Роман «Батько» молодої італійської авторки Джорджи Трібуяні – не просто цікавий сюжет, а заглиблення в психологію звичайної родини, що переживає дивний період: одна несподівана і містична подія раптом порушує крихку рівновагу стосунків. Особливість цього твору – емоційні внутрішні монологи головних персонажів у стилі потоку свідомості, що робить банальну сімейну драму захопливою оповіддю. Роман читається дуже легко, подекуди з гумором і довго тримає в полоні думок, позаяк родинні стосунки – трепетна тема, в яку ми вписуємося від самого народження. Тут ви не знайдете порад, рішень чи моралізаторства, аж ніяк! Просто зріз життя з причинно-наслідковими ланцюжками, а висновок? У кожного він буде свій, залежно від екстраполяції на власне життя. Треба додати, що повноправним персонажем роману є море. Чудове Адріатичне море – єдина константа у такому мінливому світі людських емоцій та невимовлених думок. Цей роман занурить вас у справжню Італію з суто італійським темпераментом, який часто заважає порозумітися і просто обговорити проблему. Просто поговорити… Як часто цього не вистачає для збалансованого сімейного життя. Нестандартна і дуже своєрідна оповідь Джорджи Трібуяні примушує замислитися над цією простою, але беззаперечною істиною.
Giorgia Tribuiani è scrittrice e docente di scrittura creativa. Ha pubblicato i romanzi Guasti (Voland, 2018), Blu (Fazi, 2021) e Padri (Fazi, 2022) e alcune novelle tra cui Binari, Superstar e Dissolvenza. Il suo nuovo romanzo è in uscita nel 2026 per Il Saggiatore. Per Dino Audino editore ha pubblicato il manuale Scrivere il perturbante.
Una storia a tre voci di rabbia e dolore, parole non dette e seconde occasioni. Una riflessione sulla famiglia, una famiglia dall'equilibrio precario che improvvisamente perde questo equilibrio proprio con l'arrivo di una persona "misteriosa". Una storia intensa sul rapporto tra padri e figli e sulla necessità del perdono e sul trauma della perdita. Un libro dalla trama originale, come ho trovato particolare lo stile adottato dalla scrittrice, partendo dai dialoghi o dalla stessa punteggiatura.
"Prima o poi i figli crescono e scavano e le trovano comunque, le tue debolezze. E ti odiano per questo: per esserti mostrato invincibile. Ho perdonato mio padre dopo avere avuto te; l’ho perdonato in nome di tutti i miei errori, concedendogli di essere umano".
E se tornassero? Se tornassero così, senza avvisare questi padri partiti troppo presto, molto idealizzati, poco vissuti, non abbastanza compresi? Se un giorno infilassero la chiave nella toppa come se gli anni non fossero davvero passati? Se si trovassero davanti noi figli, invecchiati di quarant'anni, mentre per loro il tempo si è fermato? Che accadrebbe allora?
È questo lo scenario dell'ultimo romanzo di Giorgia Tribuiani. Una vicenda dai contorni surreali che ci porta a riflettere sui rapporti familiari, sull'incomunicabilità tra genitori e figli (ma anche tra marito e moglie), sull'incapacità di ascolto, sull'amore che trascende la comprensione e passa piuttosto attraverso l'accettazione della nostra umanità imperfetta.
Giorgia Tribuiani ha una scrittura moderna, fresca e scomposta. Destrutturata nei dialoghi privi di punteggiatura, fluida nei cambi di prospettiva. Intensa, ma meno ossessiva e più godibile rispetto a Blu, uscito lo scorso anno sempre per Fazi, che ringrazio per la copia digitale.
Candidato al Premio Strega da Gioacchino De Chirico, che ne sottolinea l'originalità e la maturità stilistica.
Padri di Giorgia Tribuiani è una lunga riflessione sul rapporto genitore - figlio e sull’accettazione della fallibilità delle persone. Diego Valli si risveglia davanti a quello che era stato il suo appartamento e che adesso appartiene al figlio Oscar, lasciato bambino e invecchiato ormai di oltre quarant’anni. Da questa circostanza inizia una narrazione frenetica, come una pallina da ping pong che rimbalza nella storia, dai pensieri alle parole e alle azioni, senza mai fermarsi. Un flusso continuo che analizza i rapporti familiari, talvolta costituiti da silenzi, incomprensioni e incapacità di parlarsi e/o ascoltarsi. La storia regala in qualche punto qualche emozione forte e profonda. La scelta di una prosa e di una narrazione così particolare, personalmente, mi ha reso diffice seguire attentamente i miei ed i suoi ragionamenti e proseguire in una sciolta lettura. Ho perso qualche volta il contatto con la storia e ho fatto fatica a rientrarci. Purtroppo, per questi motivi, non sono riuscito ad apprezzare pienamente la scelta stilistica dell’autrice, che però consiglierei a chi adora quei libri scritti a mo’ di flusso di pensieri. Il libro è diviso in capitoli.
