta. Non esiste perché siamo tutti un po' sbagliati…” “Allora basta trovare lo sbagliato giusto.”
Un libro piacevole, uno stile di scrittura scorrevole e un'atmosfera magica. Una storia di amori, scelte sbagliate, scoperte, voglia di libertà e di incontri. 4🌟
La locanda dell'ultima solitudine è un luogo sperduto tra la realtà e la fantasia, circondata dal mare e cullata dal vento che permette di riscoprirsi, di guardarsi dentro e che insegna a vivere. Sono tre i motivi per cui vale la pensa andarci: si mangia bene, ci si può andare solo in due e perché ci impari a vivere. E quindi anche a morire.
Ho letto questo libro con il sorriso perché è un libro che coccola, la scrittura è piena e morbida, una scrittura giocosa che raccoglie le parole e ne fa castelli, ci sono mille stanze nelle parole, parole semplici ma acute. L’autore cura i cuori con fanciullezza creando un libro bello e antico, dove si incontrano personaggi fantasiosi e sognatori e poi ci sono i personaggi discosti che rivelano: rivelano le verità che i protagonisti non sanno o non vogliono vedere. Come nella vita reale. La Locanda dell’Ultima Solitudine è un pretesto per riprendere la propria vita e seguire i propri sogni. La Locanda è il nostro luogo del cuore dove tutto si sprigiona e ci fa sentire completi e nel posto giusto.
Sto scrivendo appena terminato il libro, a caldo. È un libro strano, che ha alcune cose che mj piacciono e altre meno. La storia è surreale, non è una vera storia, è come un lungo sogno, con tutte le cose inspiegabili che succedono nei sogni. Nessun colpo di scena, da pagina 1 sai come finirà. E quindi il buono è che è un libro che non ti mette fretta. Si gioca tanto sul vocabolario, con le parole con più significati, e a volte ho trovato artificioso questo gioco. Altri pezzi sono molto poetici ed evocativi. Insomma, leggetelo se siete in una fase meditativa della vita, se avete voglia di parole belle un po' fini a se stesse e di giocare con i sogni.
Bello, anche se strano. Fino alle ultime 50 pagine non ho praticamente capito nulla del storia. E anche la fine è abbastanza scontata. Però questo libro ha un non so che di magico, qualcosa che ti fa riflettere e ti spinge verso la locanda dell'ultima solitudine. Una calamita, come quella che aveva Libero per questo posto.
C’è tanto Baricco in questo libro che quasi non si nota altro. Peccato che così suoni come una cosa già sentita, e neanche troppo all’altezza del paragone. Frasi brevi, storie sopra le righe, destini che si intrecciano. Sono ingredienti che bisogna saper dosare e in pochi sono capaci a farlo.
Baricchiano già dal titolo e dalla copertina, regge bene l’urto del confronto e per quanto l’emulazione sia palpabile, quest’ultima vive di indipendenza orgogliosa quanto specifica. Non come margotta, bensì come talea.
Una storia davvero particolare che fondamentalmente è anche carina ma ho ci ho messo davvero fatica per comprenderla, per leggerla e sicuramente sarà un mio limite ma non mi è piaciuta. Libero e Viola si incontrano solo a fine libro e quindi la loro è una storia strana, l'intero libro è strano, è scritto in modo particolare come si leggesse altro e si faticasse ad entrare dentro la storia. Decisamente una storia che poteva avere del potenziale e che invece non è riuscita a trasmettermi molto.