"Abbiamo, così, da un lato una Parola sacra, libera, sovrana, dall'altro uno spazio indefinito che l'uomo si impegna a circoscrivere e che può essere il libro: libro profano, che vive dei nostri vocaboli, ma che la vicinanza di questi alla Parola sacra eleva all'altezza di quest'ultima.
[...] Sicché ci sono due libri in uno. Il libro che è nel libro – Libro sacro, austero, inafferrabile – e il libro che si offre alla nostra curiosità; opera profana, certo, ma d'una trasparenza che a tratti lascia intravedere il Libro che in essa è nascosto: improvviso lampeggiare d'un vocabolo ispirato, talmente immateriale, abbagliante, avido di durata, che per un breve istante può farci precipitare nel cuore d'una eternità folgorante, bianca, nuda. Eternità del verbo divino, di cui il verbo opaco dell'uomo è solo l'eco disperata.
[...] In quanto risposta definitiva e risolutiva, il sacro è muto. Si situa prima e dopo l'interrogazione.
La scrittura, che è interrogativa persino quando afferma, ed è sempre traversata da domande, è la nostra debolezza. Per questo appartiene all'ordine del profano.
[...] La scrittura, di opera in opera, è lo sforzo che i vocaboli compiono per estenuare il dire – l'istante – onde potersi rifugiare nell'indicibile. Il quale non è ciò che non può essere detto, ma proprio ciò che è stato detto in modo così intimo e totale che ormai dice solo questa intimità, questa totalità".