Aveva del potenziale, davvero, soprattutto per la tematica del rapporto genitori-figli, verso la quale sono molto sensibile. Un gran peccato, allora, che abbia trovato questa lettura insopportabile, sicuramente a causa dello stile improponibile (un confusissimo e barboso flusso di coscienza), ma anche per l'inconsistenza della trama e la sospensione finale.
adri di Giorgia Tribuiani (Fazi editore) è un libro commovente che mi ha spiazzato e conquistato. Ancora una volta sono qui per raccontarvi quanto mi sia piaciuto un libro scritto da Tribuiani. Intendiamoci, questa storia non ha nulla a che fare con Guasti e con Blu. Ed è forse questa la cosa che mi ha sorpreso di più: la capacità di cambiare voce a seconda del racconto da scrivere, da vivere. Questa è una qualità che apprezzo sempre perché è rara. E anche le donne di Tribuiani sono tutte diverse, tranne che per una cosa: cercano amore (e per l'iniziale G).
In Guasti la protagonista piangeva (e amava) il fidanzato morto ed "esposto"; in Blu Ginevra sognava di essere vista e amata attraverso la sua arte e non lo solo; qui Gaia vuole finalmente essere apprezzata dal padre, che a sua volta cerca attenzione e amore dal suo.
Ma facciamo un passo indietro, proverò a raccontarvi una trama dal ritmo incalzante e vivace. I personaggi sono costantemente in affanno perché cercano tutti la stessa cosa: l'amore, la comprensione, sentirsi giuste nel posto giusto.
Diego Valli è morto quando Oscar era un bambino. Crescere senza un padre a cui chiedere consigli e approvazioni non è stato facile per Oscar che a sua volta è diventato genitore di Gaia. Ma questo lo scopriremo soltanto durante la lettura di Padri, perché all'inizio sappiamo solo che un uomo con la chiave sbagliata tenta di aprire la porta di casa di Oscar. Diego, mentre armeggia con la serratura, non lo sa, ma l'uomo che ha di fronte è suo figlio. Diego Valli è tornato dall'aldilà.
Comincia così questa storia dai contorni onirici, ma di sfumato in questo libro non c'è nulla. Padri è la fotografia - a tratti impietosa - dei rapporti tra genitori e figli, delle dinamiche familiari, anche quelle meno piacevoli. RECENSIONE COMPLETA: www.lalettricecontrocorrente.it
Questo libro mi ha attirato fin dall’uscita per via del titolo. L’assenza di un padre è una ferita che ho metabolizzato da tempo, anche se non si rimarginerà mai del tutto. Ero curiosa, quindi, di vedere come l’autrice avesse affrontato l’argomento e se fossi stata in grado di trovarvi delle risposte. Beh, è stata una gradita sorpresa. È un libro che parla di vita; di silenzi, di incomprensioni, di mancanza di empatia, di incapacità di mettersi nei panni dell’altro. O, più in generale, insegna che dovremmo sforzarci di più nell’ascoltare. Tuttavia, ciò che ho adorato di questo testo è la scrittura. La Tribuiani ha osato e ha scardinato il classico uso della punteggiatura; scelta conforme alla narrazione e che ha contribuito a renderla più intimistica. Non solo. La trovo molto talentosa nella scelta delle parole, nel loro accostamento e nel creare immagini lontane dai soliti cliché triti e ritriti. Insomma, è una che sa scrivere. E anche molto bene.
