Comincio con l'unico aspetto positivo del libro, per il quale per altro do 2 stelle: lo stile estremamente didascalico di Buffa rende possibile segnarsi le informazioni salienti relative alle città o alle zone degli Stati Uniti di cui parla, informazioni interessanti per chi, come me, è appassionato di questa terra e ci tiene a conoscere dettagli e curiosità sulla stessa.
Queste informazioni, tuttavia, sono rare nel libro che è, invece, ricchissimo di osservazioni di natura estremamente personale e di discutibile interesse nel contesto della letteratura di viaggio.
In particolare, Buffa sembra ossessionato dal colore della pelle (aspetto che lui definisce sistematicamente "razza" o "etnia") delle persone che incontra e dalla loro classe sociale, nonché da ciò che lui immagina queste persone facciano, pensino e rappresentino nella società. Il suo giudizio è spesso inutilmente caustico e biased, come quando descrive i passeggeri di uno dei tanti autobus su cui sale e dice che "[s]ono tutti abbastanza giovani, metà neri, una coppia mista, lui americano, lei giapponese o coreana.": tralasciando "coppia mista", dal gusto ottocentesco, apparentemente non sa che esistono americani (da generazioni!) che sono chiamati "asioamericani" proprio perché hanno origini asiatiche. Questo suo giudizio, inoltre, è onnipresente, anche quando non sarebbe necessario, né ai fini della narrazione, né come chiarimento. Un esempio? Dopo aver dichiarato il colore della pelle di due uomini con cui conversa, scrive dopo poche righe che "[d]ei due il più aperto è il bianco Jeff, mentre il nero Morris è piuttosto conservatore.", nel caso non avessimo capito di che colore hanno la pelle.
Il suo modo di intendere il viaggio è limitato e, oserei dire, ostinato: per quasi metà del libro e, dunque, della narrazione/del viaggio, continua cocciutamente a comprare i biglietti del bus alla biglietteria (spesso sottolineando il cambio di itinerario durante la visita della città in questione allo scopo di raggiungere questa benedetta biglietteria), salvo poi svelarci candidamente che, comprandoli online, ha "i biglietti a meno di metà prezzo e senza andare in anticipo alla stazione a mettermi in fila". La stessa identica cosa si verifica con gli hotel: non sembra contemplare l'idea di consultare internet ai fini di trovare posti più economici, più strategici e di migliore qualità (e, badate bene, se non si lamentasse poi degli hotel in cui capita con la sua ricerca, per così dire, "sul territorio", andrebbe anche bene, ma il fatto è che se ne lamenta). Dà l'impressione, poi, di essere quel tipo di italiano che mangia cose che siano il più possibile simili a ciò che è abituato a mangiare a casa, condendo il tutto con un tono schizzinoso per ciò che i vari posti propongono da mangiare e per ciò che gli altri mangiano (evidentemente "de gustibus non disputandum est" o "paese che vai, usanze che trovi" non sono nell'enciclopedia personale di Buffa, nonostante abbia viaggiato molto).
Per quanto riguarda il linguaggio, si ha la sensazione che il libro sia stato scritto da persone diverse poiché si passa da espressioni estremamente antiquate e inutilmente ricercate (come "male in arnese" oppure "teoria" col significato di lunga fila di cose in movimento) a frasi brevissime, telegrafiche, che strabordano di parole ed espressioni informali, ma innaturali, abbinate ad errori in inglese (un esempio: "Thank’s").