Rino vorrebbe un’altra vita. Ha pochi amici, un lavoro monotono, un difficile rapporto con il padre. Il ritorno alla natura sembra essere la via di fuga: suggestionato dal Thoreau di Walden, si unisce a una comunità che vive nei boschi rifiutando tecnologia e consumismo. Neo-primitivi contro una civiltà malata. Un nuovo Eden? Non proprio: anche qui c’è un lato oscuro. E Rino capirà a sue spese quanto sia dolorosa la ricerca di un equilibrio interiore.
Un graphic novel intenso e amaro, specchio di una generazione confusa e inquieta, opera di una delle voci più originali e mature del fumetto italiano.
Si avvicina la stagione estiva e io, come alla fine di ogni anno accademico, sogno di fuggire dalla città e ritirarmi in mezzo ai boschi. Sull'onda di questo sentimento ho deciso di leggere questa graphic novel che sembrava fare al caso mio. Rino, il protagonista, che ha a che fare con una quotidianità complicata e insoddisfacente (va be', come tutti) decide di ritirarsi sugli Appennini con una comunità seminomade che vive a stretto contatto con la natura. Devo dire, che nonostante la soluzione un po' fastidiosa della voce narrante di Rino che ci racconta la sua vita, lui mi è subito stato simpatico, con la sua particolare fissazione di classificare scientificamente le persone in base ai loro tratti somatici. Anche la vicenda in sé mi è piaciuta, che non idealizza la vita nei boschi, ma ne mostra anche le difficoltà. Il finale però mi ha lasciata perplessa. Abbiamo un colpo di scena, che davvero non mi aspettavo e che ho apprezzato, ma tutte le questioni che sono state aperte in precedenza non vengono chiuse proprio in virtù di questo colpo di scena finale. Ok, è fatto apposta, però purtroppo la storia risulta incompleta.
Troppe situazioni particolari intriganti se prese singolarmente (la fissazione per le teorie di Lombroso, l'impiego nella ditta di rtitocco fotografico per le lapidi, le ossessioni alimentari ed ecologiche, ll padre reduce della guerra in Iraq...) ma che, premendo per essere emblematiche, finiscono per impedire la sospensione dell'incredulità, sfiorando a tratti il didascalico. Rimane una storia curiosa, il tratto mi piace, ma l'empatia non è scattata. Peccato.
La storia parte benissimo, con una narrazione diaristica, intensa e convincente, e una particolare caratterizzazione dei personaggi (specie l'amico del protagonista) e continua decentemente, mostrando avvisaglie di una non decisa direzione da prendere. Poi verso il finale si ha l'impressione che il racconto non abbia compiuto alcun percorso, che non ci sia una dinamica degna di nota. E infatti la crisi del protagonista arriva nel momento finale, e non si compie, rimane sull'ultima pagina. Come se tutto portasse a quel momento, anche se il momento arriva improvviso. Ne deriva un'impressione di incompiutezza che può piacere, razionalizzandola, oppure abbassare di molto l'impressione del lavoro. I disegni sono i tipici di Petrucci: figure arrotondate e verticali, pochi dettagli, una bicromia che è attraente a prima vista, troppo semplice sulla lunga distanza.