Davvero un bel libro. Al netto di quello che non ho gradito particolarmente, ovvero certi scivoloni retorici dello stile che a tratti spezzano il ritmo narrativo e alcuni concetti non granché originali e ripetuti qualche volta di troppo, ho apprezzato tutto il resto: la consapevolezza dell'autrice in termini linguistici e di gestione della storia, il susseguirsi di scene credibili nonostante l'inverosimiglianza dello spunto che dà avvio alla trama, la non banale mediocrità dei protagonisti, il finale davvero azzeccato. Andando oltre le anomale circostanze che conducono al punto di rottura, il romanzo descrive in realtà una famiglia che, come molte altre, non è tale e, di nuovo come molte altre, non sa far altro che attendere passivamente che la vita glielo sbatta in faccia. Lo fa in modo non perfetto, ma onesto, il che forse è ancora meglio. Leggerò sicuramente altro di Tribuiani.
“Perché è una roba che fa paura, avere un genitore a una certa distanza e poi trovarselo lì che ti sfiora, magari nudo delle sue debolezze, quando si è grandi. Non si è preparati. Queste cose dovrebbero avvenire prima, piano piano, no? quando si è bambini.”
Cosa succederebbe se una persona a noi cara, scomparsa da tempo, tornasse all’improvviso nella nostra vita? Se ce la trovassimo sull’uscio di casa, bramosa di entrare e di continuare a vivere, ignara che nel mentre il mondo è andato avanti?
“Credevo di farcela, ma sto perdendo tutto. Credevo che, s’interruppe, sospirò, tu avevi ragione, disse, io speravo che questa storia ci avrebbe avvicinati, me e papà, che avremmo potuto condividere qualcosa.”
È quello che succede a Oscar, quando un giorno rivede suo padre Diego, morto trent’anni prima, davanti a casa sua, senza essere invecchiato di una virgola. L’arrivo di Diego porta scompiglio nella famiglia Valli: Oscar è incredulo, non si capacita di come quell’uomo, che potrebbe essere suo figlio e che lo ha lasciato quando lui aveva appena otto anni, sia di fronte a lui e chiede di sua moglie; Clara, la moglie di Oscar, non si fida di Diego, crede che sia un pazzo pericoloso, si rifiuta di ospitarlo in casa, e questa sua diffidenza continua porterà a g alla la crisi del suo matrimonio che già da qualche tempo strisciava nell’ombra. E poi c’è Gaia, nipote di Diego, ventiduenne che si sente incredibilmente vicina a quel nonno che non ha mai potuto conoscere e che si rivela essere così diverso e al contempo così simile a suo padre.
“Che una figlia, in un momento di sconforto, possa chiedere un padre capace di ascoltare e allora gliene venga dato un altro; che le venga resuscitato un padre – più sensibile, più dolce che ami la poesia e suonare la chitarra – poco prima del suo arrivo, giusto in tempo per l’arrivo, ma Gaia, per favore, c’è qualcosa di cui non ti senti causa? e chi vuoi mai che ti creda?”
Padri è un romanzo straziante e delicato, che ti tocca nel profondo. Giorgia Tribuiani è stata in grado di descrivere magnificamente i rapporti familiari, senza risultare banale o eccessivamente drammatica. Ho apprezzato molto questo suo modo di narrare queste relazioni, quasi in punta di piedi, piano piano, ma non per questo con meno potenza.
“Non devi più dirmi bugie. Ma tu la sai ascoltare la verità?”
Uno dei motivi per cui questo romanzo mi ha ricordato Persone Normali, di Sally Rooney, è l’incapacità di comunicare tra i personaggi. Tutti, prima o poi, abbiamo discusso con i nostri genitori e familiari, a volte mentendo per cercare di salvare il salvabile, altre volte sputando la verità di ciò che pensavamo per poi pentircene subito dopo. E non importa se di anni ne abbiamo 22, o 54, o 60: le dinamiche sono sempre le stesse, per disgrazia o per fortuna, e va bene così. Noi crediamo di interderci, ma non c’intendiamo mai, diceva Pirandello. Ed è proprio questa incapacità di capirsi, di voler capire l’altro mettendosi nei suoi panni, che porta alla nascita di malintesi e i rapporti a incrinarsi. Così come Connell e Marienne continuavano a rincorrersi come se fossero due pianticelle nello stesso orto, così il rapporto tra Gaia e sua madre Clara è in bilico e sul punto di rompersi.
“Perché vedi, Gaia, e Clara raggiunse il calendario e lo raccolse, lo tenne lungo un braccio, lo sfogliò, prendiamo le mie piante: le foglie tutte secche, tutte rovinate, quelle foglie puoi curarle, bagnarle, puoi provare appunto, a salvarle, ma arriva un momento in cui non serve più. Arriva un momento per cui ogni goccia d’acqua che dai loro, in cui qualunque cura, o tua energia – si interruppe, sospirò. Quello che sto cercando di dirti, Gaia, è che certi sforzi hanno senso se vuoi mantenere un rapporto: se hai davvero qualcosa da curare; da salvare.”
