Questa nuova edizione degli "Elementi di antropologia culturale", ampiamente riveduta e aggiornata anche sul piano iconografico, costituisce un'introduzione allo studio delle culture di ieri e di oggi, e fornisce gli strumenti per affrontare gli argomenti della disciplina nella pluralità dei loro aspetti simbolici e materiali, sociali ed economici, politici e religiosi, estetici ed ecologici. La carica innovativa di questo testo risiede nello sforzo che l'autore ha compiuto - anche attraverso l'illustrazione di numerosi casi etnografici - per intrecciare l'esposizione delle specifiche realtà culturali con i paradigmi interpretativi offerti dalla ricerca teorica più recente. Il libro risulta un'introduzione indispensabile al significato di parole, concetti e idee con le quali potremo meglio comprendere le culture e le società umane nel loro incontro sulla scena del mondo contemporaneo.
Mi pesa dare solo due stelline al manuale di un professore ordinario di antropologia culturale della Bicocca, dove, tra l’altro, dirige il dottorato dei suoi studenti, ma dopo essere stata a lungo combattuta (incerta poi di aggiungere in caso solo una stellina di più) resto alle 2. Mi pesa perché da un parte devo leggere che questo manuale per studenti universitari (nonché dottorandi?) debba spiegare cosa significa la parola “discendenza” nella frase che dice più o meno così: “Nella tribù XY si può diventare capo solo se si appartiene alla famiglia di discendenza del capo precedente” piuttosto che spiegare cosa significa “acefala” nel binomio: tribù acefala. Mi pesa dover leggere spiegazioni del tipo: “l’espressione estetica nelle diverse culture dipende da una varietà di fattori: la funzione del prodotto, i valori e le rappresentazioni a cui esso rinvia, l’uso che se ne fa, il destinatario e la motivazione dell’artista” che a me sembrano un mucchio di ovvietà. Per quel che concerne, invece l’antropologia vera e propria, mi sono chiesta appunto quanto essa “propria” sia oggi. Sicuramente (almeno: penso) negli anni ’30 del secolo scorso (quelli di Lévi-Strauss, giusto per indicare il nome più famoso, ma ne sono seguiti poi fino agli anni ’60 tantissimi altri, tra cui la Margaret Mead, sempre per citare i più conosciuti) si è trattata di una disciplina di studio abbastanza definita, utile ed interessante perché si era avvicinata ad altre culture, fino ad allora bollate sotto il nome di “primitive” o “selvagge” per analizzarle e arrivare a capire che poi non solo tanto “selvagge” non erano, ma di come l’essere umano e i gruppi sociali da lui formato seguono dei pattern comuni. Leggendo questo testo però mi sembra che oggi l’antropologia in senso stretto non esista più: è uno studio che si avvale ampiamente di tante altre discipline, dalla filosofia, alla psicoanalisi, dalla sociologia, all’economia, all’analisi artistica, agli studi sul folklore e via dicendo, cogliendo di volta in volta gli aspetti che interessano per giungere a delle considerazioni che però vengono sempre esposte al condizionale e condite con abbondanti “forse”, “probabilmente”. Sicuramente nulla che ha a che fare con l’uomo e l’umanità può essere etichettato ferreamente, ma se queste considerazioni sono così “opinabili” e tuttavia dettate dalla stretta osservazione nonché esperienza di vita in mezzo a gruppi culturalmente differenti, in cosa si discostano allora da quelle a cui giunge lo studente Erasmus che a seguito di una sua lunga permanenza in un paese straniero? O a quelle che ci facciamo quando guardiamo quando guardiamo i sudamericani che portano le casse di birra al parco d’estate (per noi abbastanza fuori luogo) quando poi invece scopriamo che a casa loro è la cosa più normale del mondo? Due stelle quindi perché è un libro che non mi ha arricchita, non mi ha dato né informazioni nuove né offerto nuovi e interessanti spunti di riflessione.