Ultimamente faccio molta fatica a leggere: ho passato un paio di mesi in cui sono riuscita a leggere sì e no una decina di pagine alla settimana, e anche ora che, almeno da quel punto di vista, sembro essermi sbloccata, mi ritrovo ad essere sempre e comunque insoddisfatta di quello che leggo. Potrebbe semplicemente trattarsi di sfortuna, un brutto periodo in cui mi capitano solo letture mediocri o estranee ai miei gusti, oppure la colpa potrebbe essere mia, che sono disgustata da tutto e non riesco ad apprezzare nulla, in questo periodo.
Non so perché sto mettendo così le mani avanti, ma il fatto è che credevo davvero che questo romanzo mi sarebbe piaciuto. L'ho comprato quasi a scatola chiusa, quando era appena uscito, grazie ad alcune recensioni entusiaste, che parlavano di delicatezza e di perfetta disamina di tematiche delicate, e non vedevo davvero l'ora di leggerlo. Poi la vita si è presa i suoi tempi, ed io continuavo a rimandare e rimandare, finché un paio di giorni fa mi sono decisa, e ho iniziato a leggere.
Che dire, sono rimasta estremamente delusa, su tutti i fronti. Per carità, si tratta di un romanzo d'esordio, quindi sicuramente la Dato avrà tutto il tempo di crescere e sfornare innumerevoli capolavori, ma questo romanzo proprio non mi è piaciuto.
La scrittura è acerba, fredda, mi è parsa arrampicarsi in tanti esercizi di stile che però potrebbero essere attribuiti a chiunque, non c'è niente di personale in questo romanzo. Non so, mi è parso che la scrittura della Dato non si discostasse molto da quella di chiunque abbia frequentato un buon corso di scrittura creativa, e la cosa mi ha un po' rattristata.
Quanto alla storia in sé, non so davvero che dire. Non vorrei fare nessun tipo di spoiler, ma già leggendo la quarta di copertina si capisce tutto. Ma proprio tutto tutto. Non c'è la minima sorpresa, tutto è estremamente prevedibile, e la cosa lascia un po' di amaro in bocca, ecco. Per carità, non faccio parte della scuola di pensiero secondo la quale un buon romanzo, per essere considerato tale, deve avere una trama estremamente intricata e in grado di lasciare a bocca aperta il lettore, però se il punto forte non devono essere gli avvenimenti in sé, il libro deve basarsi su qualche altra cosa. Giocare con lo stile, far compiere al lettore qualche riflessione interessante, costringerlo a scontrarsi con pensieri scomodi... ma qui non c'è niente. “La figlia femmina” è un romanzo che parla di tematiche fortissime, tematiche che dovrebbero sconvolgere, a cui sono legate innumerevoli conseguenze, e invece qui sembra tutto trattato in maniera molto superficiale, solo come scusa per scrivere di qualcosa di estremamente pruriginoso, ma senza sobbarcarsi tutte le conseguenze del caso. Magari è solo una mia impressione, ma io quando leggo un romanzo scritto dal punto di vista di una donna che scopre che suo marito ha per anni abusato della figlia piccola, mi aspetto di uscirne quantomeno distrutta. E invece niente, questo romanzo scorre via come se niente fosse, come se nessuno si rendesse ben conto della portata di ciò di cui si narra.
La voce narrante è (quasi) sempre quella di Silvia (e già qui, la gestione dei punti di vista e delle analessi lascia molto a desiderare, confondendo il lettore e ingarbugliando una storia altrimenti semplicissima), moglie di Giorgio e madre della piccola Maria, una donna cieca, scialba, isolata nel suo mondo, incapace di vedere quello che la circonda e soprattutto priva della minima volontà di intervenire.