Purtroppo non sono riuscita a familiarizzare con lo stile (anche questo simile a quello della Rooney), talmente fluido da sembrare un continuo stream of consciousness, un flusso di azioni e pensieri che mi ha reso la lettura meno scorrevole perché denso di azioni, pensieri, informazioni, sensazioni Si viene letteralmente travolti dalla psiche dei personaggi, per cui bisogna leggere con attenzione per non perdersi. Non aiuta poi il fatto che il discorso diretto non sia indicato con virgolette o altri segni. È una scelta dell’autrice che comprendo, anche se non mi fa impazzire; sono più “tradizionalista” da questo punto di vista.
“Mio papà spera che torni anche sua moglie. E tu? Gaia la fissò senza parlare, e infine la madre si voltò. Tornò a guardarla. Privi di trucco, i suoi occhi apparivano adesso piccoli piccoli, tutti impegnati a strizzarsi e a spalancarsi e di nuovo a strizzarsi tormentati dai grumi bagnati di mascara. Sembrava così persa, così debole e indifesa, e te ne prego, mamma, no. Anche io mamma, certo. Allora Clara riprese a singhiozzare dietro le maniche rigate del golfino, e poi le mani in faccia, sipario, e Gaia attese il secondo tempo mentre nei muscoli nei tendini e nelle ossa, più osceno e inaccettabile di ogni altro sguardo o parola, indecente e scandaloso, tremava l’abbraccio che non aveva mai imparato a dare.”
Nel complesso questa lettura è promossa, anche se sicuramente avrò bisogno di una rilettura per comprenderla al meglio.
Quando ho iniziato Padri non sapevo cosa aspettarmi. Sebbene sia un romanzo con una componente quasi soprannaturale, Padri ha un unico scopo: quello di far riflettere sul rapporto genitore-figlio. Sulla difficoltà di separare l’uomo dalla figura di genitore, spesso idealizzata dai figli. E viceversa: i figli sono spesso soffocati dalle aspettative che i genitori riversano su di loro. È un libro difficile, perché è impossibile non vedersi in almeno un aspetto. Sicuramente da leggere, anche se avrei preferito un maggiore sviluppo della trama.
Recensione: I padri di Giorgia Tribuiani, Fazi Editore.
«Padri testimonia come in minime storie possono rivelarsi spazi immensi. Un libro d’amore in senso largo, come accettazione e accoglienza dell’altro, quindi comprensione dell’umano al di là del proprio perimetro individuale. Certo c’è anche di più: la voce del perdono, la generosità di offrire sempre altre occasioni di fronte alla mancanza, all’assenza, ai sempre possibili errori che accompagnano i giorni che ci sono dati. Alla fine, verrebbe solo da dire, da parte di chi scrive come di chi legge: non è niente, è la vita soltanto». Remo Rapino
È un pomeriggio di primavera quando, con lo stesso corpo e la stessa età del giorno della propria morte, Diego Valli risorge. Si risveglia sul pianerottolo di quello che era stato il suo appartamento, tira fuori le chiavi, prova a infilarle nella serratura ma si trova faccia a faccia con il figlio Oscar, lasciato bambino e invecchiato ormai di oltre quarant’anni. Da qui, ha inizio una vicenda di riconciliazioni e distacchi, una storia intensa e sincera sul rapporto tra padri e figli e sulla necessità del perdono. Una volta riconosciuto il padre, Oscar affronta il comprensibile straniamento aggrappandosi alle incombenze della quotidianità, mentre Clara, sua moglie, non crede al miracolo e si oppone all’idea di ospitare in casa uno sconosciuto. A complicare le cose, si aggiunge l’arrivo di Gaia, la figlia della coppia, che torna nella città natale per trascorrere le vacanze. Di nascosto dalla madre, che è spesso via per lavoro, Gaia finalmente ha l’occasione di conoscere suo nonno: un uomo profondo, amante della musica, più simile a lei di quanto sia mai stato suo padre. Oscar, al contrario, scoprirà aspetti di Diego che non pensava gli appartenessero. Dopo il perturbante e vertiginoso Blu, Giorgia Tribuiani torna con un romanzo dalla prosa tesa e accattivante che si appunta su una storia a tre voci di rabbia e dolore, parole non dette e seconde occasioni. Una riflessione sulla famiglia dalla trama originale in bilico tra realtà e impossibile per un’autrice che, come poche, sa scavare nell’animo umano per far emergere il rimosso e stimolare la comprensione con uno stile personale notevole e a tratti sorprendente.
