Prendere la propria vita e andare - per capire se stessa, trovare un futuro, non scendere più ma restare. Sono questi i motivi per cui, una mattina di maggio, Beatrice lascia Torino per trasferirsi tra le montagne. Quelle montagne che, ne è certa, sono donne anche se spesso recano nomi maschili. Donne come lei, che appena arrivata al rifugio del Barba, un uomo burbero dal passato misterioso, si sente respinta, in quanto <>>. Marta Aidala ha il coraggio di una voce limpida che lascia parlare i gesti e gli accadimenti, i rumori del bosco, gli odori, la luce di un cielo alto sopra le cime. E sa raccontare nei dettagli più concreti una nuova epica, quella di una ragazza che va dietro alla propria libertà nonostante le esitazioni e le paure, una ragazza che cerca se stessa nei sentieri e tra gli uomini di montagna, in un mondo che sente suo anche se le vecchie tradizioni la guardano con diffidenza. Con timore e curiosità, come la guarda Elbio, il giovane malgaro con cui Beatrice instaurerà un legame profondo, fatto di ritrosie e slanci, in quell’intimità fragile e struggente che nasce tra due persone che si specchiano e si riconoscono. Quando l’estate finisce Beatrice però decide di non seguire Elbio a valle, rimane invece assieme al Barba in rifugio, luogo che ora, forse, sente di poter chiamare casa. Ma l’inverno senza neve le rivelerà una montagna inaspettata, spingendola a rimettere tutto in discussione, e interrogandola ancora una volta sul suo futuro, sulla persona che vuole essere e sui luoghi a cui sente di appartenere.
Leggere un esordio di una ragazza giovane mette orgoglio, ma se la prima parte del libro mi ha entusiasmata, la seconda l'ho terminata a fatica.
La montagna è la protagonista assoluta: traspare dai luoghi ma anche dalle persone e dai loro caratteri, contrapposti all'urgenza di Beatrice, voce narrante cittadina, che col tempo imparerà ad avere più pazienza.
Mi è sembrato di leggere due libri diversi: l'estate è coinvolgente, il rifugio è vivo e ricco di personaggi, molti di loro anche divertenti. Al Barba ho voluto davvero bene. Le ambientazioni, le passeggiate con Elbio, il camerone disordinato, mi hanno fatto sognare ravvivando quel fascino che questi luoghi hanno ai miei occhi, facendomi desiderare di essere lì con loro. Ma l'inverno è stato davvero duro da leggere: certo, l'andamento e il (poco) susseguirsi degli eventi trasmettono appieno l'isolamento e la lentezza che contraddistingue l'esperienza in rifugio di quei mesi, ma l'ho trovato vuoto. A tratti fastidioso, specie quando Beatrice fa di testa sua le uniche volte in cui non dovrebbe, non curante di ordini e pericoli. Sarà un mio problema, ma mi irrita davvero quando un personaggio X si comporta in modo insensato quando il mondo gli suggerisce l'opposto, anche per ovvi motivi. I graffi sulla guancia te li meriti tutti, amica mia. 😂
Beatrice non è stato il mio personaggio preferito, lo è stato il mondo intorno a lei.
La fine mi ha lasciata interdetta. Realistico, per carità, ma secondo me casuale e sbrigativo. Non amo i salti temporali finali. Valeria personaggio per me decisamente superfluo, troppo poco approfondito per avere un ruolo così tanto importante. Al contrario, provo tanta tenerezza per Elbio, che comunque avrebbe potuto svegliarsi un po'... Va bene incarnare l'essenza della montagna, ma anche un po' di slancio non mi sarebbe dispiaciuto. 🫠
Piacevole la rivelazione finale, prima dell'epilogo.
In sostanza, per essere un esordio mi ha sorpresa, mi ha tenuta compagnia, e per buona parte mi ha fatto sognare e rinfrescare in questi miei giorni torridi in città. Forse però mi sarei risparmiata un centinaio di pagine.
Se la Aidala dovesse scrivere un secondo libro, credo lo recupererei.