Silvia non fa altro che passeggiare per le vie di Rabat, assaggiando prelibatezze ai Suk e pensando a quanto sia bella la sua vita, e chiude fuori tutto il resto. Non importa che sua figlia Maria abbia comportamenti violenti verso gli altri e verso sé stessa, non importa che pianga, che non dorma la notte, che urli e strepiti, che abbia atteggiamenti sospetti con gli altri bambini, che faccia disegni inquietantissimi, non importa nemmeno che le maestre e la psicologa della scuola continuino a mandare a chiamare i genitori, sospettando che la bambina sia vittima di un qualche abuso. Non importa nulla, l'unica cosa che conta è che nulla intervenga a turbare la sua piccola bolla di felicità. Ma fin qui posso anche capire che cosa volesse mostrare la Dato: non voglio puntare il dito contro nessuno, non ho idea di quanto possa essere difficile accettare l'idea che una persona che amiamo possa fare una cosa così orribile, e posso capire che la mente umana attui dei meccanismi di difesa per evitare di doversi scontrare con delle realtà che non dovrebbero esistere.
Ad un certo punto, però, inevitabilmente i nodi vengono al pettine, e mi sarei aspettata una reazione diversa da parte di Silvia. Silvia resta invece impassibile: non c'è un solo pensiero negativo che Silvia rivolga al marito, mai. Quando ripensa a Giorgio, Silvia non fa che pensare a quanto lo amasse, a quanto la facesse sentire amata e protetta, a quanto abbia sofferto per la sua morte e a quanto gli manchi. Ho trovato questa cosa, francamente, raccapricciante. E ancor più raccapricciante è il modo in cui Silvia ripensa ai campanelli d'allarme che avrebbero dovuto farla riflettere sulla vera natura di suo marito: ci sono lunghissime pagine in cui la donna ripensa a Bibì, la figlia di amici in comune appena dodicenne, e il modo in cui la descrive è pieno di malizia e lascivia. Mi ha ricordato, inevitabilmente, il capolavoro di Nabokov, ma il problema è che, oltre ad esserci, ovviamente, una differenza abissale a livello stilistico, una descrizione del genere in “Lolita” funzionava perché veniva dal mostro, dall'uomo malato, dal pervertito. Qui no, qui certi termini sono messi in bocca alla madre di una bambina che è stata abusata per quattro anni, e sembra che questa donna non provi il minimo disgusto per quanto sia successo.
A coronare il tutto, poi, c'è una lunghissima scena finale, del tutto inverosimile e dilatata all'infinito, in cui la tredicenne Maria sembra tentare di sedurre il nuovo compagno della madre. Tornano le descrizioni lascive, e torna la ninfetta che sembra voler sedurre l'uomo maturo. Ma, di nuovo, un simile modo di descrivere la scena avrebbe avuto senso in bocca ad un pedofilo, non ad un narratore esterno.
E Silvia non fa niente, continua a non fare niente. Ha una figlia che non dorme la notte, che si ferisce, che ha smesso di andare a scuola, che non mette piede fuori di casa, e lei non fa niente. Non parla con lei, non la porta da un terapeuta, niente. Aspetta che le cose si aggiustino da sole, come per magia. Come se il tempo da solo potesse davvero guarire certi traumi. L'unico momento in cui Silvia sembra uscire dal suo torpore è quando finalmente si decide a cacciare il suo nuovo fidanzato (non commento nemmeno il comportamento schifoso di lui, perché è un personaggio talmente stereotipato e irrealistico che non credo valga la pena soffermarsi su questo), ma non tanto perché sia mossa dall'amore e dal desiderio di proteggere la figlia, ma solo per un terribile moto di gelosia. Quest'ultimo atto mi ha veramente disgustata, quest'ennesima colpevolizzazione della vittima si poteva certamente evitare (o si poteva cercare di riflettere maggiormente su questo: mi sta bene che si descriva Silvia come una persona disgustosa, ma la cosa deve essere problematizzata, non può essere solo accennata, come se niente fosse).
Mi dispiace molto, speravo davvero che avrei saputo apprezzare maggiormente questo romanzo, ma purtroppo così non è.