Sono 3.5 stelle. Ho dovuto pensare cinque minuti se mettere 3 o 4 stelle, perché di pancia sarebbero state 4 ma, ragionandoci sopra (semicit.), ho mitigato un po' il mio entusiasmo. Si tratta in ogni caso di un buon romanzo che consiglierei per entrare in contatto con un dark fantasy ben scritto.
All'inizio mi ha dato un po' di difficoltà per due ragioni. La prima è che il costante parlare di punizione di Dio, Dio ci vede, Dio ci guarda, Dio ci giudica, eccetera, mi ha trasmesso le vibes da film anni '70 ambientato in un convento morboso, e non sono precisamente il mio genere di vibes. La seconda è che non riuscivo a prendere seriamente le premesse della storia. Suore armate picchiano mostri. Se fosse un film ci sarebbe The Rock e interpreterebbe un prete serafico e pacato che a un certo punto si strappa la talare, fa la danza dei pettorali e comincia a malmenare la gente con calici e ampolline. Alla fine viene tentato dai cattivi a passare dalla loro parte, sta per cedere, ma poi c'è un primo piano del suo volto, lui sorride e dice una frase del tipo "Non è Dio che ha scelto me, sono io che ho scelto Dio" e giù di botte da orbi.
The Rock: sono disposto a scrivere la sceneggiatura del tuo prossimo film. So che mi segui.
Tutto questo per dire: c'era una vena trash che mi faceva ridere a leggere frasi come "mostri nel Ticino". Sì, e poi? Demoni nel Bisagno?
Andando avanti con la lettura, la situazione migliora decisamente e direi che già dal 15% del libro queste due sensazioni erano sparite. Principalmente perché, oltre all'idea di base, di trash c'è ben poco, ed è tutto così mortalmente serio che la voglia di riderci su passa velocemente. Per quanto riguarda le vibes da convento di repressi, credo che farsele passare sia solo questione di abitudine e di empatia con i personaggi.
Quindi, superate queste difficoltà iniziali, il romanzo scorre che è un piacere, tant'è vero che l'ho letto in pochi giorni, e mi sembra abbastanza denso. Non ho trovato nessun conteggio parole online, ma non mi stupirei se raggiungesse le 200000. 200000 parole è Elantris, per dirne una, e nessuno oserebbe dire che Elantris si legge in pochi giorni. Cioè, magari sì, ma non perché ti prende, perché vuoi arrivare al sodo. Ira dei, invece, prende, e parecchio. Mi sono appassionato al personaggio di Adelca fin dalle prime pagine. Ho apprezzato il suo contrasto con l'ordine, e anche il contrasto con se stessa, con la necessità di trovare la forza di fare ciò che desidera, e la sua visione dell'amore, che cambia con il procedere della storia. Ho trovato interessante il modo in cui amore e ira si fondano in un solo personaggio ben delineato, tridimensione e prevedibile nelle sue scelte, il che è bene. Se io posso indovinare prima come agirà un personaggio, vuol dire che l'autore ha fatto un buon lavoro. Adelca è in grado da sola di sostenere un romanzo lungo e corposo, e anche questo non è banale, visto che esistono personaggi che non sono in grado di reggere da soli neanche mezzo romanzo più breve (sì, sto pensando a Starling, perché Isles of the Emberdark è ancora vivo nella mia mente).
Ho imparato ad apprezzare il worldbuilding, che ho trovato interessante, seppur non dettagliato. Ira dei non è di quei romanzi in cui percepisci che ogni dettaglio ha una caratterizzazione, ma va bene così: sono caratterizzati quegli elementi che hanno funzione per la trama. Ho apprezzato anche il sistema magico, interessante e originale, con limitazioni non esplicite ma evidenti (non viene mai detto che le Custodi imparino la Bibbia a memoria, il che significa che sanno usare la Retorica solo sui versi che conoscono; non è una limitazione sostanziale, ma funziona molto bene), molto immaginifico e molto ben reso. Il fatto che la Retorica sia dorata è una scelta stilistica che funziona e rende l'atmosfera che si vuole creare. Spesso nella mia mente immaginavo le scene come fossero dei mosaici altomedievali, con gli sfondi oro.
Il sistema magico ha anche delle falle. In particolare non sono affatto convinto che sia sempre usato in modo credibile. Per attivare la magia Adelca deve finire di pronunciare il versetto. E ci sono situazioni in cui i nemici hanno tutto il tempo di tagliarle la testa e usarla come jack-o-lantern prima che arrivi a metà. A volte no, specie quando sono presenti altre Custodi che proteggono, ma comunque non mi torna proprio sempre sempre.