A me ormai i libri che vengono fuori da una determinata scuola di scrittura mi sembrano tutti fatti con lo stampino. Parlo di stile oltre che di storie, di incedere della scrittura, di metafore e grandi temi che, nonostante cambi ambientazione, epoca e persino linguaggio si ripetono costantemente. Il romanzo è scorrevole e questo è l'aspetto più degno di nota che riesco a trovargli considerato che non accade granché, sembra ruotare tutto attorno a questo senso di spaesamento, a questa costante ricerca di un posto che in realtà è ricerca di sé e qualora si ritrovasse se stessi si potrebbe allora smettere di cercare dove stare. La penna dell'autrice è molto dolce e la scrittura non ha niente che non vada, solo che mi è parso un girare intorno senza volersi addentrare, o meglio, addentrarsi poco laddove sarebbe potuto essere bello addentrarsi di più. Così alcuni personaggi sono rimasti sullo sfondo, anche i tre principali, ben caratterizzati nelle loro voci ma senza una vera e propria tridimensionalità
"La strangera" è un libro che vuol essere la storia di rinascita di una giovane donna che scappa dalla città per rifugiarsi in quello che sembra essere l'unico posto in cui sta bene: la montagna. Il problema principale è la prosa, con una narrazione in prima persona che non riesce a non suonare altezzosa, piena di fronzoli e a tratti quasi giudicante. La vera criticità, quindi, è la protagonista impossibile da prendere in simpatia perché usa costantemente due pesi e due misure. Si lamenta perché i montanari la definiscono strangera, ma poi guarda dall'alto in basso chi secondo lei non è degno della "sua" montagna. L'autrice non si fa problemi ad usare il dialetto per rendere la prosa più credibile, ma poi usa parole altisonanti senza criterio (cumulonembi?! evitiamo). Il disagio esistenziale che ha portato alla fuga la protagonista non viene mai davvero esplorato, e lei risulta inevitabilmente una bambina capricciosa. Per tutto il libro, fin quasi alla fine, sembra fingere di essere una persona che ama la montagna, tutto risulta performativo. Solo quando la retorica cade con la disillusione degli ultimi capitoli la prosa si libera degli inutili orpelli. Solo allora, paradossalmente quando è bloccata all'interno, la scrittura di Aidala riesce a farci respirare la montagna.
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«Se esiste un luogo in cui le stagioni si incontrano, in cui riescono a esistere insieme, è sulle montagne. Parti dal basso che è estate, arrivi in cima che è inverno.»
Si sa: la montagna o la ami o la odi, o come dice qualcuno “puoi imparare a conoscerla.”
Beatrice è una ragazza di 24 anni che decide di lasciare la città di Torino per andare a lavorare in un rifugio alla Becca. Rifugio gestito dal Barba, un uomo silenzioso, un po’ burbero e con un carattere tutto suo. Bea sa che ha sempre amato le montagne, quel verde e quel marrone dei boschi, quel grigio e bianco delle cime che svettano nel cielo, lo sa, ed ha sempre voluto che la montagna facesse parte della sua vita e così la sua vita l’ha cambiata.
«Il problema è che questi arrivano, dicono che è tutto bello, che amano la montagna, ma poi scendono. Se nei posti non ci vivi non li capisci, e di prendertene cura te ne sbatti. »
Al rifugio conosce tante persone, tante personalità, scambia idee e pensieri, cammina e addiziona passi a quelli già fatti, ne colleziona per metterli da parte per quelli che aggiungerà. E al rifugio conosce anche Elbio, un giovane margaro che in qualche modo le sta vicino, ma non troppo.
«Le mancanze non sono mai orizzontali o verticali ma vanno in obliquo, come le depressioni tra i valichi, i picchi di un cuore che ansima.»
La montagna dà tanto, ma riesce anche a toglierti tutto. Questo è ciò che penso sulle mie amate montagne ed è quello che ho pensato leggendo la storia di Beatrice, che sola nel rifugio durante una giornata difficile non trova appiglio in niente e nessuno e inizia a sentire stretta la vita che si è scelta, ma più che altro per ciò che viene dopo… dopo la telefonata che la manda in palla e dopo la delusione che l’attanaglia l’anima.