«Padri testimonia come in minime storie possono rivelarsi spazi immensi. Un libro d’amore in senso largo, come accettazione e accoglienza dell’altro, quindi comprensione dell’umano al di là del proprio perimetro individuale. Certo c’è anche di più: la voce del perdono, la generosità di offrire sempre altre occasioni di fronte alla mancanza, all’assenza, ai sempre possibili errori che accompagnano i giorni che ci sono dati. Alla fine, verrebbe solo da dire, da parte di chi scrive come di chi legge: non è niente, è la vita soltanto». Remo Rapino
Di solito capisco di dover raccontare una storia quando un’immagine diventa un’ossessione: se una scena, o l’ingresso di un personaggio, si presenta una sera ai miei occhi e il giorno dopo è ancora lì, e così quello dopo ancora e per tutta la settimana, e magari anche il mese successivo, allora significa che dietro quella scena o dietro quel personaggio si nasconde una storia, e che vale la pena di ascoltare.
So che accade lo stesso a molti scrittori: alcuni, come Antonio Tabucchi, lo hanno raccontato anche nelle introduzioni o nelle note finali dei loro romanzi.
«Quella sera di settembre – scrive Tabucchi a proposito di Pereira – compresi vagamente che un’anima che vagava nello spazio dell’etere aveva bisogno di me per raccontarsi, per descrivere un tormento, una scelta, una vita. In quel privilegiato spazio che precede il momento di prendere sonno e che per me è lo spazio più idoneo per ricevere le visite dei miei personaggi, gli dissi che tornasse ancora, che si confidasse con me, che mi raccontasse la sua storia. Lui tornò e io gli trovai subito un nome».
Cominciai a scrivere Padri nove anni fa, quando conoscevo poco più dell’immagine iniziale: un uomo risorge sul pianerottolo di casa nello stesso corpo con cui è morto quarant’anni prima; infila la chiave nella serratura, ma la chiave non gira.
La scena mi era venuta in mente leggendo un testo in cui Tiziano Terzani si poneva (e poneva al lettore) alcune domande sulla resurrezione dei corpi, e ce n’era una in particolare che suonava più o meno così: «Se il corpo risorgesse, avrebbe l’età in cui è stato lasciato al momento della morte?».
La domanda mi aveva suscitato una serie di immaginazioni – come quella di un aldilà composto da padri e madri fisicamente più giovani dei figli, se venuti a mancare a un’età inferiore –, culminante appunto nella scena del pianerottolo.
Nei giorni che seguirono, questa scena si fece via via più vivida dentro di me: come Tabucchi diedi un nome, Diego Valli, al mio personaggio, e guardandolo meglio scoprii che era morto in inverno e risorto in primavera (gli misi quindi indosso una giacca di montone della quale liberarsi in fretta, accaldato) e che si trattava di un postino (gli sistemai in spalla una tracolla con cui trasportare lettere e pacchi).
Buttai quindi giù questa prima scena per fissarla, e mi accorsi subito che dava origine a tanti piccoli tunnel nei quali infilarsi per afferrare altrettanti temi: volevo raccontare il miracolo, il bisogno che ne abbiamo? o piuttosto il tempo che vorremmo tornasse due volte, riportandoci insieme le persone e le cose che abbiamo perduto? oppure, ancora, questa storia voleva parlarmi della solitudine di un uomo che non vive più nel proprio tempo?
Per nove anni – e quattro riscritture da cima a fondo – cercai di carpire cosa volesse comunicarmi quell’immagine (la scrittura, per me, è da sempre un modo di “guardare”, o di capire, dando una forma alle cose, ciò che non riesco a capire altrimenti), quale storia volessi raccontare davvero tuffando Diego nella complicata vita famigliare di suo figlio Oscar, fatta di un matrimonio quasi in pezzi e di un rapporto padre-figlia fondato sulla mancanza di ascolto, e un primo punto di svolta arrivò dopo una lunga chiacchierata con Giulio Mozzi.
