Alla luce del focolare, nelle lunghe notti di veglia e di attesa delle case di ogni terra e di ogni epoca, nascono storie per non dormire, per alimentare l’inquietudine e ripescare ricordi di tempi andati, tramandare simboli: storie di paura, in cui l’umano e il mostruoso si fondono e confondono. Tra crudeli divinità etrusche e banchetti blasfemi, tra sirene nascoste in un’ansa del Tirreno e demoni che possono donare la rima perfetta, le storie delle Malaveglie nascono dalla stessa esigenza oscura, e si agitano nelle ombre tracciando una cupa geografia del grottesco e del folklore. Le Malaveglie sono meraviglie nere, fiabe sporche raccontate intorno a quei fuochi dove la notte è infinita.
Prima di cominciare a leggere Le malaveglie, bisognerebbe mettere in chiaro cos’è e cosa rappresenta per noi, oggi, la paura: forse molto di più di un salto sulla seggiola davanti a una scena di un pessimo film horror. La paura ha radici antiche, ci dice Filippo Cerri nel suo secondo libro, ideale seguito di Di macchia e di morte: ballata degli ultimi briganti (effequ, 2022), romanzo per l’appunto dedicato alla figura per eccellenza sospesa tra Storia e leggenda, e che non casualmente ritorna pure in uno di questi tredici racconti, Il solengo, dove il brigante diviene una sorta di presenza fantasmatica.
E di presenze simili ve ne sono altrettante all’interno di storie che, come recita il sottotitolo, vogliono rievocare la «paura popolare». Nello specifico, si tratta qui di vicende legate alla Maremma, terra dove l’autore è nato e vive. In una provincia dove, si sa, la natura non è stata ancora del tutto sconfitta dalla mano dell’uomo; e sopratutto, dove la civiltà contadina ha potuto sopravvivere più a lungo all’avanzare dell’industrializzazione: e allora è lì che riemergono e seguitano a circolare le storie dei nonni, dei bisnonni dei trisnonni, un tempo raccontate a voce attorno al fuoco.
Così, una delle più celeberrime tradizioni contadine toscane – ma non solo –, l’ottava rima, si può tramutare in una sottospecie di rito sciamanico-iniziatico come in Il demone della rima; oppure, in Larisa, in un estivo scenario provinciale, una vedova diventa un essere perturbante, ed è più il mistero che l’elemento soprannaturale a farla da padrone. E qui viene fuori uno temi più interessanti delle Malaveglie, ossia quello del maschile e del femminile: gli uomini, per esempio in episodi come Il circolo della crapula, nel quale essi segretamente si ritrovano per mangiare una bestia chiamata Kegolo, vogliono sempre superare loro stessi, mentre le donne sono spesso oggetto della superstizione (vedi il già citato caso della vedova) oppure portatrici di magia, come la sirena di La regina del mare; e anche quando è la donna a togliere o fornire il malocchio (Un disamore), è comunque l’uomo a volerlo usare.
Altro topos fondamentale è quello della casa, possibilmente abbandonata, un po’ fatiscente: un elemento caro a Tommaso Landolfi, autore messo in esergo e senza dubbio nume tutelare di questa raccolta – assieme ad altri: Buzzati, Maupassant e Hoffmann. Cerri non soltanto ne ripropone alcuni temi cari all’immenso scrittore di Pico – Le stranezze di Villa Sant’anna o Le Malaveglie ne sono un fulgido esempio –, ma riesce nel tentativo di raccoglierne l’eredità stilistica senza scimmiottature di sorta, come a voler proporre una personale prosa landolfiana aggiornata al nostro tempo. E non parliamo di solo stile, ovvio; parliamo anzi di racconti che entrano sotto pelle e che ci fanno ricordare, come i migliori testi dell’orrore son capaci di fare, che cos’è la paura.
(recensione uscita su «IL FOGLIO» dell'11 febbraio 2025)
Recensione a cura della pagina instagram Pagine_e_inchiostro: Le Malaveglie è una raccolta di racconti che si muove tra il sussurro e l’incubo, tra la fiaba nera e il folklore contadino, in un viaggio letterario che affonda le radici in una memoria antica. Le storie raccolte in questo libro sono le stesse che un tempo venivano tramandate oralmente, raccontate alla luce tremolante del focolare, durante le veglie notturne, quando ci si radunava per tenere lontano il buio e le sue ombre. Sono racconti popolari nel senso più autentico del termine: nati dalla voce del popolo, cresciuti nel tempo, arricchendosi via via di nuovi dettagli, sfumature, simboli.
Il linguaggio dell’autore è sorprendentemente evocativo, poetico, persino lirico, nonostante il tema ruoti attorno alla paura, al mistero e al grottesco. La tensione è sottile, si insinua silenziosa, sembra nascere più dall’interno che da ciò che realmente accade. Le atmosfere rimandano alla vita contadina, a quando la vita era ancora legata alla terra e al ritmo naturale delle stagioni. In luoghi come la Maremma (terra d’origine dell’autore) in cui l’industrializzazione è arrivata tardi, il mondo invisibile ha continuato a vivere. Così riemergono briganti e fate, lupi, spiriti inquieti, sirene e divinità etrusche dimenticate. Sono figure archetipiche, che parlano alle nostre paure ataviche e ci riconnettono a un tempo in cui il confine tra umano e mostruoso era sottile. Il sottotitolo del libro (storie di paura popolare) non è solo una definizione, ma una dichiarazione d’intenti: ogni racconto sembra uscito da una notte senza tempo, narrato da una voce antica ma viva.
Una cosa positiva di questo libro è che le storie, almeno quelle iniziali, non sono tanto semplici storie dell'orrore con elementi popolari, quanto si leggono come racconti utili a essere monito, o leggenda. Lo scopo non è lo spavento o il plot twist, ma una specie di morale, persa nelle nebbie del tempo, racconti passati di bocca in bocca, di generazione in generazione, l'origine dimenticata. Ci sono poche descrizioni di ciò che si vede, le storie servono a evocare emozioni, paure, idee, non immagini molto chiare e definite. Verso metà e quasi verso la fine tornano ad essere "semplici" storie dell'orrore con tematiche popolari. Per come avevo vissuto io i primi racconti, questo è stato diciamo un peggioramento. L'ultima storia, per quanto sia più simile a questo ultimo tipo di racconto che al primo, è molto interessante, specialmente nella rivelazione dell'orrore. Molto, molto interessante il capitoletto finale in cui viene parlato delle varie ispirazioni per ogni racconto.
"Nessuno crede ai mostri finché, guardando sotto il letto, non ne trova uno"
Sirene maligne, cacciatori di lupi, serpenti mitologici, zombie malinconici, abitazioni maledette, disamori letali, virtuosisimi poetici misteriosi, sinistre divinità etrusche: questo ed altro si agita tra pagine ipnotiche, dal fascino stratificato e destabilizzante. Rece completa sul mio blog:
Squarci nel silenzio, figure mitologiche, strane ombre e voci pronte a trascinare il lettore nell’abisso.. Una raccolta di storie da narrare e tramandare la sera davanti al focolare, per esorcizzare la paura.
3.5 ⭐️ Come tutte le raccolte di racconti, qualcuno mi è piaciuto di più e qualcuno di meno, ma nel complesso ho apprezzato questa raccolta di "storie di paura popolare". Le ho trovate fatte bene, lo stile dell'autore mi è piaciuto molto: evocativo, lirico, insomma, per me, una bella scrittura!