«Ma la memoria è bastarda, ti prende a randellate sulle ginocchia, si insinua tra le crepe di una casa come una pianta rampicante, logora il cemento armato, sgretola i mattoni.»
«Non si comanda, il perdono.»
Una storia quella di Bea che ti prende a pugni lo stomaco talmente è potente, una storia di una ragazza che cerca il suo posto nel mondo o tra le braccia di qualcuno, anche se è sempre forte e distaccata. La storia di un’anima forte e ribelle ma allo stesso tempo fragile e delicata. La storia di un’anima che vuole volare libera e leggera, ma continuando a star tra le bellezze della natura.
«Forse avevamo sempre saputo che c'è la montagna di chi va e viene, e la montagna di chi resta.»
Una storia che vi consiglio assolutamente di leggere.
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Bella l'idea, ma l'ho trovato troppo prolisso per gli avvenimenti che racconta. Ma forse la lentezza della narrazione segue semplicemente il filo del luogo in cui é ambientato, la montagna.
2 ⭐️ Sono ancora un po’ indecisa sul voto finale. Diciamo che per essere un esordio, la penna dell’autrice non è niente male. A tratti un po’ troppo descrittivo, ma comunque estremamente scorrevole. Il finale, però, non mi ha pienamente soddisfatta, forse mi è sfuggito qualche messaggio tra le righe 👀
Un libro per tutti gli amanti della montagna! Sfogliando le pagine ci si ritrova subito immersi fra alte quote, pascoli, malghe e rifugi che costellano le valli, foreste e sentieri impervi. E poi il freddo vento e il clima montanaro che ti penetra nella pelle, lo scroscio delle acque di un ruscello, il tutto protetto dai giganti immensi quali sono le montagne sopra la nostra testa. Ma illudersi che la vita in montagna sia facile è da sciocchi, Beatrice (la protagonista di questo romanzo) lo sa bene, lavorando in un rifugio ad alta quota. La montagna non ti salva, anzi spesso ti sfida, capace di donare tanto quanto ferire, capace di strappare dal corpo ogni energia senza ridare nulla in cambio. In un continuo destreggiarsi nel cercare un proprio posto del mondo che la faccia sentire a casa - e la porti finalmente a far pace con se stessa - Beatrice ricerca la montagna perché da quest’ultima si sente chiamata, attratta in modo viscerale, l’unico luogo in cui si sente davvero bene, lontano dalla città che porta solo responsabilità e dolori. Ma sarà veramente questa la vita che sceglierà? La promessa di un destino tanto bello quanto difficoltoso? Di un’andatura molto lenta ma trascinante, mai banale o superflua, personaggi ben delineati, realistici, con i quali immedesimarsi. Il libro mi ha ricordato molto le ambientazioni di Paolo Cognetti (uno dei miei autori preferito) e mi ha riportato sulle mie amate montagne, meraviglie immense ma che non perdonano nessuno…
La montagna, le montagne. Prendersi cura di un luogo lo rende casa. Ma qual è il posto che si sceglie come casa? Capirlo non è facile, "solo facendo si impara". La vita fa riflettere e questo libro aiuta a ricordarsi di pensare, trasportandoci su monti mai saliti e in altre vite, così simili e così diverse dalle nostre.
Marta ti porta nell'intimità della sua montagna, ti accompagna in una riflessione sull'appartenenza e sul nostro legame con i luoghi che scegliamo come casa.
Per raccontare bene la montagna, la sua durezza, l'amore che può suscitare, occorre conoscerla a fondo e - condizione di base - saper scrivere, coinvolgendo il lettore.