Mentre passeggiavamo per le vie di Padova, e io mi sorprendevo alle dieci del mattino a vedere le persone fare colazione con lo Spritz, lui mi suggerì, una volta rientrata a Bologna, di fare due cose: rileggere I fratelli Karamazov e rivedere Mary Poppins.
La seconda parte del consiglio, lo ammetto, mi strappò un sorriso, eppure, se rileggere i Karamazov mi permise di concentrarmi sul senso del sacro dei personaggi, sull’accettazione, sulla colpa (che è sempre stato uno dei miei temi principali), fu proprio Mary Poppins a offrirmi gli strumenti per comprendere davvero la mia storia.
Al centro dei romanzi di Pamela Lyndon Travers, infatti, così come al centro del film, non c’era l’elemento (o meglio il personaggio) fantastico, non c’era Mary Poppins, ma la famiglia Banks. Lei attirava certo l’attenzione con i propri prodigi, con la capacità di entrare nei quadri, ma quella storia non era la sua storia, almeno quanto la storia di Diego, arrivato in un momento di crisi della famiglia Valli, non era la storia di Diego.
Il fantastico, come accade dai tempi di Kafka e del racconto La metamorfosi, non sempre rappresenta il fulcro della storia, ma più spesso di quest’ultima si fa motore, catalizzatore: il focus della vicenda di Gregor Samsa non è la trasformazione in insetto (che del resto non suscita lo stupore che altrimenti meriterebbe), ma ciò che, da quel momento in poi, accade alle relazioni che legano i componenti della sua famiglia. Lo stesso finale del racconto riguarda non Gregor ma la sua famiglia.
Da Travers mi spostai allora su Kafka nella speranza di trovare l’ultima chiave, quella che forse – a differenza delle chiavi di Diego – avrebbe girato, e di fatto la trovai nei mesi del lockdown, rileggendo la Lettera al padre.
Si nascondeva nella frase:
«Poi c’era un secondo mondo, lontanissimo dal mio, nel quale vivevi tu.»
La caratteristica principale del rapporto padre-figlia presente nel mio romanzo, come dicevo, era la mancanza di ascolto, e la mancanza di ascolto era in fondo anche il motivo che aveva quasi ridotto in pezzi il matrimonio di Oscar. La presenza di un corpo estraneo, del fantastico, di un uomo tornato dall’aldilà, era l’invito ultimo fatto a quella famiglia di provare a parlarsi. Di più: era l’invito a credersi, ad affidarsi agli altri; una chiamata a venire incontro alle idealizzazioni di Oscar, ai dubbi di sua moglie Clara, al bisogno disperato di condivisione di sua figlia Gaia.
Sarebbero riusciti, i membri di questa complicata famiglia, a rispondere a questa chiamata?
Inoltre questo “tu” così colloquiale contenuto nella frase di Kafka, quest’affermazione sofferente, questa metafora dei pianeti mi ricordò Solaris, uno dei miei romanzi preferiti, e quel dolente desiderio di comunicare che è destinato a essere costantemente e disperatamente spezzato dalle diverse esperienze che abbiamo, e che sempre ci faranno sentire incompresi da chi non le ha condivise.
Se in Blu e in Guasti avevo raccontato di una incomunicabilità in qualche modo “colpevole” (causata, per esempio, dal non detto), capii che stavolta volevo raccontare un’incomunicabilità fisiologica, quella di mondi diversi, e di distanze che possiamo colmare – forse – solo nel momento in cui smettiamo di voler analizzare e processare e capire tutto, per accettare e perdonare e amare.
