New York. La città dalle mille luci e dai mille sapori, che alcuni nutre e altri affama.
Questo è il racconto di un allegro smarrirsi, boccone dopo boccone, nella condivisione come nella solitudine, tra cucine che parlano tutte le lingue del mondo.
Alla ricerca del sapore della libertà.
"Io al diner ci vado per l’hamburger e lo voglio così: con pomodoro, lattuga e cipolla, la senape e non il ketchup, doppio strato di monterey jack, un cetriolo in salamoia accanto, contorno di patatine. Le patate mi ricordano di essere nelle strade degli irlandesi; il cetriolo che New York è una città ebraica; il cheddar che qui gli italiani non sono mai riusciti a importare del buon formaggio. E poi la carne, naturalmente: la carne è l’America. Per questo deve grondare sangue. O come dettava il ramponiere Stubb al cuoco del Pequod in Moby Dick: “con una mano tieni il filetto di balena, con l’altra gli mostri un carbone acceso, e fatto questo lo puoi servire”.
La cameriera annuisce e segna sul taccuino. Poi mi lascia ad aspettare il mio hamburger davanti alla finestra: fuori c’è aria di pioggia, una ragazza passa con un cane, e da dove mi trovo adesso – a New York e nella vita – l’est è un ricordo da gettarsi alle spalle, tutte le mie preghiere guardano verso ovest." Paolo Cognetti
A che serve viaggiare quando hai Paolo Cognetti? Un attimo prima sei sull’Himalaya (‘Senza mai arrivare in cima’), un attimo dopo a Brooklyn, in cerca del miglior pastrami della città. Una New York mai scontata quella di Cognetti, che ama Brooklyn più di Manhattan, che preferisce la tranquillità dei muri in mattoni rossi alla frenesia dei vetri dei grattacieli. Il libricino è un viaggio per NY, sulla scia di quello intrapreso in ‘New York è una finestra senza tende’, una raccolta di storie ed esperienze unite, questa volta, dal cibo. Si ritrova lo stile riconoscibile e unico di Cognetti: potrebbe scrivere l’elenco telefonico e rendermelo interessante.
NYC vista dalla prospettiva di Cognetti, che ci si muove a proprio agio come in montagna. Il trait-d'union del cibo consente all'autore un excursus sui diversi quartieri, sulla loro storia, i modi di vita, rivelando aspetti inattesi e interessanti. Colpiscono soprattutto l'occhio attento alla quotidianità, alle sfumature e il ruolo dell'amicizia e del dialogo.
Mi rendo conto di essere ormai di parte con Cognetti ma il fatto è che il suo modo di raccontare rende interessante qualunque cosa. Dopo averlo ascoltato alla presentazione del suo ultimo libro mi pare di sentire nelle orecchie la sua voce, mentre leggo. Qui racconta una città che ama e che amo, NY, attraverso il cibo. Una piccola chicca scovata per caso tra gli scaffali EDT del Salone del Libro che non potevo lasciarmi sfuggire.
Libricino che è una via di mezzo tra una guida turistico-gastronomica e una raccolta di impressioni su una New York vista dagli occhi dell’autore. Devo essere onesto, avevo preferito il Cognetti di “New York è una finestra senza tende”, questo libro, senza particolari pretese, scorre leggero senza lasciare traccia, se non una mini-lista di locali da provare la prossima volta che tornerò in visita nella Grande Mela.
Mi è venuta una voglia di partire, e anche di mangiare. Un viaggio gastronomico per le strade di New York, un pellegrinaggio del gusto in una delle città più belle del mondo, o così sembra.
Viaggio culinario attraverso New York, vista in tutte le sue sfaccettature e la sua multiculturalitá. Non mi ha conquistata, ma è comunque una lettura piacevole.
Decisamente Paolo Cognetti non è un autore nelle mie corde. Avrei trovato altri mille modi per descrivere New York, cogliendone la bellezza, la particolarità, il fervore, lo scambio di culture, lo sguardo al futuro, la vivacità e molto altro ancora. Questo libro, invece, parla di tutto ciò che a me non interessa e di certo non fa venire voglia di partire per New York, né la rende in alcun modo attraente. Non mi piace la totale mancanza di romanticismo, né la cruda - e spesso cinica - visione della realtà che caratterizza il suo modo di scrivere e probabilmente di vedere il mondo. Mi sento lontana anni luce da lui, pur riconoscendone la grande capacità stilistica e descrittiva.