Questo libro è stato una coccola in giorni di autunno e raffreddore. Dopo tanti libri neorurali francesi, è bello scoprire pubblicazioni simili in Italia, e si spera non sia solo una moda. Nasce facile il paragone con Cognetti, ma ci si rende subito conto che il tono qui non è epico e astratto come nei suoi libri. C’è un intento etnologico molto più marcato, la voglia di tenere traccia di un prototipo di rifugisti e allevatori che sta scomparendo, così come degli elementi ‘strangeri’ che lo stanno cambiando, forse non sempre per il peggio. Certo, alcuni grandi manicheismi resistono e il personaggio di Bea è a tratti insopportabile, nelle sue manie di evitamento e nella facilità con cui aderisce alla visione di un luogo e di una vita per poi rinnegarla appena le cose si fanno difficili - che poi non è un problema suo, ma lo specchio della nostra generazione. Alla fine, comunque, resta il ritratto di una montagna dove non esistono autoctoni o stranieri, perché è la montagna stessa a esserci sempre ‘strangera’.
Marta Aidala ha scritto una storia delicata, poetica, che mi ha anche commosso nelle ultime pagine. Per me è stata una gran bella sorpresa.
Il libro non ha una vera e propria trama, e questo forse è il suo difetto più evidente, che potrebbe scoraggiare i lettori più famelici, ma comunque riesce a intrattenere e ad incantare il lettore grazie alle meravigliose immagini che è in grado di regalare.
La scrittrice è bravissima nelle descrizioni dei paesaggi e nella caratterizzazione della sua protagonista, le cui scelte non capiamo mai fino in fondo. I personaggi sono complessi, sfaccettati e coerenti fino alle ultime pagine, però ad alcuni era necessario dare più spazio, secondo me.
Consiglio questo libro soprattutto a chi è amante dei romanzi di atmosfera.
Adoro come questo libro racconta la montagna, in maniera autentica e vera, sia negli aspetti più affascinanti che in quelli più duri e snervanti. Divorato
La Strangera di Marta Aidala è un romanzo intenso e profondamente introspettivo, che esplora il delicato equilibrio tra il bisogno di isolamento e il desiderio di compagnia. La protagonista, una donna misteriosa che sceglie di vivere ai margini della modernità e del tutto, incarna una tensione universale: da un lato, la ricerca di pace e autonomia lontano dalle convenzioni sociali; dall’altro, la nostalgia di un contatto umano che rimane irrinunciabile.
Aidala costruisce un ritratto psicologico affascinante, in cui il silenzio e la solitudine non sono solo fuga, ma strumenti di conoscenza interiore. Tuttavia, il romanzo suggerisce anche che nessuna fuga è mai totale: gli incontri occasionali e i legami che riaffiorano rivelano il bisogno ineludibile dell’altro. Lo stile evocativo e la narrazione fluida rendono il viaggio della protagonista un’esperienza emotiva e profonda per il lettore.
Romanzo che appena iniziato mi ha coinvolto a tal punto da desiderare di vedere la fine quasi tutto d'un fiato.
Per chiunque sogna, un giorno, di poter vivere sulle montagne, pur essendo nato in città.
" <> mormorai, continuando a voltare le pagine. <> disse il Barba. Aveva appoggiato la mano sullo schienale della mia sedia. Mi voltai, incrociai il suo sguardo e lui il mio, rimasero impantanati come passi sulle rice argillose di un fiume. <> <> <>"
"Esistono posti in cui ti piace svegliarti la mattina. Che sai che apri la finestra e li vedi. E non è che ti curano, non ti cura niente e nessuno. Sono solo la casa che ti scegli."
Ho ritrovato in questo libro tante persone a me care che hanno scelto la montagna come posto dove svegliarsi la mattina❤️ stupendo romanzo d'esordio.
