Di questo libro ho amato tutto, anche se a tratti non è stata una lettura facile. Ho amato Napoli, presente, viva, mutevole, in continua evoluzione; lo sfondo delle vicende di questa famiglia, delle sue cadute e dei suoi tentativi di tornare ai fasti di un tempo, degli amori, delle gioie, dei dolori; delle nascite e delle morti — Napoli che si amplia, che si fa portatrice del progresso che i Morelli provano a cavalcare, cui provano a opporsi, che provano a capire. Ho amato gli uomini: ruvidi, sgarbati, sgradevoli, patetici, potenti del loro ruolo, disattenti nel loro spadroneggiare, piccoli, tutti quanti, codardi e ciechi e prevaricatori e violenti, che negli anni si vedono rimbalzare colpe in un gioco di scambi e malintesi che a loro non dice nulla — persi dietro al futuro e alle loro ossessioni: i soldi, la famiglia, i figli maschi, gli affari —, ma che è il filo conduttore del racconto anche quando il lettore sembra dimenticarsene. Ho amato le donne: imperfette, scostanti, litigiose, sgarbate, specchi rotti le une delle altre, tormentate da passioni e livori che non si possono — e non si sanno — dire. Ho amato Giuseppina, la più altra, la più estranea, marchiata a vita dalla verità delle sue origini, la linea sottile che cammina sempre tra realtà e follia e che lascia — o almeno ha lasciato me — con il dubbio irrisolto che un po' strega, forse, lo sia. Non tanto per le profezie alle cameriere e la voce che le sussurra nella testa, quanto per la sensibilità e l'empatia, il vedere tutto anche senza riuscire a comprenderlo. Ho amato Elvira, anche quando l'ho odiata, quando ero talmente irritata da dover chiudere il libro. L'ho amata nella sua umanità, nel pragmatismo e nella mente acuta, nel bisogno di avere e di tenere, negli amori tormentati che, come profetizzato, hanno segnato la sua vita e sono sfioriti tutti davanti a quello più importante — perchè alla fine è al benessere, alla sicurezza economica e a se stessa che Elvira si è votata, a ciò che non le permetterà mai di rivivere la miseria da cui il matrimonio l'ha tolta. E, più di tutti, ho amato Angela: litigiosa, viziata, bizzosa, volubile, smaniosa, innamorata — di se stessa, un poco, dell'unica adorata figlia femmina, dell'amore sbaagliato che non ha saputo riconoscere abbastanza presto e, soprattutto, della vita. Angela che perde tutto il perdibile a un passo dalla felicità. Angela che resta, però, come resta Teresa, che impregna ogni pagina con la maledizione della sua tragedia, con il gioco di colpe che si lanciano addosso agli uomini, ignari, come una partita di palla avvelenata. Il rebus degli anelli che fa da filo conduttore attraverso cinquant'anni di storia e di Storia, e che all'ultimo, quando sembra aver perso importanza, quando tutti quelli a cui poteva interessare non possono più farsene nulla, esplode — una bomba a mano, una caduta dalle scale — attizzato dal movemente più patetico e penoso e giusto: perchè anche la devozione più longeva, quando si scopre calpestata senza riguardo, chiede un prezzo.