Namur (Belgio), 1966. Nel corso di una visita alla chiesa di Saint-Loup, un malore colpisce Charles Baudelaire (1821–67). Il celebre poeta francese, da due anni stanziato a Bruxelles in cerca delle fortune non trovate in patria – al pari del collega e amico Victor Hugo (1802–82) – subisce un ictus, provocatogli forse dalla sifilide o dall’ingestione eccessiva di mercurio. Fatto sta che è costretto a tornare a Parigi (Francia) per una lunga agonia che avrà termine solo un anno dopo. Che cosa avrà pensato per tutto quel tempo? Quali immagini, quali idee, quali ricordi saranno passati per la testa di uno dei geni letterari del secolo?
A queste domande, nient’affatto necessarie – quali pensieri possono mai passare per la testa di un morente? – sente di dover dare risposta Bernard-Henri Lévy, narrando quindi ‘Gli ultimi giorni di Charles Baudelaire‘. Non un saggio biografico, poiché l’approccio è, per l’appunto, narrativo, con il poeta e gli altri personaggi trattati come personaggi e le loro vicende rielaborate secondo ponderata fantasia; né un romanzo vero e proprio, in quanto i fatti citati, in sostanza, derivano dalle notizie proprio biografiche. In sostanza, l’autore immagina che l’autore de ‘I fiori del male‘ (1857), tra un delirio e l’altro, ripercorra diverse tappe della sua vita: gli incontri con personalità celebri e non, episodi di vita vissuta, ossessioni, paure e affetti.
A rendere accattivante la narrazione dovrebbe essere una struttura da inchiesta, con varie personalità vicine a Baudelaire chiamate a testimoniare in prima persona del loro rapporto con lui, come la madre, l’editore Poulet-Mallasis, il critico Sainte-Beuve o Jeanne Duval, danzatrice franco-haitiana che gli fu da musa. Sarebbe stato un approccio molto interessante se la scrittura non fosse stata quella di un estimatore del poeta interessato a coltivarne più il mito che la realtà, poiché è il primo a importare di più al grande pubblico, così come a quest’ultimo si somministra meglio un romanzo che un saggio, dovendosi questo attenere a vincoli più stringenti.
Non una lettura inutile ma deludente, in ultimo anche dispersiva – si perde di vista, fra tanti testimoni, l’imputato – e non in grado di comunicare altro rispetto alle opere dello stesso morente. Nonostante la prosopopea dell’autore – vedi video sopra -, non riceverà il premio Goncourt 1988.
“Un falso vecchio! Un povero vecchio da commedia! Ora che il suo turno è giunto, proprio lui, che ha saputo descrivere così bene la vecchiezza degli altri, resta di sasso; già si annunciano in lui le fatiche mortali che precedono la morte, e nell’affrontarle si ritrova come un miscredente davanti a Dio”