Parto dal presupposto che il libro mi è stato regalato e che altrimenti probabilmente non lo avrei mai comprato. La trama non è nelle mie corde. Non mi interessa né la vita di montagna, né l’alpinismo, né il lavoro nei rifugi e tanto meno la transumanza. Di conseguenza il libro, soprattutto all’inizio, è stato pesantissimo per me da leggere, anche perché effettivamente nella storia succede poco. Viene raccontato un anno della vita di Beatrice, ragazza torinese che decide di abbandonare l’università per andare a lavorare nel rifugio di Barba, un anno privo di avvenimenti eclatanti, caratterizzato anzi, come più volte la protagonista nota, da una tremenda e pesante monotonia. Pesante non solo per Beatrice, ma molto spesso anche per il lettore. Non ritengo che questo sia però un libro oggettivamente brutto, ANZI, sono fermamente convinta che in questo caso il problema sia tutto mio. La caratterizzazione di Beatrice è stupenda, un personaggio non lineare, in continua evoluzione, alla ricerca di un posto nel mondo che non sembra mai raggiungere. Ha un’idea, poi la cambia, poi la ricambia ancora. Un personaggio che mostra che nulla è in bianco e in nero, ma che esistono infinite sfumature nel mezzo. Un personaggio umano, che mi sembrava talmente vivo da chiedermi se in realtà stessi leggendo l’autobiografia della scrittrice. Un finale che per molti risulterà deludente (e che, per l’amor di dio, ha lasciato anche me con l’amore in bocca) ma che è anche questo estremamente realistico, e anche estremamente prevedibile vista l’evoluzione finale della protagonista. Lo stile è innegabilmente artificioso, ma non male per essere il romanzo d’esordio della scrittrice. Quindi questo libro è un sì o un no? Per me un NO, ma lo consiglierei a te, soprattutto se non hai ancora trovato un posto nel mondo da chiamare casa.
La precisione metodica con cui viene descritto il paesaggio montano, la profonda connessione con gli eventi naturali e il lento scorrere della stagione estiva - seppur gioia troppo breve in confronto al lungo inverno che attende i protagonisti - è quel dato che riesce a catturare l'attenzione del lettore, anche quello che delle montagne è più inesperto (come me). I paesaggi, gli aneddoti, le espressioni dei personaggi durante i loro brevi dialoghi, sono descritte in maniera così precisa, da sembrare dipinti. Non si fa fatica ad immaginarli e a concretizzarne le sembianze. Tuttavia, all'incombere dell'inverno, i toni della narrazione cambiano totalmente. L'effetto del distacco emotivo dal luogo, sicuramente voluto dall'autrice, prende una piega totalmente differente dalla narrazione iniziale. A tratti sembra quasi di leggere due libri diversi. Sul finale, i toni si assottigliano talmente tanto da far apparire le conclusioni un po' abbozzate e sbrigative. Congedare una storia con una tale semplicità, fa perdere profondità alla narrazione intera, così dettagliata e nitida. Alcuni personaggi poi, prendono campo prepotentemente e in maniera un po' insensata, come Valeria, a cui era stato dato poco spazio inizialmente. Il personaggio non sembrava così sviluppato da poter prendere una posizione estremamente decisiva all'interno della storia. Sono rimasta un po' a bocca asciutta sul finale. È stato come vedere un grande albero maestoso e rigoglioso, ma con pochi frutti a suo carico. Un grande potenziale dissolto con troppa semplicità. Gli amanti della montagna sicuramente apprezzeranno alcune parti della narrazione, come la descrizione dell'ambiente naturale e il senso dell'arrampicata. I meno intenditori, come me, ne potranno apprezzare alcune sfumature e sentirsi un po' più familiari dentro luoghi che disconoscono. Ma tutto sommato, alla fine, credo che manchi proprio una degna conclusione alla storia. Non so se sperare o meno in un sequel, ma essendo libro esordio di una giovane scrittrice, devo dire che è abbastanza sopra la media attuale.
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Le montagne sono donne immense, eppure tante portano nomi di uomini. Forse fu per questo che scelsi di fermarmi lì, nella valle della Becca.
Marta Aidala è nata nel 1996 a Torino. Innamorata della montagna, ha frequentato la Scuola Holden e questo è il suo libro d’esordio, uscito nel 2024.
