Un'anarchia umana che si sviluppa tra campi e borghi della bassa padana emiliana. Un'odissea fulminata lunga un mese, nel quale ci immedesimiamo in un protagonista sovente inaffidabile e sorprendente e del quale sappiamo soltanto che decide (!) di chiamarsi Savini.
L'indole curiosa di Savini, il quale inizialmente vuole investigare i segreti dei pozzi di campagna, si trasforma in distorta percezione della realtà nel momento in cui in città incontra il prefetto Gonnella, esploratore del surreale malguidato da se stesso.
Di colpo, i muri delle case diventano facciate di cartongesso, retroscena di attori che si preparano ad inteatrare la loro parte non appena varcato l'uscio. Neonati compresi, ed anzi: sono proprio loro i più bravi.
Apprendiamo delle reti di spionaggio della terza età, così come della vera storia dietro la scomparsa degli invasori mongoli, dei Maya, e degli opliti di Alessandro Magno in Asia.
Conosciamo inoltre uno zoo di animaletti ed esseri soprannaturali che vivono nei tetti, nei fori dei tarli, nei lavandini, nelle fontane, ognuno coi propri usi e costumi ed ognuno intento ad cospirare contro noi poveri mortali, causando (o meglio, essendo la conseguenza di) disturbi psichici mai diagnosticati.
Colpi di genio sono le spiegazioni sulla vera natura della spedizione di Garibaldi, sul perché i Borboni e il loro viceré abbiano perduto il loro regno ad una banda di mille volontari senza accorgersene, e sui reali propositi di Giuda Iscariota all'ultima cena.
Ciò che importa, però, è il fischio del tempo che scorre inesorabile. Quantunque uno parli e pensi e vociferi e rimugini, quello va avanti, e che gliene importa alla fine?
Ho adorato le descrizioni delle uniche due figure femminili del romanzo: la instancabile Vaporiera, che inconsapevolmente tutto dà e anche tutto consuma, e la bella, innocentemente procace cameriera dai capelli rossi, che funge da Beatrice in giarrettiera al nostro Savini. Cavazzoni ha talento per questo genere di raffigurazioni.
Come si intuisce, in questo libro l'assurdo la fa da padrone. Mi sono ritrovato a bramare, quasi come un ramingo nel deserto cerca un'oasi, quei pochi appigli alla realtà. Questi ultimi, spesso elementi del paesaggio, mi han permesso di conferire un qualche senso alla trama, ad inquadrarla almeno per un paio di pagine in una cornice di certezza e familiarità. Il ponte autostradale, il bar di paese, i campi di grano, il furgone dell'ambulante, la pizzeria sulla provinciale, la bottega del barbiere, la piazza della chiesa...
Unico filo conduttore: la luna che sorge, sovrasta, osserva e che, muta, muta, sempre in modo pacato, senza pesare sulla narrazione.
Non stupisce che Fellini abbia tratto il suo ultimo film proprio da questo romanzo.