Mirra
Ei con Perèo mi lascia?... Oh rio cimento!
Vieppiù il cor mi si squarcia... (Mirra - Atto II, Scena seconda, vv.107-108)
La prima immagine di Mirra è già franta in due nette personalità, inframezzate da quei puntini di sospensione che, a differenza degli altri personaggi della tragedia, ne esprimono nel silenzio la lacerazione interiore; sicché, a differenza di Saul, non vi sono nemici né proiezioni, bensì un dramma interiore, incarnato dalla stessa Mirra, tra parola e silenzio, tra ragione ed impulso.
Mirra:
...Signor...
Ciniro:
Tu mal cominci: a te non sono
signor; padre son io: puoi tu chiamarmi
con altro nome, o figlia?
Mirra:
O Mirra, è questo
l'ultimo sforzo. - Alma, coraggio...
Cecri:
Oh cielo!
Pallor di morte in volto...
Mirra:
A me?...
Ciniro:
Ma donde,
donde il tremar? del padre tuo?...
Mirra:
Non tremo...
Parmi;... od almen, non tremerò più omai,
poiché ad udirmi or sì pietose state. -
L'unica vostra, e troppo amata figlia
son io, ben so. Goder d'ogni mia gioja,
e v'attristar d'ogni mio duol vi veggo;
ciò stesso il duol mi accresce. Oltre i confini
del natural dolore il mio trascorre;
invan lo ascondo; e a voi vorrei pur dirlo,...
ove il sapessi io stessa. [...] (Ibidem - Atto III, scena seconda, vv.60-74)
Protagonista indiscussa della tragedia è la parola, che in Mirra allude ad un inesprimibile dolore, su cui fa eco continuo il presagio di una morte purificatrice: nel gioco di reticenze, infatti, traspare un che di ineffabile e di istintuale che appartiene al mondo delle pulsioni, e che in lei si consuma in un tragico silenzio, a cui gli amorevoli cari vorrebbero recare beneficio mediante la parola stessa, nel tentativo di razionalizzare ciò che razionale non è.
E nel mostrare questo, Alfieri compie un balzo che sovrasta perfino le inquietudini romantiche di cui sarà egli stesso un inconsapevole precursore, e che approda verso un approccio psicanalitico: in Mirra vive il conflitto tra Es, l'incestuosa passione, e Super-Io, il rispetto di determinate convenzioni sociali e morali, a cui Alfieri consegna due forme espressive totalmente differenti e che rendono netta la frattura esistenziale che si forma nella protagonista, conferendole uno spessore tale da sovrastare quel ruolo che dovrebbe rivestire nell'opera.
Mirra:
Tu prima, tu sola,
tu sempiterna cagione funesta
d'ogni miseria mia...
Cecri:
Che parli?... Oh figlia!...
Io la cagion?... Ma già il tuo pianto a rivi...
Mirra:
Deh! Perdonami deh!... Non io favello;
una incognita forza in me favella...
Madre, ah! troppo tu m'ami; ed io...
Cecri:
Me nomi
cagion?...
Mirra:
Tu, sì; de' mali miei cagione
fosti, nel dar vita ad un'empia; e il sei,
s'ora di tormela nieghi; or, ch'io ferventi
prieghi ten porgo. Ancor n'è tempo; ancora
sono innocente, quasi... - Ma,... non regge
a tante furie... il languente ... mio... corpo...
mancano i piè,... mancano... i sensi. (Ibidem - Atto IV, scena settima, vv.289-302)
Se in Saul i conflitti interiori si compenetrano, manifestandosi poi in un inconsapevole delirio, in Mirra, invece, essi tentano di sopraffarsi in maniera lampante, al punto di avere, a differenza di quando accade col primo, l'impressione di trovarsi dinanzi ad una lucida figura che tenta di dominare quelle recondite pulsioni dovute all'Es che trasfigurano le figure del padre e della madre, rispettivamente, nell'oggetto del desiderio e nella rivale di cotale desiderio.
Alfieri, tuttavia, non si limita solo a dare voce e parola ad un duello psicologico - le cui sfumature rimandano in parte al complesso di Edipo freudiano - bensì arriva a mettere in atto una trasfigurazione patetica del personaggio, da innocente a colpevole, nel momento in cui viene costretta a tramutare il silenzio irrazionale in parola razionale, e con esso l'affettuoso padre, che mai viene meno al proprio ruolo genitoriale, rimarcando una certa atipicità della tragedia nel contesto tematico ed ideologico in cui si immergono tutte le altre - forse escludendo il già nominato Saul.
Mirra:
Ah! non è vile;... è iniqua
la mia fiamma; né mai...
Ciniro:
Che parli? iniqua,
ove primiero il genitor tuo stesso
non la condanna, ella non fia: la svela.
Mirra:
Raccapricciar d'orror il padre,
se la sapesse... Ciniro...
Ciniro:
Che ascolto!
Mirra:
Che dico... ahi lassa!... non so quel ch'io dica...
Non provo amor... Non creder, no... Deh! lascia,
tene scongiuro per l'ultima volta,
lasciami il piè ritrarre. (Ibidem - Atto V, scena seconda, vv.165-174)
A quel padre ad opera del Super-Io fa improvvisamente capolino il Ciniro dell'Es in correlazione all'iniqua fiamma che arde nel cuore di Mirra: la sua pietosa figura comincia a deformarsi, rea di un recondito ed incontrollabile sentimento che non può esprimersi: la sua parola si fa confusa: quella di Ciniro, tanto incredula quanto insostenibile: un'unica soluzione la possiede, offuscandone la ragione: con un chiasmo frantumato dagli ultimi soffi vitali, Alfieri ne riassume il triste dramma:
Quand'io... tel... chiesi,...
darmi... allora,... Euricléa, dovevi il ferro...
io moriva... innocente;... empia... ora... muojo...(Ibidem - scena quarta, vv.218-220)
Che, in fondo, è un dramma pienamente esistenziale, ma soprattutto umano, e che Alfieri col suo forte sentire ha saputo rappresentare in maniera credibile, coinvolgente, e penetrante.
E per quanto si possa avvertire il distacco linguistico - seppur io reputi Parini ben più complesso da leggere - permangono quelle ragioni che lo rendono un vero gigante della letteratura italiana: la potenza delle immagini da lui evocate e le riflessioni costruite attorno ad esse, ricche di spunti, feconde di idee, lontane nel linguaggio, eppure vicine nel contenuto.