Ci sono decisioni che alle persone ragionevoli possono sembrare avventate, come accogliere un cucciolo di Jack Russell in una casa in cui la demenza mette già a dura prova l’equilibrio e la resistenza della famiglia. La quotidianità è già costretta e faticosa, le relazioni sociali praticamente svanite, la solitudine grande, e un cane di tre mesi con le sue intemperanze non può che complicare le giornate e aumentare la fatica, ma porta nuova vita e nuove relazioni che sostituiscono in parte quelle perdute, con altri cani, con altri ambienti, con padroni (o «genitori», come a volte chiamano sé stessi) di altri cani; si imparano cose che non si sapevano, non solo sui cani, ma sulle persone e su mondi ai quali la vita precedente la malattia non avrebbe dato accesso e che portano inaspettatamente amicizia e sollievo. E soprattutto, come dice Jon, uno dei passanti che si incontrano in questo libro, prendere un cane in una situazione difficile è forse un azzardo, ma in fin dei conti la cosa migliore da fare: «perché i cani ci parlano e ci consolano e ci guariscono dalle malattie dell’anima».
Delicata e intima raccolta di pensieri intorno a un giovane Jack Russel e all’accudimento del compagno affetto da Alzheimer. È scrittura del quotidiano sofisticata e ironica. Ho amato questo piccolo libro che, senza pretese, raggiunge temi universali come l’amore e la cura.
Intimo, raccolto, colto. Scrittura sulla quotidianità e sul lavoro di cura. Purtroppo manca di ritmo e di coraggio nella storia, quindi pur nella brevità non si legge velocemente.