Diego Valli è morto quando Oscar era un bambino. Crescere senza un padre a cui chiedere consigli e approvazioni non è stato facile per Oscar che a sua volta è diventato genitore di Gaia. Ma questo lo scopriremo soltanto durante la lettura di Padri, perché all’inizio sappiamo solo che un uomo con la chiave sbagliata tenta di aprire la porta di casa di Oscar. Diego, mentre armeggia con la serratura, non lo sa, ma l’uomo che ha di fronte è suo figlio. Diego Valli è tornato dall’aldilà. Comincia così questa storia dai contorni onirici, ma di sfumato in questo libro non c’è nulla. Padri è la fotografia – a tratti impietosa – dei rapporti tra genitori e figli, delle dinamiche familiari, anche quelle meno piacevoli e dell’incomunicabilità alla base dei rapporti. Diego crede di essere stato via un giorno, non quarant’anni. La vita di Oscar viene ribaltata, o forse solo illuminata, in un secondo. Non ha dubbi: quello è suo padre. L’ultima volta in cui si sono visti hanno discusso, Oscar ha ricevuto l’ennesima sgridata. In casa Valli si creano subito due fazioni: Clara pensa che il marito Oscar stia vaneggiando, Gaia crede oltre ogni ragionevole dubbio che quello sia il nonno. La crepa nel matrimonio di Oscar e Clara si allarga in maniera preoccupante: a farne le spese è Gaia che però all’inizio è troppo concentrata ad aiutare Diego, il nonno. Tribuiani tesse così una ragnatela di emozioni, sensazioni e scoperte che mettono in luce la nostra incapacità di vedere i genitori per quello che sono: esseri umani come noi. Oscar non si è mai accorto della fragilità di Diego non gliela perdona. Difficile accettare che quell’uomo non è un supereroe: una figura forte e invincibile. Gaia a sua volta vede solamente un pezzetto di suo padre. Il loro rapporto è basato sull’incomunicabilità (come quasi tutti i rapporti). Gaia si sente sempre sotto esame, scambia le domande del padre per test (e forse lo sono davvero). E così Gaia si trova a voler ricucire instancabilmente i rapporti: quello tra sua madre e suo padre e quello tra suo padre e suo nonno, ma senza consapevolezza e accettazione, rischia di restare una una fatica immensa senza risultati. Uno specchio. Senza sosta, senza sconti, Tribuiani ci trascina in questa famiglia carica di dolore, rabbia, incomprensione ma anche amore. Ho letto Padri durante il viaggio in treno per Milano: era impossibile fermarsi. Ad interessarmi non era tanto se Diego fosse reale o meno (è davvero esistito?) perché non è mai stato davvero il cuore di Padri. Padri è consigliato per chiunque voglia approfondire i legami familiari, le dinamiche che si instaurano nelle famiglie, per chiunque voglia fare i conti con il fatto che l’idea che abbiamo dei nostri cari non necessariamente corrisponda a realtà.
Le seconde occasioni. Ecco il tema portante della nuova opera di Giorgia Tribuiani. Chi non vorrebbe avere la possibilità di poter vivere di nuovo una persona cara scomparsa? Io per prima firmerei qualsiasi cosa, se solo potessi. Ed ecco qui una storia di sgomento, di rabbia, di dolore, di sentimenti taciuti, di parole non dette, di conflitto e di amore, quello complicato che unisce padri e figli. Ma arriva poi il perdono, la consapevolezza che gli errori che commettiamo possono insegnarci a vivere anche mettendoci davanti alle nostre mancanze. Lo imparano, a proprie spese, Diego, Oscar e Gaia, le tre generazioni che ci vengono presentate in questo libro, sconvolgente eppure assai pieno di vita.
La scrittura della Tribuiani è essenziale, ma decisamente matura. Non nego di aver fatto fatica, certe volte, a star dietro alla cascata di pensieri che si susseguono in queste pagine, la mancanza della classica punteggiatura dei dialoghi mi ha lasciata interdetta, ma è un gusto mio personale, che niente toglie alla bravura dell’Autrice che ha saputo rendere un tema più volte affrontato nella letteratura, in modo originale e fresco.
Se volete, quindi, immergervi in qualcosa di emotivamente complesso, questo è il libro che fa per voi. Profuma di Premio Strega? Non lo sappiamo, ma gli “Amici della domenica”, nella persona di Gioacchino De Chirico, intanto, lo hanno proposto…
Cosa succederebbe se il padre che non si è mai veramente potuto conoscere ritornasse in vita? È quanto accade a Oscar che si ritrova ad accogliere suo padre, Diego Valli, che ritorna indietro alla stessa età in cui aveva lasciato la sua esistenza, con la differenza che ormai suo figlio è un adulto con moglie e figlia. Da questo avvenimento inspiegabile prende le mosse “Padri” di Giorgia Tribuiani, un romanzo che mira a indagare il rapporto padri-figli ma con uno stile tutto suo e partendo da un episodio soprannaturale, dal quale si svilupperanno però tematiche reali mettendo in risalto l’importanza di saper ascoltare. Alla base della storia vi è un’incomprensibilità di fondo, l’incapacità tra padre e figlio ma anche tra padre e figlia di capirsi realmente, forse perché nessuno va al di là delle proprie convinzioni, si mette nei panni dell’altro o semplicemente è pronto ad ascoltare senza ribattere quello che l’altro ha da dire.