La protagonista è Beatrice, una giovane donna determinata che vive e lavora a Torino. Un’estate decide di andare a lavorare in un rifugio in montagna. Il “Barba”, gestore del rifugio e montanaro “doc”, la chiamerà “la strangera”. Forse, strana, straniera, ché in fondo, tutti noi cittadini siamo sempre strani, stranieri, agli occhi della gente di montagna. Beatrice resterà affascinata e irretita dalla montagna. Una montagna che, come dice la stessa Aidala, «è la direttrice d’orchestra, scandisce i tempi, detta le regole, condiziona le persone.[...] È un ambiente che cambia il punto di vista sul mondo».
Poteva essere diversamente?... «A breve le chiome dei larici si sarebbero incendiate, bruciando i versanti. Avrebbero cominciato a sfumare all’estremità dei rami, tingendosi a metà quando nessuno li vedeva; per qualche giorno sarebbero stati ibridi di arancione, giallo e verde. Novembre poi li avrebbe spogliati dagli aghi morbidi, e per scaldarsi potevano solo sperare nell’arrivo della neve.».
Aidala non è certo Rigoni Stern, ma il suo stile è lieve e diretto e l’amore per la montagna appare genuino. Per un’opera prima, direi che la ragazza... si farà, anche se ha le spalle strette...
La montagna non è qualcosa da conquistare, sfidare espugnare. La montagna non si può affrontare pensando di essere noi i padroni. La padrona è lei. Una dea che esige rispetto, la montagna. E Marta Aidala la conosce bene. Una delle protagoniste di questo romanzo è la montagna. Finalmente raccontata da una voce femminile forte e sincera. A tratti spietata. Ma capace di dolcezza.
C'è la montagna che sa di latte caldo e fernet. C'è anche la montagna assetata perchè la pioggia e la neve non arrivano. Poi la neve arriva e c'è la montagna che diventa un deserto gelido e bianco, che imprigiona.
Ci sono le donne che vivono in montagna, stabili e forti. Semplici ma toste come la Becca, la montagna che dona il nome alla valle dove si ferma Beatrice che è "Strangera" e "Fumma", ma capisce che, in montagna, stranieri lo siamo tutti. Persino il Barba, il gestore del rifugio, con la sua Panda scassata e il suo orgoglio. Persino Elbio, il pastore a cui non piace il latte, con le sue vacche che hanno nome di città e le sue mani forti.
A volte è bello, in montagna, giocare a far finta di essere gli unici ad aver messo piede su un sasso, una zolla d'erba. Ma è un'illusione. Non esistono luoghi inesplorati, mai toccati da piede umano. Questo romanzo per me è la redenzione di quell'illusione: è familiare, ma, a tratti, ti leva il fiato, come in quei momenti, durante una camminata, in cui la montagna d'improvviso scollina e ti ritrovi davanti l'orizzonte.
Non credo di avere le competenze per poter giudicare il lavoro di Marta. Da lettrice posso solo esprimere delle preferenze e dei commenti su cosa mi sia piaciuto di più o di meno. Il libro mi ha emozionata. Tanto. E per questo vale sempre la pena. Leggendo mi sembrava di respirare quei giorni in alta quota e le sensazioni che le ambientazioni descritte mi hanno suscitato sono state le stesse che provo allacciandomi gli scarponi quando sono procinto di affrontare una salita. È vero, la magia ogni tanto subiva delle battute d’arresto (per mio gusto personale) per la ricercatezza di alcuni termini, poco familiari soprattutto perché la narrazione in prima persona fluiva quasi come se si trattasse di pensieri ed esperienze un po’ anche miei. Bea, beh Bea siamo noi, o sicuramente sono io. Bea è incazzata col mondo, è curiosa, è in movimento, è alla ricerca spasmodica del suo posto nel mondo, e chi tra di noi è così ipocrita da credere di non poter essere particolarmente scontroso o suscettibile in un momento così complesso e delicato della propria vita? Beatrice è vera. È autentica, e non è il solito protagonista buonista che devi per forza amare. Lei è così. Sta a te scegliere se darle una possibilità o no. E ho amato questa scelta stilistica. Beatrice sono io. E sì, a tratti fa schifo. Il Barba ed Elbio, lo schiaffo e la carezza. Entrambi delle figure con dei limiti, come tutte le persone che si incontrano nella vita, ma che a modo loro, anche se solo per un certo periodo, arricchiscono la tua vita.