Mi è piaciuta l'ambientazione storica molto ben curata. L'età longobarda è un periodo che conosco poco perché è fuori dai miei radar e non ho mai avuto occasione di studiarla, però qualcosa ne so e ho trovato il tutto molto credibile, e soprattutto ho trovato che contribuisca all'atmosfera. Sì, credo che l'atmosfera sia la parte meglio riuscita. Cupa e longobarda. Bello, mi piace.
Anche Wisegarda è un buon personaggio, e il dualismo e contrasto con Adelca funziona benissimo. Gli altri personaggi restano sullo sfondo, ma va bene così: la storia è di Adelca. Certo, se fossero stati vagamente più caratterizzati, avrei potuto empatizzare di più con le loro morti. Invece, quando moriva una Custode, nella mia mente veniva tagliata la testa a un sagoma bianca con appiccicato un nome sulla fronte. Che peraltro confondevo, perché i nomi longobardi non sono proprio facilissimi, quindi mi perdevo chi fosse chi.
Mi è piaciuta la storia di intrighi, che suscita interesse e lo mantiene attivo. Poi si viene a scoprire che gli intrighi sono davvero tanti e anche in contrasto tra loro. Bellissimo, il tipo di storia che piace a me: tante fazioni diverse, ciascuna con i propri interessi. Una saga del Continente Oscuro di Hunter x Hunter in chiave longobarda.
La prima metà del libro circa non annoia, ma procede lenta. Tra il fatto che Adelca non sappia bene che cosa stia succedendo e il fatto che bisogna impostare veramente tante cose, si prende i suoi tempi e i suoi spazi, intervallandoli con un po' di stragi da parte di mostri tanto per gradire. Dal 60% circa in poi, diventa un po' un casino. Il ritmo accelera all'improvviso e succedono ottordicimila cose una dietro l'altra. E ok, hanno senso se guardate a grandi linee, ma non sono sicuro che a un'analisi attenta reggerebbero del tutto. Che poi uno il tempo dell'analisi attenta non lo ha perché è catturato dalla fiumana inarrestabile degli eventi, ma comunque rimane un po' l'amaro in bocca. Anche perché questa velocità fa sì che non tutto venga spiegato in maniera precisa, e che alcuni tronconi di trama non siano soddisfacenti perché vengono sbrigati in poche pagine.
Uno su tutti, il piano di Desiderio. Che Adelca sia sua figlia è una grande delusione, perché è evidente dalla prima volta in cui lei dice eh sì non so chi sia mio padre ma mi parla tramite il gasindio del re. Dovrebbe essere evidente non solo al lettore, ma anche a lei. Non so chi sia mio padre, ma mi parla tramite l'ufficio stampa di Barack Obama. Mmmmm. Il dubbio è davvero attanagliante.
(e poi c'è Adelchi, che è figlio del re Desiderio anche nella realtà. Il collegamento era evidente.)
Comunque, tralasciando questo momento di stupidità selettiva di Adelca, comunque quando la cosa viene scoperta anche da lei, l'incontro con suo padre viene liquidato in pochissimo e boh, ok, ma il mistero viene mantenuto per tutto il libro e poi non si scopre niente di interessante e quello che si scopre non è che abbia questo grande peso narrativo. Stessa cosa anche per Santa Rita, di cui avrei voluto sapere molto di più, avrei voluto capire molto di più, invece le sue motivazioni sono relegate a poche battute.
E il fatto che Adelca diventi guardiano degli inferi alla fine? Boh, che senso ha? Ne serve uno? C'è mai stato? Credo che quella carica sarebbe dovuta essere almeno menzionata prima.
Insomma, ho avuto l'impressione che, una volta premuto il pedale dell'acceleratore, non sia stato possibile staccare il piede neanche quando le curve erano troppo strette. E il fatto che si sia soltanto sfiorato il guardrail non è una buona ragione per guidare in modo spericolato.
Il lessico funziona, anche se non mi piace molto esalare come verbum dicendi, né mi è piaciuto il linguaggio da fotoromanzo usato durante l'unica, evitabilissima scena di sesso. Lo stile in generale è molto enfatico, il che è buono per rendere bene la scena, forse si potrebbe un po' snellire nelle scene d'azione.
Bonus: la corona ferrea, che Adelca indossa anche se nella realtà è troppo piccola per stare su una testa, tant'è vero che, durante le incoronazioni, i sovrani ricorrevano a degli stratagemmi per non farla cadere. Mi sarebbe andato benissimo sapere che l'autrice ha modificato la realtà in favore di una componente scenografica, ma non ha menzionato questo fatto nelle note alla fine. Quindi sono in dubbio. Comunque si tratta di una minuzia che non va a intaccare il lavoro di ricerca e ricostruzione perfetto.
Una lettura che mi rimarrà impressa, dunque. Spero di leggere altro di Giada Abbiati.