Padri è un romanzo che coinvolge fin dalle prime pagine. Dalla resurrezione di Diego Valli, nonno di Gaia e padre di Oscar, il figlio ormai cresciuto, la storia precipita i personaggi in un conflitto sempre più acceso. Gaia, Oscar e la madre Clara, faranno iconti con i loro insoluti, per costruire nuovi equilibri. È un romanzo, come dice l'autrice, sulle seconde occasioni, scritto con una prosa che alterna di continuo la visione del mondo esterno a quella del mondo interiore dei personaggi, con il risultato d'immergere il lettore nei loro pensieri, spesso in contrasto con le azioni. Un libro da non perdere.
Oscar ha 50 anni, una moglie e una figlia. Un giorno alla porta si presenta un uomo e lo shock è immediato: è suo padre, morto quarant’anni prima, identico a com’era allora. Il suo ritorno irrompe nella vita di tutti e tre, facendo saltare un equilibrio che, a ben vedere, era già molto più fragile di quanto volessero ammettere. Il romanzo scava nelle dinamiche familiari, legami che possono essere casa ma anche luogo di rabbia, distanza, abbandono. La Tribuiani racconta tutto così, a cascata, quasi senza fiato: non ti lascia il tempo di fermarti, ma proprio per questo ti trascina dentro, ti ipnotizza, come se stessi correndo insieme ai personaggi e non potessi più staccarti.
a caldo dico che gli spunti di riflessione sono tantissimi. questo romanzo può essere preso come un’allegoria importantissima del rapporto tra padri e figli quando questo rapporto si rovescia, cioè quando i genitori ci appaiono improvvisamente come persone, nelle loro debolezze. per il resto c’è la ricerca dello stile, caratterizzante giorgia tribuiani, che questa volta vede il narratore in terza persona e il discorso indiretto liberissimo. questo rischia un pochino di confondere il lettore, specie nei momenti di relazione tra i personaggi. libro consigliato!
É un romanzo molto particolare: Diego Valli risorge, torna a casa e trova il figlio Oscar invecchiato di 40 anni e a sua volta padre di Gaia, mentre lui è rimasto esattamente come 40 anni prima.
La storia si incentra sulle dinamiche familiari, sull’idealizzazione della figura paterna e sulla mancanza di comunicazione tra genitore-figlio ma anche tra partner.
Scrittura strana, a partire anche dall’utilizzo della punteggiatura. Forse avrei voluto un maggior approfondimento sulle tematiche che mi sembra siano state esaminate in maniera troppo superficiale.
Una storia che porta il lettore ad interrogarsi sul rapporto padre figlio , sui non detti , sul lasciarsi senza rancore , ma anche sulle seconde possibilità e sulla bellezza di saperle cogliere . Una scrittura per me difficile che anonimo mi ha permesso di entrare in empatia con i personaggi.
Un libro che mi ha fatto soffermare molto sul rapporto padre figlio/a, e sulla possibilità di mettersi in discussione per trovare nuovi equilibri. Trama avvincente, personaggi tridimensionali, dialoghi serrati, e una scrittura che cattura per la capacità di portarti dentro. Leggetelo.
Una riflessione sulla famiglia, sui rapporti interpersonali, sulla comunicazione, sulle emozioni. Un romanzo che si legge facilmente e lascia più domande che risposte. Scrittura che a tratti diventa poco scorrevole e rompe il ritmo.
Una lettura scorrevole ma al tempo stesso febbrile e complicata. Un romanzo destabilizzante e sempre in bilico tra reale e surreale, lucidità e follia.
Geniale la situazione di partenza: alla porta di un cinquantenne armeggia uno sconosciuto dall’aria confusa, convinto che le chiavi della propria casa siano state cambiate. Incredibilmente, si tratta del padre, riemerso dall’oltretomba, con l’aspetto che aveva al momento della morte, quindi più giovane dello stesso figlio. Questo spunto è il pretesto per catalizzare le dinamiche di una famiglia dalla trama ormai lisa, quindi, dopo le sconcertanti pagine iniziali, il romanzo si trascina nella noia e nell’irritazione per personaggi che fanno a gara ad essere più insopportabili.