Beatrice si trasferisce in un rifugio ai piedi del Monviso dopo aver abbandonato l’università. Lavorerà con il “Barba”, un uomo burbero e di poche parole che si affezionerà alla ragazza e con altri ragazzi più o meno coetanei che aiutano l’uomo prevalentemente nella stagione estiva, quando aumenta l’affluenza dei turisti. Interessanti le descrizioni della vita quotidiana nel rifugio, come si lavora, come si trascorrono le giornate, ma soprattutto l’attenzione riservata alla montagna, ai sentieri, agli alpinisti, alla sua stagionalità fra neve e sole estivo. Bea, sinceramente, non mi è risultata simpatica, l’ho trovata immatura e inquieta, un po’ viziata, mentre mi è piaciuta moltissimo la figura del “Barba”. Piena di significato la contraddizione fra montagna e città, fra montanaro e turista e le riflessioni sul rispetto per la natura e la sua sofferenza a causa del cambiamento climatico. Un buon romanzo che invoglia a incamminarsi su un sentiero di montagna nel totale silenzio e a contatto con la natura.
Apprezzo la differenza che l'autrice evidenzia tra chi 'vive' la montagna e chi la montagna la visita solamente. Chi semplicemente passeggia sui suoi sentieri beandosi dei panorami oppure l'aggredisce con ripetute ascensioni per dimostrare la propria prestanza fisica non può essere altro che un visitatore. A volte più attento, a volte distratto, più o meno consapevole. Spesso nei discorsi di chi frequenta la montagna per puro diletto c'è l'ardire di chi pensa di conoscerla e, lo ammetto, in questi mi riconosco. La mia valutazione non del tutto positiva è dovuta alla mancanza di empatia con i personaggi di questo romanzo. Penso che nel libro siano mancati quegli elementi introspettivi che aiutano a comprendere e a capire atteggiamenti, reazioni e comportamenti che così rischiano di rappresentare solo stereotipi.
< Le mancanze non sono mai orizzontali o verticali ma vanno in obliquo, come le depressioni tra i valichi, i picchi di un cuore che ansima. Ci guardammo. Era il suo sguardo la gravità che in quel momento mi spingeva a terra, così prepotente da spezzarmi le ossa. Avrei voluto pregarlo di concedermi qualsiasi cosa pur di non lasciarmi andare via. «Con me» il suo fu un sussurro, un soffio che passa tra gli aghi dei larici. >
Grazie a Marta Aidala per la sua scrittura fortemente immaginifica che mi ha trasportata come poche altre letture, immagini che si affastellano nell'occhio della mente e che hanno radice in dettagli apparentemente insignificanti ma in grado di riempire la narrazione di bellezza ed emozione. Forse mi è piaciuto così tanto perché se avessi dovuto raccontare questa storia l'avrei raccontata così, immedesimandomi in Beatrice e prestando attenzione alle minuzie dell'esistenza.
Come ti scalda il cuore questo libro niente mai, ho amato tantissimo la vera protagonista del libro: la montagna, la Becca, la natura in generale. Ti porta in un tempo mitico sospeso tra la neve, le vacche, i ritmi frenetici di chi lavora in rifugio d'estate. Un sogno ad occhi aperti. Ma parla anche della morte, della pericolosità della montagna, dell'importanza di provare di capirla. Ho adorato Beatrice, il suo smarrimento e la continua ricerca di un posto da chiamare casa, l'amore per Elbio, montanaro nato e che rimarrà tale. Mi è dispiaciuta un po' la stereotipizzazione dei personaggi "di montagna" che rimangono sempre uguali, al contrario di Beatrice che cambia e si evolve. Molto nelle vibes delle Otto montagne di Cognetti, si respira la stessa atmosfera sospesa nel tempo e nello spazio; se fossero parenti sarebbero fratelli. Ho amato.